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L'intervista

"Vincere il referendum e perdere tutto": Mario Segni, la paura e le confessioni

Mario Segni

«Forse lei non ricorda, ma un tempo al luna park c’era un gioco, una specie di trenino, si tirava una molla e lo si lanciava. Doveva fare una lunga serie di giri e curve della morte, l’obiettivo era superarle tutte altrimenti tornava indietro. Oggi ancora non sappiamo se il trenino avrà la forza necessaria per compiere il percorso. Se vince il sì, magari». Mario Segni, che dei referendum ha fatto la storia, sul 4 dicembre non ha dubbi. Il punto, spiega, è che se vincesse il no «Renzi sarà debolissimo, prevarrà una politica proporzionalista, quella della sinistra Pd. Sarebbe buttare a mare tutte le riforme fatte dal 1991 a oggi». Sarebbe come buttare a mare la sua storia politica, nata nella Dc e maturata fino a sfiorare Palazzo Chigi, ma con un minimo comune denominatore: l’idea di un sistema elettorale maggioritario e, nel migliore dei mondi possibili, del presidenzialismo. «Il mio, va da sé, è un sì convinto. Ma sulla riforma sono anche molto critico».

Il Senato, immagino.
«Esattamente, la mia riserva principale. Ma in caso di vittoria del no rischiamo un balzo indietro di 20 anni: l’Italicum dovrà essere rivisto, o ci troveremmo con l’assurdo sistema di un maggioritario alla Camera e proporzionale al Senato. Come le ho detto, temo che verrà imposto un proporzionale in tutte e due i rami del Parlamento, che ci consegnerà un’Italia ingovernabile».

Lei è tra chi sostiene che Renzi abbia sbagliato a personalizzare il referendum. Può ancora rimediare?
«Non è più in tempo e non ne ha intenzione: ha completamente assorbito la campagna elettorale e continua a farlo. Errare humanum est, perseverare è diabolico: avrebbe dovuto sin dal principio coinvolgere altri attori. Gran parte del mondo imprenditoriale e un buon numero di costituzionalisti sostengono la riforma, ma gli italiani neppure lo sanno. Mi permetto di pensare al ‘91, Confindustria si schierò apertamente con noi…»

…e questo le attirò le ire di De Mita.
«Certo. E di molti altri. Ma creammo un fronte ampio e vincemmo».

Non crede che riducendo tutto alla sua persona, in caso di vittoria, Renzi ambisca a liberarsi una volta per tutte della sinistra Pd?
«L’ipotesi è fondata. Ma non ne avrebbe bisogno: è già padrone del partito».

Ritiene plausibile una scissione?
«Non ci avevo mai creduto, ora inizio a pensare che sia possibile. Soprattutto se vincesse il no: con il proporzionale sarebbe più semplice inserirsi nel gioco».

L’azione di D’Alema è dettata da rancore o reale convincimento?
«L’uomo politico è prima di tutto un uomo, con virtù e difetti. L’ambizione personale non è un peccato e il fatto che D’Alema con il suo carattere la accentui è evidente. Il suo atteggiamento non mi meraviglia. Certo, l’ideale sarebbe chiudere una fase per aprirne una nuova, ma non possiamo pretendere la perfezione».

Il no di Bersani la ha sorpresa?
«Non ci vedo nulla di particolare, è sempre stato all’opposizione di Renzi. Opposizione debolissima, fatta più di clamore che atti decisi. In questo caso almeno la posizione è chiara: il pregio del referendum è che ti costringe a scegliere una parte».

Come interpreta l’atteggiamento ambiguo di Berlusconi sul 4 dicembre?
«Sinceramente fatico a spiegarmelo, anche perché non so precisamente quali siano le sue condizioni di salute: gliele auguro ottime».

In caso di sconfitta Renzi lascerà la politica?
«Non penso proprio. Non gliene faccio rimprovero: ha 40 anni…».

Dell’Italicum immagino non apprezzi la restaurazione dei capilista bloccati.
«Ci mancherebbe».

Com’è possibile ritrovarseli ancora?
«Ufficialmente la colpa è stata data a Berlusconi, che certo ha le sue responsabilità, ma sono convinto che lo stesso Renzi sia contento di un’ampia quota di nominati: rende più facile l’esercizio del potere. Sul punto concorda quasi tutta la classe parlamentare: l’apparato non tende a vincere, conta restare nel gioco eterno».

