Cerca

L'intervista di Pietro Senaldi

Giorgio Gori: "Il centrodestra come lo conosciamo è finito per sempre"

Giorgio Gori: "Il centrodestra come lo conosciamo è finito per sempre"

Sindaco, con lei è inevitabile che si inizi parlando di tv… «Ma io ormai non c' entro più nulla, neanche riesco più a guardarla».
Diciassette anni a Mediaset, 10 da direttore di Canale 5 e poi imprenditore e produttore televisivo: non può sottrarsi… «Lo so: quando andai a conoscere Renzi, incuriosito dal giovane rottamatore, io volevo parlare di politica, lui non faceva che chiedermi di tv».

La tv è ancora così importante nell' orientare il consenso?
«È il mezzo che raggiunge più persone, ben più dei social o dei giornali. Anche se poi non è detto che la gente si faccia orientare».

La Rai di Renzi inanella flop…
«È in corso un tentativo di cambiare l' informazione pubblica ma non è semplice trovare nuove forme e linguaggi».

Per questo lei ha abbandonato quel mondo?
«No. L' ho lasciato perché a me piace cambiare e perché volevo interessarmi di politica».

Che suggerimenti dà alla nuova direzione Rai?
«Di continuare a provare».

Ma intanto io pago il canone…
«Anni fa proposi di separare nettamente le due mission della Rai: da una parte il servizio pubblico, finanziato dal canone, e dall' altra la programmazione mirata agli ascolti, sostenuta dalla sola pubblicità. Finché la Rai manterrà questa struttura ibrida, sarà sempre criticabile».

Non è meglio privatizzarla?
«Una volta divise le mission, i canali di natura commerciale si possono privatizzare».

Cosa ne pensa de La7, la tv dei talk e dei giornalisti?
«I talk nascono da scelte di risparmio. Tiravano quando c' era Berlusconi e si inscenava lo scontro. Oggi il panorama politico è più frastagliato, si adatta meno a rappresentazioni teatrali e il genere ne risente».

Le tv private che fanno informazione meriterebbero una parte del canone?
«Non sono contrario a dare loro un canone legato a un contratto di servizio, ma ogni ipotesi di riforma si scontra con l' ostacolo insormontabile degli interessi di Mediaset, cui preme che non si tocchi nulla».

Cosa pensa del riaffacciarsi del Cavaliere sulla scena politica?
«C' è ancora un elettorato moderato che si identifica nella rivoluzione liberale promessa da Berlusconi nel '94. Non credo però che a 80 anni lui possa rappresentare il futuro del Paese, anche se nessuno per ora ha il suo carisma nel centrodestra».

Parisi?
«Una delle molte personalità che Silvio promuove, salvo poi pentirsi. Non ha un mandato chiaro e condiviso. Questo lo rende fragile».

A Padova Forza Italia ha fatto cadere la giunta del sindaco leghista Bitonci: il centrodestra si dividerà come sostengono in molti?
«La Lega era in calo ma adesso Salvini si è ringalluzzito per la vittoria di Trump. Credo che sia sempre più difficile la conciliazione tra la destra liberale berlusconiana e la destra populista e urlata di Salvini e Meloni. Mi pare ci sia una divaricazione netta».

La vittoria di Trump avrà repliche in Europa?
«In Europa soffia un forte vento nazionalista, che si è già espresso con il voto inglese in favore della Brexit. C' è un rischio Le Pen in Francia e Hoffer in Austria. Trump è la spia del sentimento di incertezza e dello scontento di vaste fasce della popolazione ma è pur vero che ogni Paese fa per sé. Dopo la Brexit ci si aspettava una crescita di Podemos, invece calò».

Ormai la sinistra protegge la finanza e agli operai ci pensa la destra: per questo Trump ha vinto?
«Non è così. Credo che non fosse buona la candidatura democratica. La Clinton impersonava familismo e continuità dell' establishment».

