Cerca

L'intervista

Pippo Civati: "Tutti gli errori di Bersani e del Pd di Renzi"

Pippo Civati visto da Benny

Buongiorno onorevole Civati: lei sa che deve dire un enorme grazie al suo vecchio amico Renzi?
«Più che amico, vecchio compagno di viaggio; ma per un tratto brevissimo. Comunque non devo ringraziare nessuno».

Ma come, è tornato improvvisamente di moda con la battaglia per il “No”, non è contento?
«Quando me ne sono andato dal Pd avevo messo in conto un periodo d’oscuramento. So come gira l’informazione in Italia, secondo uno schema politico rodato».

Fa la vittima?
«Affatto, anche perché se visibilità significa essere oggetto di attacchi quotidiani come ero negli ultimi tempi al Pd, è meglio non averla. Comunque per un politico la visibilità è importante, ma lo sono ancora di più la sincerità, l’essere in pace con la propria coscienza e il mantenere fede a quello che si è promesso in campagna elettorale».

Cos’ha fatto in questo anno e mezzo da che ha lasciato il Pd?
«Mi sono dedicato al mio movimento, “Possibile” e alla costruzione dello scheletro politico della futura sinistra di governo. Stiamo preparando tempi migliori».

Non si parla molto di voi...
«Siamo mediaticamente schiacciati dal disfacimento in corso nel Pd e paghiamo il fatto di essere un movimento artigianale. Non abbiamo lobby che ci finanziano. Però non va affatto male, siamo già diffusi in tutta Italia».

Si può dire che lei è il leader di “Possibile”?
«Sì, mio malgrado. Ma è una formula politica nuova, non ha nulla a che vedere con la sinistra identitaria che lei ha in mente. Stiamo ripensando quella partecipazione e quel campo di forze che il Pd ha reso impraticabile».

Ce l’ha a morte con il Pd…
«Ho un giudizio critico, altrimenti non ne sarei uscito. Ministro non sono degno, ma se fossi rimasto sottosegretario lo sarei diventato. Ho compiuto un’azione folle».

Cosa rimprovera al Pd?
«Ci sono responsabilità storiche sulla radicalità, su Berlusconi, sulla gestione criminale della risorsa Prodi, sacrificato tre volte senza ragione. E poi c’è stata la leggerezza e l’imprudenza nella gestione del fenomeno Renzi».

Partiamo dalle prime?
«È diventato un partito troppo autoreferenziale, tanto da non riuscire a capire in vent’anni che Berlusconi era più popolare di noi. E qui si innesta il discorso della radicalità, che ci ha impedito di capire le tensioni verso il populismo e le profonde disuguaglianze verso cui stava andando la società italiana».

Troppo concentrati su Berlusconi per ascoltare gli elettori?
«Certamente siamo stati percepiti come un circolo chiuso, il che ha spalancato la strada a Renzi e al suo urto rottamatorio».

A cui lei si è accodato?
«La prima Leopolda, che Bersani e compagni hanno snobbato, era sacrosanta, si proponeva di rilanciare un centrosinistra bloccato».

E poi cos’è successo?
«Che Renzi ha iniziato a fare l’opposto di quello che aveva promesso. È andato al potere senza passare dalle urne, ha cominciato a fare manovre elettorali anziché politiche e ha subito avuto una conduzione leaderistica del partito e del governo».

Però la fiducia gliel’ha votata?
«Con il magone. L’ho votata per rimanere nel Pd ma avevo una brutta sensazione, peggiorata poi con il tempo e confermata dalla stagione delle larghe intese».

È stato solo un disagio politico con il premier o c’era anche qualcosa di personale?
«Nulla di personale, però Renzi non si riesce mai ad afferrarlo, prova fastidio se gli poni dei problemi, risponde per slogan. Ma quello che non mi andava bene era il metodo: ha deciso provvedimenti importanti come il Jobs Act o lo Sblocca Italia quasi senza coinvolgere il Pd».

Oggi la minoranza Pd appare un po’ patetica…
«Sono agli stracci, ma hanno fatto grandi errori. Renzi ha ragione quando dice che chi oggi è contro la riforma Boschi l’ha prima votata tre volte in Aula».

Lo hanno fatto per non andare a casa. Sbaglio?
«E chi l’ha detto che a casa non ci sarebbe andato Renzi, se il Pd gli avesse votato contro in Senato? Hanno avuto limiti strategici gravi».

Bersani dice che non se ne va perché il Pd è casa sua e vuole difendere la ditta…
«C’è una ditta più importante del Pd, ed è la Repubblica Italiana. E poi Bersani è certo che il Pd sia ancora casa sua?».

Mi sta dicendo che Renzi è nato perché il Pd si è suicidato?
«Diciamo che è nato perché il Pd non stava tanto bene».

Qual è stato l’errore più grave di Bersani e compagni?
«Dopo le elezioni non vinte, partito e segretario erano sotto choc, e quello che è successo con la mancata elezione di Prodi al Quirinale lo dimostra. Ma l’errore più grave è avvenuto l’anno dopo, quando il Pd ha aperto le porte di Palazzo Chigi a Renzi senza chiedergli di vincolarsi a un programma politico. Gli è stata data carta bianca, neppure a Berlusconi è stato mai concesso tanto. Penso che il Pd abbia sottovalutato Renzi e la sua aggressività. Se uno parte rottamando, dove vuoi che arrivi? Matteo, se lo lasci correre, corre e non si guarda indietro».

