Cerca

L'intervista al sociologo

Luca Ricolfi: "Vi spiego perché la sinistra è ancora antipatica. La Boschi? Sopra le righe e incapace di ascoltare"

Luca Ricolfi

Nel 2005 Luca Ricolfi, sociologo classe 1950, pubblicò la diagnosi del grande male della sinistra italiana. Titolo: “Perché siamo antipatici? La sinistra e il complesso dei migliori”. È il libro che lo fece conoscere al grande pubblico. In sintesi: spocchia, complesso di superiorità morale, paura di usare parole chiare e conseguente abuso del linguaggio politicamente corretto rendono la sinistra indigeribile non solo alla destra, ma anche ai non schierati. Undici anni dopo, Oscar Farinetti manda un avvertimento all’amico Matteo Renzi: «Dobbiamo tornare a essere simpatici. Per vincere è fondamentale». Lo stesso Renzi ammette di essere «a volte cattivo, arrogante e impulsivo».

Professor Ricolfi, allora c’erano i Ds, guidati da Piero Fassino. C’era l’Ulivo di Romano Prodi e stava per nascere l’Unione. È passato più di un decennio e la sinistra renziana che comanda oggi è antropologicamente diversa da quella di allora. Perché siete ancora antipatici?
«Grazie del “siete”, visto che loro mi considerano ormai uomo di destra (per inciso: considero molto di destra l’attuale sinistra, e anche quella che l’ha preceduta). In realtà l’antipatia della sinistra si è molto attenuata, perché Renzi ha capito perfettamente (ed è uno dei meriti che gli va riconosciuto) che demonizzare gli elettori degli altri partiti è controproducente (il disprezzo lo riserva, semmai, ai compagni di partito dissenzienti). L’antipatia sopravvive come atteggiamento di superiorità morale delle persone di sinistra, ma nel ceto politico è parecchio regredita. Per quel che vedo, l’unico ambito in cui sopravvive intatta è sulle questioni dell’immigrazione, dove i nostri politici progressisti non esitano a spargere disprezzo verso chiunque non sia d’accordo con le politiche di accoglienza del governo Renzi-Bergoglio».

La presenza femminile dovrebbe servire ad ammorbidire i giudizi degli elettori, o almeno così pensava Silvio Berlusconi, che infatti ne ha promosse parecchie. Eppure i giudizi peggiori oggi gli italiani li riservano proprio alle ministre. Nei sondaggi sulla fiducia, le sei donne ministro sono tutte agli ultimi posti. È un pregiudizio sessista o c'è di più?
«Il sessismo non c’entra, il problema sono le caratteristiche delle ministre scelte da Renzi. Alcune sono incolori (Pinotti, Madia), altre sono algide ed invisibili (Mogherini), la ministrissima Maria Elena Boschi è un perfetto macho alfa: aggressiva, incapace di ascoltare, ossessivamente preoccupata di prevalere sull’interlocutore».

Il caso più interessante è proprio quello della Boschi. Popolarissima i primi tempi, adesso ha la fiducia solo del 12% degli elettori. Lei questo crollo come lo spiega? La vicenda di Banca Etruria è stata decisiva?
«No, secondo me Banca Etruria è questione troppo seria perché gli italiani se ne interessino. La mesta parabola di Maria Elena Boschi, a mio modesto parere, deriva soprattutto dal suo essere sempre sopra le righe. È troppo infatuata del governo di cui è parte e anziché trasmettere serenità trasmette ansia».

Quando ancora nessuno lo chiamava così, lei è stato il primo in Italia a fare sul serio il fact-checking, il controllo fattuale tra gli impegni presi da chi governa e i risultati realizzati, in economia e non solo. Come se la sta cavando Renzi?
«Difficile rispondere, perché i suoi maggiori successi sono anche i suoi veri fallimenti. Il suo più grande successo è aver dato un po’ di ossigeno alle famiglie italiane, attraverso gli 80 euro e la decontribuzione (cui si possono attribuire fra 100 e 200 mila posti di lavoro in più). Il problema è che queste due misure, combinate con le altre innumerevoli mance distribuite a destra e a manca, hanno ulteriormente sfasciato i conti pubblici: un danno di cui dovranno farsi carico i nostri figli e nipoti».

L’esecutivo sostiene di avere ridotto la pressione fiscale e la spesa pubblica.
«Anche accettando le stime del governo il bilancio è questo: fra il 2014 e il 2017 le spese della pubblica amministrazione (al netto degli interessi sul debito) aumentano di 22.1 miliardi di euro, mentre le entrate aumentano di 19.3 miliardi. In breve: più tasse e più spese, nessun risanamento di conti pubblici, anzi un lieve peggioramento dell’avanzo primario e un peggioramento significativo del rapporto debito/Pil».

