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Gli identikit

L'esercito dei franchi tiratori:
ecco chi vuole affondare Marini

La candidatura dell'ex democristiano spacca il Pd. Ma nel Carroccio, tra i vendoliani e anche tra i montiani sono molti a non volerlo (e a votare "no")

L'esercito dei franchi tiratori:
ecco chi vuole affondare Marini

 

di Tommaso Montesano

E adesso occhi puntati sui franchi tiratori. Sulla carta il nome di Franco Marini è in grado di superare le forche caudine rappresentate dalla maggioranza dei due terzi dei grandi elettori per essere eletto presidente della Repubblica entro i primi tre scrutini. I pericoli, però, non mancano. E si annidano non tanto nel campo del centrodestra, visto che la Lega, al contrario di quanto sarebbe accaduto con Giuliano Amato, pare propensa a votare per l’ex presidente del Senato del centrosinistra. Seppur a partire dalla seconda votazione, visto che nella prima il Carroccio voterà per la leghista Manuela Dal Lago. 

A generare il thrilling è soprattutto la tenuta del centrosinistra, indebolito dalla guerra intestina che sta dilaniando il Pd. Come è noto, affinché ci sia la fumata bianca nelle prime tre sedute la Costituzione richiede la maggioranza dei due terzi del collegio elettorale. Collegio pari a 1.007 grandi elettori (deputati, senatori e delegati regionali). Quindi servono 672 voti per succedere a Giorgio Napolitano. Sulla carta, Marini può contare sui voti di Pdl (211), Lega (39), Scelta civica (67) e altre formazioni di centrodestra (19). Totale: 336 voti. I problemi cominciano quando si tratta di sommare i voti che si prevede arrivino dal centrosinistra. Se tutti i grandi elettori del Pd, pari a 424, votassero per Marini, i giochi sarebbero fatti. Perché l’ex presidente del Senato, anche senza i consensi di Sel di Nichi Vendola (45 grandi elettori) arriverebbe a quota 760 voti. Ai quali bisognerebbe sommare anche gli altri 29 voti delle altre formazioni progressiste. Per un bacino potenziale di consensi che raggiunge quota 789. Ossia 117 in più rispetto alla soglia minima richiesta.

Il guaio per Marini è che il Pd, nonché l’intera galassia di centrosinistra, sono tutt’altro che un monolite. Intanto bisognerà tenere conto della cinquantina di delegati vicini a Matteo Renzi. Il sindaco di Firenze, infatti, ha confermato la bocciatura della candidatura dell’ex segretario generale della Cisl. Poi bisogna considerare l’attrattiva che è destinata fatalmente ad esercitare sulla componente più a sinistra del Pd, una ventina di grandi elettori, la candidatura di Stefano Rodotà, sostenuto dai 162 delegati del Movimento 5 Stelle. Per non parlare del mal di pancia della dozzina di elettori riconducibili a Romano Prodi.

Morale della favola: i dissidenti anti-Marini, solo nel campo del centrosinistra, potrebbero essere una novantina. Restringendo così  il margine di sicurezza a tutela della candidatura dell’ex presidente del Senato. Al quale, però, paradossalmente potrebbe essere d’aiuto una parte dei 45 delegati di Sel, finora tenuti fuori dal conteggio visti i ripetuti inviti rivolti da Nichi Vendola al Pd a sostenere Rodotà. Non è detto, infatti, che tutti i rappresentanti di Sel decidano di tradire la coalizione di centrosinistra abbracciando la candidatura dei grillini. In questo caso, per Marini la strada verso il Quirinale sarebbe spianata.

 

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