Però questo significa che strategicamente Renzi è un genio…
«Ha coraggio politico ma è tutelato da solidi equilibri. È ben attento a non urtare i poteri costituiti del Paese. Poi è stato abilissimo a trasmettere una carica di energia e novità. Ma anche lui, come chi lo ha preceduto, è incapace di essere risolutivo, solo che è bravo a nasconderlo».

A Milano il modello di sinistra unita funziona: è la prova che renziani e minoranza Pd possono governare insieme in armonia e con successo?
«Milano non è un modello politico. È una città che si sviluppa sul portato di anni di buona amministrazione ma contrariamente ad altre epoche non produce nulla a livello nazionale. Quello che accade nella sinistra milanese non esce dalla cerchia dei Navigli».

Cosa succederà il 4 dicembre?
«Si sbloccherà il quadro politico. Se vince il “Sì”, Renzi non cambierà la legge elettorale e forzerà per andare al voto prima possibile con il super premio di maggioranza dell’Italicum. Allora la minoranza Pd si troverà in una situazione molto critica, perché il premier guarderà ancora di più al centro e a destra».

Sta tendendo la mano a Bersani e compagni?
«Tendo la mano a tutti quelli disposti a merttersi in discussione, ma lo schema che ho in testa non è quello classico orizzontale, e francamente datato, di una sinistra a sinistra del Pd. Bisogna essere verticali, parlare di contenuti».

E se vince il “No”?
«Non sono Kissinger e non mi atteggio a fine politologo, ma con un “No” la partita politica si riapre. Credo che Franceschini abbia pronte già due o tre soluzioni di governo».

Sempre larghe intese sono…
«Sì, ma prodromiche a un totale stravolgimento del quadro politico. Non credo che Salvini e Meloni riusciranno a restare a lungo con Berlusconi: le divisioni su Europa, euro e immigrazione sono profonde. E a quel punto il Pd che fa? Va con Verdini e Alfano e rinuncia a tutto il suo patrimonio politico e di idee, regalandolo a Cinquestelle, Lega e altri, o ritrova la sua identità e chiude con la stagione renziana?».

Semplifichiamo: lei era alla presentazione della riforma costituzionale di D’Alema e Quagliariello. Strana coppia, cos’hanno in comune?
«È una domanda che avrebbe potuto farmi la Boschi. Ma io gliela rivolto: a me colpisce che tante persone, e così diverse, siano contrarie alla riforma. All’inizio Renzi si vantava del suo trasversalismo come di un valore, ora il trasversalismo è un valore degli anti-renziani».

D’accordo, però lei sedeva con Pomicino, Dini, Fini, Brunetta: non è un'ammucchiata alla quale dovrebbe essere allergico?
«Il fronte del “No” l’ha creato di fatto Renzi, facendo una riforma costituzionale da solo con Alfano, in un circolo chiuso, come fa tutto. Dovrebbe essere lui impressionato dalla massa critica che ha contro».

Circolo chiuso? La sensazione è che l’Italia stia con Renzi più che con Pomicino, Fini o lei…
«L’Italia fatica a capire uno schema così confuso, lo capisco».

Cosa ne pensa della manovra finanziaria?
«Il governo manca di visione economica e politica, naviga a vista cercando di fare quello che può. Tanto le tasse è impossibile tagliarle e la spending review non si fa. È una manovra che non imprime lo choc che servirebbe, sono solo un sacco di soldi sprecati. Sbagliate, ma aveva più idee Monti».

Cosa non le piace di questo governo in economia?
«L’approccio. Non si spinge la crescita con i bonus, dando 500 euro a un diciottenne a prescindere dal reddito dei genitori. E non ci si può dire di sinistra se si pagano i lavoratori con i voucher, privandoli di un futuro previdenziale. Anche la leva fiscale è distribuita male: niente tasse sulla prima casa a prescindere dal reddito. Lo faceva Berlusconi, ma erano altri tempi».

Allora è vero che Renzi è come Berlusconi?
«È filologicamente berlusconiano ma quando c’era Silvio i tempi erano diversi e certe cose ce le si poteva permettere».

Niente di nuovo, Renzi fa una politica da diccì di sinistra…
«Calma, nella Dc c’era anche del buono. C’erano un’idea solidale di Paese e un forte spirito sociale».

Ci sarà almeno un ministro che le piace nel governo?
«I Pantheon non mi piacciono. Un politico che apprezzo è il premier canadese Justin Trudeau».

Il premier più sexy al mondo. Ma non vale: il Canada riuscirebbe a governarlo pure un bimbo…
«Seguo il conflitto tra il ministro Orlando e il premier per riformare la giustizia e sono curioso di vedere come finirà dopo il referendum».

Se salta Renzi potrebbe prendere in mano lui il Pd…
«Se come dice lei salta Renzi, si deve riparlare di tutto. Ma questo non lo scriva per scaramanzia…».

di Pietro Senaldi
@PSenaldi

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

Commenti all'articolo

  • RULI5646

    24 Ottobre 2016 - 11:11

    Egr. Civati, non è per essere polemico ad ogni costo ma mi corre l' obbligo di precisare che prima dell'era renziana il suo il suo prezioso e "onesto" PD faceva decisamente più schifo di F. I. con Berlusconi a capo. Il vostro DNA BOLSCEVICO, con tutto ciò che esso comporta (arroganza, dittatorialità, disonestà, occupazione senza vergogna di ogni posto di potere etc etc) è molto peggio di 1000 B.

    Report

    Rispondi

  • frabelli

    24 Ottobre 2016 - 11:11

    Sentire Civati e sentire nessuno, è meglio nessuno.

    Report

    Rispondi

blog