Per Renzi il 4 dicembre tutto questo rischia di rivelarsi letale. I sondaggi dicono che gli italiani conoscono poco e male la riforma costituzionale e che molti di loro voteranno in base a ciò che pensano del premier. Dovesse scommettere un euro, su quale esito del referendum lo punterebbe?
«Se i sondaggi che vengono pubblicati non fossero già “aggiustati” per tenere conto del fatto che, nel clima attuale, è più imbarazzante dichiararsi per il Sì che per il No, direi che vincerà il Sì. Detto altrimenti, potrebbe andare come in America e con la Brexit, in cui i “deplorevoli” si sono rivelati solo nelle urne. Ma poiché i sondaggisti italiani sono astuti, e pubblicano sondaggi già aggiustati per tenere conto di questo effetto, direi che dovrebbe vincere il No».

E lei come voterà al referendum?
«Io non andrò a votare, per protesta per essere stato posto di fronte a due alternative così orribili: tenerci una Costituzione che palesemente non funziona, oppure sostituirla con una Costituzione che palesemente non funzionerà, e che in più ci terremo per un bel po’ di anni».

Ma è giusto che Renzi si dimetta se la riforma sarà bocciata?
«È un problema suo. Aveva detto di non essere come gli altri politici, e che se avesse perso avrebbe cambiato mestiere. Aveva ragione: se non vuole essere considerato come tutti gli altri, deve dimettersi. Se però pensiamo all’interesse del Paese, e non alla coerenza dell’uomo Renzi, la prospettiva cambia: per essere contento della caduta di Renzi aspetto che emerga un’alternativa meno disastrosa».

Comunque vada il referendum, la sorte del Pd pare segnata. Tra i renziani e la vecchia guardia, uno dei due gruppi è di troppo. Si prepara l’ennesima scissione a sinistra?
«Non penso, perché l’elettorato di matrice comunista è molto gregario: dall’adorazione di Bersani è passato in un battibaleno a quella di Renzi. Ciò permette all’amministratore delegato della “ditta”, chiunque egli sia, di avere sempre dietro di sé la maggior parte degli elettori. La scissione è una pulsione di schegge di ceto politico, spaventate dall’emarginazione o dal rischio di non essere rielette, e quindi è destinata ad attirare non più di un 15% dell’elettorato del “partitone”, comunque si decida di denominarlo».

Intanto le elezioni americane hanno fatto riemergere il razzismo etico della sinistra. Giorgio Napolitano, Fabrizio Rondolino e altri sono arrivati a mettere in discussione il suffragio universale, che evidentemente va bene solo quando vincono i beniamini della sinistra. Si aspettava reazioni simili?
«Sì, era già successo dopo la Brexit. Il lupo perde il pelo, ma non il vizio».

Chi sa essere simpatico è Pier Luigi Bersani. Dopo la vittoria di Trump ha detto a Renzi che “la mucca nel corridoio sta bussando alla porta. Ovunque, anche in Europa, c’è una nuova destra in formazione. Non è una destra liberista, è una destra della protezione”. È così? È il modello Trump il futuro della destra europea ed italiana?
«Forse la mucca bussa alla porta, ma il buon Bersani ha il paraocchi. Rispondere alla domanda di protezione non è un copyright della destra, ma è un imperativo per tutti: destra, sinistra, populisti. Anche Podemos e Syriza, Sanders e Corbyn, sono risposte alla domanda di protezione».

Una destra protezionista, antieuropea e putiniana in Italia c'è già. Non mi riferisco alla Lega, ma ai Cinque Stelle: se il futuro della destra è quello, Grillo ha tutte le carte in regola per esserne il nuovo leader.
«I populisti sono in pole position per un motivo molto semplice: intercettano sia la domanda di protezione economica (contro la globalizzazione) sia quella di protezione sociale (contro criminali, immigrati e terroristi). Destra e sinistra sono solo etichette, con cui si cerca di distinguere fra queste due domande di protezione».

Puntando su Stefano Parisi, Silvio Berlusconi sembra invece credere ancora nel centrodestra in versione “moderata” ed europeista. C'è futuro per un simile progetto?
«Temo di no. Non perché una riscossa delle forze europeiste di centro-destra sia impossibile, ma perché richiederebbe una nuova classe dirigente, più preparata e lungimirante di quella attuale. Una classe dirigente di cui, per ora, non vedo alcuna traccia».

di Fausto Carioti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

Commenti all'articolo

  • claudia42

    17 Novembre 2016 - 18:06

    I giovani virgulti renziani (maschi e/o femmine) che vediamo in continuazione nei talk show, hanno tutti in comune una grande arroganza, della serie "so tutto io". Prima o poi saranno seppelliti, si intende virtualmente, sotto la loro infinita boria.

    Report

    Rispondi

    • cane sciolto

      17 Novembre 2016 - 20:08

      Mi associo e condivido con claudia42, aggiungerei che questi compagni Arroganti e Presuntuosi, ma alla prima elezioni se perdono perderanno anche la poltrona dove sono seduti con quei culattoni, e poi sono dolori perchè faranno la fame sia per l'arroganza e sia che non sapendo fare altro!

      Report

      Rispondi

blog