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Il pallottoliere

Re Giorgio, uomo in missione:
tutti i numeri della fiducia

Napolitano deve trovare un accordo tra Pd e Pdl. L'alternativa? Spaccare i democratici. Ma un governo può nascere anche grazie all'uscita dei grillini

Giorgio Napolitano

Giorgio Napolitano

 

di Andrea Tempestini

Fuori Pier Luigi Bersani, scende in campo Giorgio Napolitano. Non è solo una questione di nomi, di figurine. Dopo l’esito fallimentare delle consultazioni condotte dal segretario del Pd cambia radicalmente la strategia per la formazione di una maggioranza. L’inseguimento ai grillini è finito, archiviato. La missione del Capo dello Stato è quella di dare un governo al Paese, e l’unica via percorribile è quella di un accordo tra democratici e Pdl. Il nodo da sciogliere è la maggioranza a Palazzo Madama, dove i 53 Senatori del Movimento 5 Stelle da assoluti protagonisti si trasformano in minoranza ininfluente ( o quasi). La “strategia” di Bersani è già storia: il problema ora è convincere il Pd, o pezzi del partito, ad accettare la convivenza con gli azzurri. Occhi puntati sul pallottoliere, dunque. La cifra magica resta sempre la stessa: 158 voti. In Senato sono 319 gli scranni occupati: 315 eletti, 4 senatori a vita. Giulio Andreotti da mesi non partecipa alle sedute, il presidente dell’emicilo Pietro Grasso per prassi non vota: fatti due semplici calcoli, si ottiene la maggioranza, 158 appunto.

La variabile del nome che vorrà spendere Napolitano - Amato? Cancellieri? Passera? - potrebbe mutare sensibilmente gli equilibri. Le uniche sicurezze per ora vengono dai numeri: il Pd conta 108 senatori più sette vendoliani nel Gruppo Misto, il Pdl ne ha eletti 91, la Lega Nord 16, Scelta Civica 20. Ci sono poi i 10 senatori del Gal (Grandi autonomie e Libertà, di cui sette transfughi dal Pdl, due dalla Lega e l’unico eletto con Grande Sud) e altri sette tra autonomisti sud-tirolesi e socialisti. Per semplificare il più possibile il ragionamento partiamo dal presupposto che Napolitano - mai così apprezzato dagli azzurri - convinca il Pdl ad accordare la fiducia al governo del presidente. A questi 91 voti aggiungiamo i 16 di una Lega Nord che vuole evitare il ritorno immediato alle urne (si pensi alle pur vaghe aperture di Maroni al Pd nelle ultime ore delle consultazioni). Il terzo contributo pressoché sicuro alla foramazione di un esecutivo è quello dei montiani. «Governo a tutti i costi», pregava il portavoce Andrea Oliviero. Difficile, dunque, che Re Giorgio non riesca a dirottare sul nome che estrarrà dal mazzo i 20 Senatori di Scelta Civica (più Mario Monti, senatore a vita). Al “mazzetto” aggiungiamo anche i 10 di Gal. Il parziale è di 138 voti. Al pallottoliere mancano 20 sfere, una cifra significativamente inferiore rispetto alle 36 che mancavano al “progetto” di Bersani.

Ora, un nuovo paradosso: sulla base di queste cifre - a cui andrebbe comunque sottratta una “dose” fisiologica di duri e puri, Pdl o Lega che siano, contrari a qualsiasi inciucio - è il Pd che deve essere convinto a votare la fiducia. In linea teorica per il varo di un governo bastano la ventina di senatori d’area renziana, capitanati da Andrea Marcucci. Napolitano, se non trovasse subito un nome in grado di  mettere subito d’accordo azzurri e democratici, potrebbe provare a infilarsi tra le correnti del Pd, forzarle, e  spaccare definitivamente il partito.

I numeri, certo, restano risicatissimi. Ma qui rientrerebbero in gioco i grillini, che dopo aver dimostrato a Bersani di non voler trattare con niente e nessuno potrebbero permettere il varo di un governo. Come? Uscendo dall’aula. Se abbandonassero il Senato il numero legale per la validità del voto crollerebbe da 160 a 133. A 134, invece, la quota di “sì” necessari. Cifre che consentirebbero con relativa tranquillità il varo di un esecutivo. Una situazione in cui Napolitano avrebbe raggiunto il suo obiettivo, mentre i pentastellati griderebbero all’inciucio Pd-Pdl (senza però tornare al voto, a cui il grande capo Beppe Grillo non ambisce).

 

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