Su Putin ha ragione Trump o ce l' avevano Obama e la Clinton?
«È un errore isolare la Russia. Certo, i limiti alla libertà che Putin impone sono evidenti ma è indubbio che in Siria abbia impresso una svolta alla lotta contro l' Isis».

Alcuni sostengono che il leader russo sia il baluardo della cristianità contro l' islam…
«Curioso, ma è segno che i tempi cambiano. Il tema è complicato. Si sono ribaltati i regimi di Saddam e Gheddafi in nome della democrazia e il risultato è che si sono destabilizzati il Medio Oriente e il Nord Africa, aprendo la strada a conflitti sanguinosi e alla nascita dell' Isis. Forse non sono state scelte lungimiranti».

Renzi dice di voler allargare il consenso a destra: come mai l' operazione al momento è fallita?
«Diciamo che è riuscita solo in parte. È difficile dare del comunista a Renzi ma non è facilissimo per un elettore storicamente di destra mettere la croce sul Pd. C' è un pregiudizio pluridecennale da smontare, l' Italia viene da decenni di scontri ideologici, prima tra Dc e Pci, poi intorno alla figura di Berlusconi».

Forse al premier riuscirebbe più facile farsi votare dagli elettori berlusconiani sotto insegne diverse da quelle del Pd?
«Fin dagli inizi della sua scalata Renzi ha sempre escluso la possibilità di dar vita a un partito diverso, e oggi non avrebbe alcun senso, visto che il segretario ha conquistato una larga maggioranza del Pd dopo uno scontro durissimo con la vecchia dirigenza. La componente critica "a priori", con tutto il rispetto, non arriva neppure al 15%. C' è una sinistra del partito, penso al ministro Martina, ex bersaniano di ferro, fortemente impegnata per il Sì al referendum».

Venduti, dice la minoranza…
«Non si può sempre mettere in discussione l' onestà intellettuale di chi la pensa diversamente; e poi sono loro ad aver cambiato idea dopo aver votato in favore della riforma».

Il Pd è destinato a spaccarsi come il centrodestra?
«Si dà troppa importanza alle divisioni del Pd: la frattura ha più visibilità sui giornali e in televisione che all' interno del partito».

Lei aiutò molto Renzi all' inizio, poi i rapporti si sono raffreddati: il premier la teme?
«Sciocchezze. I rapporti sono buoni, ognuno fa il suo mestiere».

Lo scontro sul referendum è un pretesto della vecchia classe dirigente per non cedere gli ultimi scampoli di potere?
«Il contenuto della riforma stava nel programma del Pd dalla sua nascita, e prima ancora in quello del Pds e dei Ds; i ragionamenti di chi nel Pd oggi è contro la riforma sono francamente difficili da seguire».

L' errore è stato dire che se ne sarebbe andato in caso di sconfitta: ha trasformato il voto in un plebiscito pro o contro di lui…
«Col senno di poi è stato un errore dire "se perdo me ne vado". Ha fatto percepire il No come un voto di cambiamento, mentre è di conservazione, ma l' errore è stato corretto. Quanto alla personalizzazione, ci sarebbe stata in ogni caso: cosa altro tiene insieme Grillo, Salvini, Il Fatto e De Mita se non l' essere contro Renzi?».

Con la nuova riforma lei potrebbe planare in Senato?
«In teoria. Ma c' è solo un posto per Regione e si è già prenotato il sindaco di Milano, il mio amico Beppe Sala».

Lei potrebbe essere il prossimo candidato della sinistra alla presidenza della Regione, come si vocifera sempre più insistentemente?
«Alle scorse regionali il Pd ha dovuto cercare fuori dal perimetro del partito un candidato. Ora mi pare ci siano diversi uomini all' altezza della sfida, che sarà molto difficile».