Nel 2005, nei giorni del Porcellum, lei scrisse una lettera al blog di Grillo, riconoscendogli una rilevanza politica con un certo anticipo sui fatti. Cosa pensa del M5s oggi?
«È un fenomeno di cui nessuno aveva avvertito l’importanza: chi prevedeva che avrebbero eletto il sindaco a Roma e che si ponessero come potenziali vincitori in tutti i ballottaggi? Il M5s non va demonizzato, ma è il segno rivelatore della profondità della crisi italiana. L’eccessiva giovinezza rischia di essere pericolosa: avrebbero bisogno di anni per approfondire la loro linea. Sono europeisti oppure no? Appoggiano Putin o gli Stati Uniti?».

Centrodestra. Vede una figura, anche esterna alla politica, in grado di resuscitarlo?
«Assolutamente no. Non entro le prossime elezioni e neppure dopo. Le ragioni sono due. La prima, la destra in Italia è in crisi da quando è finita la politica centrista della Dc degasperiana. Torno ancora al al biennio ’91-’93, all’esperienza personale dei referendum: cosa c’era, usiamo questo termine, di più gollista? Proponevamo l’elezione diretta dei sindaci, collegi uninominali, tendenzialmente il presidenzialismo. Bene, nel corso della campagna elettorale fummo osteggiati dalla destra politica, che al tempo era ancora in gran parte Dc. Vincemmo grazie all’appoggio di Occhetto. Tutto ciò venne in parte coperto dal sostegno che avevamo dal mondo industriale e da Indro Montanelli. Questo le dimostra che la destra, in politica, manca da tantissimo tempo».

La seconda ragione?
«È più contingente e riguarda Berlusconi: è stato artefice di una ricostruzione parlamentare, ma oggi condanna il centrodestra all’inesistenza. È il fattore K della destra, ciò che si diceva del Pci: non può governare né lascia governare. Oggi è il principale ostacolo alla ricostruzione: non può creare nulla e rende impossibile il tentativo agli altri».

Immagino che non ritenga Parisi un’alternativa.
«Mi pare che abbia accettato la situazione che le ho descritto, alla quale dovrebbe ribellarsi: la destra deve nascere, non svilupparsi».

Nel ‘99 tentò il “grande centro”, il Patto Segni confluì in An. Che ricordo ha di quell’esperienza con Gianfranco Fini?
«Ottimo della persona, ma non avevo compreso quanto Fini fosse distante dal suo partito: superò l’Msi, ma lo zoccolo duro rifiutò il passaggio. Gianfranco perse voti a destra, me lo mostrò, sa, gli studi sui flussi elettorali. La nostra fu una sconfitta, naturalmente, un tentativo molto affrettato: fummo spinti dal risultato del referendum, mancato per un soffio. Era un progetto complesso, avrebbe avuto bisogno di un lungo periodo di gestazione e di spiegazione».

In un “grande centro” ci crede ancora?
«Oggi questo progetto non c’è. Dovrebbe ripartire da zero, su basi completamente diverse. Quando si parla di grande centro le parole si prestano alle più disparate interpretazioni. Pensi a Casini, proporzionalista convinto: un caro amico personale, ma su posizioni molto distanti dalle mie».

La sua storia è legata a doppio filo a quella di Pannella, con cui ebbe un rapporto ondivago. C’è un immagine che conserva con più affetto?
«Una frase: mi diceva che ero un cripto-comunista, che se mi si grattava la scorza sotto si trovava l’essenza. Frasi che poteva dire solo Pannella. E ricordo il giorno in cui un suo giovanissimo collaboratore mi disse: “Sa, in verità noi dentro al partito non la possiamo proprio vedere”. Gli chiesi che male avevo fatto, e lui rispose: “Ma come? Abbiamo fatto trenta referendum, arriva lei, ne fa due e diventa leader referendario. Noi che ci stiamo a fare?”».

Eravate rimasti in contatto?
«Certamente. Pannella era un grande personaggio, tra noi c’era una innata simpatia. Poi aveva queste forme di gelosia che in politica lo portarono a litigare con tutti quanti. Lo vidi pochi mesi prima che morisse, alla messa di un caro amico comune. Attraversammo il centro città in macchina, stava ancora benino. Quando si è aggravato ero negli Stati Uniti, mi è spiaciuto non andare ai funerali».

