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Di Paolo Becchi

Scalfari e Zagrebelsky, due calvi che litigano per un pettine (e scordano il popolo)

Eugenio Scalfari

In questi ultimi giorni, anche io, come molti italiani, ho seguito il dibattito sulle pagine di Repubblica tra Eugenio Scalfari e Gustavo Zagrebelsky sulla revisione costituzionale e il referendum. Speravo ne venisse fuori qualcosa di buono, che andasse al di là dell’insistente e monotona ripetizione dei due seguenti ritornelli: «Dobbiamo mandare a casa Renzi» o, di converso, «se crolla Renzi sarà l’apocalisse». All’anima della personalizzazione, voluta o non voluta! Il fatto è che della revisione della Costituzione, in realtà, non interessa più un fico secco a nessuno. Renzi sarà anche un personaggio spregevole, ma un D’Alema in cerca di vendetta lo è forse meno?

Ad ogni modo speravo che almeno uno dei due - il “padre” del giornalismo nostrano o lo “spirito santo” del costituzionalismo italiano - avrebbe finalmente messo in luce i veri nodi problematici di questa revisione. E invece ho visto soltanto due calvi contendersi l’uso di un pettine, entrambi perdere il filo dei propri ragionamenti su “oligarchia” e “democrazia”. Da semplice “figlio” (di madre casalinga) consentitemi un paio di osservazioni che rivolgo a voi, cari lettori, consapevole del fatto che tanto nessuno dei due disputanti si degnerà democraticamente, dall’altezza della propria posizione oligarchica, non dico di rispondere, ma anche solo di leggere.

FORMULE VUOTE
Scalfari ha sostenuto, e ribadito con forza, che ogni democrazia è un’oligarchia e che l’oligarchia è la sola forma di democrazia. Zagrebelsky ha accusato il colpo, ammettendo che in fondo qualcosa di vero in quello che ha scritto Scalfari c’è, e ha finito per rifugiarsi in una formula - molto bella, ma un po’ retorica e vuota - secondo cui la democrazia è la lotta per la democrazia. Ha detto che in democrazia i numeri non contano, che democrazia e oligarchia non si distinguono per i numeri, ma in base a un’altra differenza: quella tra ricchi e poveri. Un argomentazione che potrà pure piacere a papa Francesco e alla teologia della liberazione. Ma da filosofo del diritto - mi chiedo - che fine ha fatto il popolo, il demos nella parola demo-crazia ? Perché i numeri non contano.

La democrazia non è un’oligarchia, e si distingue da essa non perché in essa non si formino delle oligarchie, ma perché l’autorità, il potere stesso che le oligarchie eventualmente eserciteranno, si forma dal basso verso l’alto. La vera contrapposizione è questa, e basterebbe rileggere Gaetano Mosca, a proposito. O anche Guglielmo Ferrero: il principio democratico è quello per il quale la legittimità proviene dal basso, e non scende dall’alto.

IL POTERE DI POCHI
Per questo il popolo, il demos, è l’elemento centrale delle democrazie, e non lo è nelle oligarchie: solo nelle prime, infatti, il potere proviene dal popolo, solo nelle prime il governo è del popolo e non per il popolo. Il che significa: chiunque venga ad esercitare funzioni di governo, qualunque partito o coalizione si trovi a occupare il potere, avrà il diritto di farlo solo in quanto scelto, eletto dal popolo. Questa è la differenza: se anche nelle democrazie il potere è esercitato da “pochi”, esso però proviene dai “molti”. Nelle oligarchie, invece, i “pochi” pretendono di esercitare il potere che hanno in quanto ne avrebbero da sé il diritto, senza aver bisogno di una legittimazione a loro esterna.

Ed è su questa linea, a mio avviso, che avrebbe dovuto inserirsi il dibattito sulla revisione costituzionale e la legge elettorale. Il nuovo Senato sarà infatti oligarchico, e non democratico, proprio perché in esso i senatori eserciteranno la loro funzione senza la legittimazione del voto popolare. Non solo: il Parlamento, in forza del premio di maggioranza folle e distorsivo previsto dalla legge elettorale, sarà composto da deputati in larga parte non eletti ma nominati. Insomma: ci sarà davvero un potere oligarchico, perché ci saranno dei “pochi” che pretenderanno di governare non in base e grazie al voto popolare, alla scelta del demos, ma per una sorta di “diritto” che non si capisce bene in che cosa possa consistere.

Nel confronto tra il “padre” di Repubblica e lo “spirito santo” del No, dunque, non si salva nessuno dei due. Quello che sconcerta è che entrambi dimostrano di non avere la minima consapevolezza di cosa sia un popolo e che cosa voglia dire sovranità popolare. Nessuno dei due ha capito ciò che è in gioco nella democrazia: il demos. Nessuno dei due ha capito che con la nuova Costituzione, perché qui non si tratta di semplici ritocchi, il popolo italiano consegnerà definitivamente le chiavi di casa all’Unione Europea, attuando anche in Italia quello stesso modello di governo postdemocratico che già vige nelle istituzione europee.

di Paolo Becchi

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