Con tutti i lavori che ha cambiato non vorrà farmi credere che si ferma a sindaco di Bergamo?
«Cambiare ti rigenera perché ti costringe a imparare cose nuove, ma è vero che sono qui da solo due anni e mezzo, non è molto. E il sindaco è un bellissimo lavoro».

Cosa farebbe se fosse al Campidoglio al posto della Raggi?
«Roma è una città complicatissima. I poteri ordinari della politica. sono limitati, soprattutto quando ci sono così tanti poteri di rendita e incrostazioni. Ne servirebbero di speciali, almeno per bonificare la situazione».

Renzi è accusato di fare una politica orientata solo al consenso...
«Non conosco politici che lavorino per il dissenso. Penso che il premier si sforzi di contemperare le esigenze di consenso con un' attenzione per le questioni rilevanti per il Paese, anche quando questo può risultare impopolare o rischioso. La battaglia sul milgioramento della Costituzione mi pare sia un buon esempio».

Le recenti intemerate anti Ue sono un puro lisciare i sentimenti antieuropeisti degli italiani…
«In Europa l' Italia ha sempre contato poco anche per l' instabilità dei nostri governi. È importante invece che conti di più e si faccia sentire. Sono per l' Europa ma sono state le politiche europee di esasperata austerità e scarsa attenzione verso i bisogni delle persone a far crescere i populismi. Si ha l' impressione che le istituzioni tecnocratiche di Bruxelles si siano poste al di sopra dei popoli e questo rende l' Europa più debole e lontana dai cittadini».

L' Italia avrebbe bisogno, come Roma, di un commissario: la Ue ce lo manderebbe volentieri…
«Non credo e comunque gli italiani di certo non lo vogliono. Sta di fatto che rilanciare l' economia con un debito che ogni anno genera 80 miliardi di interessi è oggettivamente complicato».

Già, ma il governo non fa che aumentarlo il debito, malgrado si sia in un periodo di interessi bassi…
«È la crescita che porta alla riduzione del debito. Ma senza investimenti l' economia non riparte».

La nostra crescita è la metà di quella europea e le sue previsioni sono sempre ritoccate al ribasso…
«Cresciamo meno, anche se cresciamo, perché abbiamo problemi di produttività che il governo sta cercando di risolvere».

Mi avevano detto che è fazioso, fin da che era giornalista…
«Ero un bravo giornalista».

Il suo ex direttore Feltri condivide il giudizio di merito ma sostiene che i suoi articoli pendessero un po' troppo a sinistra.
«Feltri carica il racconto ma un po' ci prende. Ho fatto politica da studente e ho iniziato a scrivere con le stesse motivazioni, con l' idea un po' romantica che raccontare la realtà potesse servire a migliorarla».

Poi sono arrivate tv e fiction…
«Carriere finite. Con il mandato di sindaco».

di Pietro Senaldi
@PSenaldi

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

Commenti all'articolo

  • eppesuig

    16 Novembre 2016 - 12:12

    Gori? Un altro "lanciato" da Berlusconi, assieme a Fini ,Alfano, Verdini ecc. ecc. Certo che Berlusconi è un gran "allevatore" di voltagabbana!

    Report

    Rispondi

  • rocc

    15 Novembre 2016 - 20:08

    Gori, sindaco di Bergamo, già socio ( e traditore) di Berlusconi, ora Pd e marito della Parodi, ha cambiato casacca molte volte... non è il massimo

    Report

    Rispondi

  • ernesto1943

    15 Novembre 2016 - 20:08

    un'altro oste che vende ciofeca con la pretesa di farci credere che solo la loro cantina ha il vino migliore.

    Report

    Rispondi

  • dom67

    15 Novembre 2016 - 19:07

    Gori c'è posto anche per te nel pd di renzi, sei fuori dal comune sentire della gente. A casa tutto l'establishment, compreso te che sai di vecchiume e di inciuci massonici.

    Report

    Rispondi

Mostra più commenti

blog