Lei nel ‘93 rifiutò il ruolo di vicepremier in un ipotetico governo Prodi, spianando la strada a Ciampi. Se ne è pentito?
«Era una scelta difficile allora ed è difficile risponderle oggi. Devo ammettere che ho perso uno strumento, che non avevo considerato: dal governo avrei pilotato la riforma elettorale, non ci saremmo ritrovati il Mattarellum e la restaurazione della partitocrazia. Fu un errore di superbia, se vogliamo: eravamo convinti di avere i numeri in Parlamento. Errore marchiano: fummo subito battuti».

Bossi lo scorso aprile ha detto che “Segni è l’unico che ho fregato in vita mia”. Si riferiva al sostegno alle politiche del ’94, accordato e ritirato a tempo record. Che ricordo ha di quel momento?
«Conservo la sensazione di sorpresa: gli italiani, invece di arrabbiarsi con chi aveva stracciato un’intesa sottoscritta, in qualche modo plaudirono il furbacchione Bossi, che si diede malato e spedì una delegazione leghista capeggiata da Maroni per dirmi che sarebbe tornato sui suoi passi. Ho sempre ritenuto Bossi una persona totalmente inaffidabile: presto se ne sarebbe accorto pure Berlusconi».

Il Cavaliere: nell’autunno del ’93 le propose oppure no di candidarsi premier? Da lei ho sentito due versioni discordanti.
«In realtà non toccammo l’argomento. Lo incontrai a pranzo a casa di Gianni Letta. Berlusconi chiedeva solo di lavorare assieme per evitare la vittoria della sinistra. Ma la mia era una posizione più estrema: gli dissi che l’errore era il suo ingresso in politica. Dopo l’incontro suppongo mise in giro la voce che io avessi rifiutato la candidatura, ma chi lo conosce sa che lui considerava soltanto un impegno in prima persona».

L’avversario che più ha rispettato?
«Per intelligenza e valore politico devo dire Craxi: sotto questo aspetto era un uomo schietto, leale. Ma lo condanno in modo completo sul tema della moralità: si macchiò di illeciti gravissimi».

L’avversario più sleale? Anche se lo immagino…
Bossi, certamente: non c’è dubbio.

Lei ha due etichette: «l’uomo che ha perso il biglietto vincente della lotteria» e «l’uomo che aveva in mano l’Italia». Quale le dà più fastidio?
«La prima è insidiosa: la lotteria erano i referendum e li ho vinti. Poi ne ho corsa una seconda, le elezioni, e le ho perse. La seconda, che pare essere un complimento, è lontana dalla realtà: ho avuto una grande popolarità ma non ho mai avuto in mano nulla».

Un rimpianto?
«La più grande amarezza l’ho provata nel ’99: quel referendum avrebbe chiuso la stagione istituzionale italiana ma lo perdemmo di un soffio. L’affluenza mancò per 50mila voti. E fu la successiva scoperta a rendere il tutto ancor più amaro: perdemmo a causa degli italiani all’estero, che per la prima volta entrarono nel conteggio degli elettori. Sbagliarono anche i sondaggisti, anche la sera delle spoglio: ricordo che Nando Pagnoncelli sin dalla prima proiezione dava i votanti ben oltre il 50 per cento. Ovviamente non era così. Questa è la vicenda cha mi ha dato più amarezza: in quel momento ho avuto la sensazione di essere arrivato al punto massimo, ma di essermi fermato proprio a un passo».

In politica lei è un vincitore o uno sconfitto?
«È una domanda difficile, dipende da come si considerano vincitori e vinti: per intendersi, Marcello Veneziani in un bel libro sostiene che Papa Wojtyla sia il più grande perdente del secolo: predicava di non usare anticoncezionali e tutti li usavano in continuazione; si scontrò con Bush per la guerra in Iraq e poi la guerra ci fu ugualmente. Oppure Enrico Berlinguer, fu uno sconfitto o un vincente? Il compromesso storico non riuscì, eppure è un grande della storia. Per quel che riguarda la mia vicenda personale, senza modestia, mi considero un vincitore. Le riforme che volevo fare le ho fatte. Può darsi però che tra due mesi questa storia durata vent’anni sia del tutto finita».

di Andrea Tempestini
@anTempestini

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Commenti all'articolo

  • Skyler

    18 Ottobre 2016 - 09:09

    ma non è ancora andato a rinchiudersi in qualche grotta sul gennargentu?

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  • Vittori0

    17 Ottobre 2016 - 21:09

    ...ne avvertivo la mancanza!!...il "NO" si rafforza sempre di più!!...un altro in cerca di autore!!!

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