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Il dubbio

Il dilemma di Renzi:
prendersi il partito
o rifugiarsi a Firenze?

L'amicizia con Letta costringe Matteo a cambiare i piani: se il governo dura meno di un anno correrà per la segreteria, altrimenti meglio il bis "tattico" a Palazzo Vecchio

Matteo Renzi

Matteo Renzi

 

di Elisa Calessi
@elisacalessi

Dovrà aspettare il prossimo turno. E a dirla tutta, ragionano i renziani nel giorno in cui Giorgio Napolitano dà l’incarico a Enrico Letta, è persino meglio per il sindaco di Firenze. Così, sfumata l’ipotesi di guidare il governo, Matteo Renzi non rischia di bruciarsi, vittima di un esecutivo che promette molti oneri e ben pochi onori.  In più il fatto che ad averlo stoppato sia stato proprio Silvio Berlusconi, osservano i suoi, si spera che gli servirà a fargli perdonare, nel popolo di sinistra, quel famoso pranzo ad Arcore che ancora gli viene rinfacciato.

Di certo, però, se il governo Letta nascerà, i piani di Renzi dovranno cambiare. Ed è di questo che ieri si discuteva nel giro più stretto del sindaco di Firenze. Tanto per  cominciare non si sa quanto durerà questo esecutivo. E a seconda dei tempi dovranno cambiare anche le mosse del sindaco 38enne, che oggi è in cima a tutti i sondaggi per gradimento. Dalla durata dell’esecutivo dipenderà quando il  sindaco di Firenze potrà candidarsi di nuovo a premier. Ma il tempo in politica non sempre gioca a favore. Già prima di allora, del resto, Renzi dovrà calibrare con attenzione il suo atteggiamento nei confronti del nuovo inquilino di Palazzo Chigi e della sua squadra. Se Giorgio Napolitano avesse affidato l’incarico a Giuliano Amato, il sindaco-rottamatore avrebbe potuto replicare lo schema già sperimentato con il governo Monti: sostenerlo, dimostrando così di avere senso di responsabilità, ma smarcarsi di fronte a scelte considerate sbagliate. Con Letta premier sarà più difficile questo gioco. Intanto perché «Enrico» non è un nome tra i tanti, ma è il vicesegretario del partito di cui fa parte anche Renzi. In secondo luogo perché tra lui e Matteo c’è un rapporto di vera amicizia e stima, oltre che una comune provenienza politica e sintonia di idee: entrambi sono stati nella Margherita e tutti e due condividono una visione progressista di stampo liberal, alla Blair. Proprio durante le primarie del centrosinistra, nonostante Letta  fosse schierato con Bersani, Renzi è stato ospite dell’associazione «Vedrò», creatura del premier ora incaricato. E alcuni degli uomini più vicini a Letta hanno guardato con molto interesse al sindaco di Firenze, anche partecipando ad alcune edizioni della Leopolda, l’appuntamento annuale del rottamatore. 

Letta, dal canto suo, ha tutto l’interesse di coinvolgere in qualche modo Renzi in questa non facile avventura a Palazzo Chigi. Non a caso ieri mattina, nel primo discorso all’uscita dal colloquio con Napolitano, ha voluto pubblicamente tributargli stima e ringraziarlo, così come ha fatto con Giuliano Amato.  Quasi una proposta di coinvolgimento. Ma Renzi non si farà cooptare. Nemmeno nel governo dell’amico. Per tutta la campagna delle primarie ha promesso che non avrebbe accettato, in caso di sconfitta, alcuna poltrona di risarcimento. E che non sarebbe mai andato a Palazzo Chigi, se non dopo una legittimazione elettorale. Accettare di fare il ministro significherebbe tradire queste promesse. Piuttosto, si dice, indicherà alcuni dei suoi uomini. In pole position ci sono Graziano Del Rio e Sergio Chiamparino

L’altro grande rischio che Renzi corre è  che, se il governo decolla, la stella di Letta cresca. A quel punto l’ex enfant prodige del centrosinistra potrebbe ambire a presentarsi candidato premier alle prossime elezioni, bruciando il sindaco e aprendo un duello fin qui imprevisto. Molto dipende dalla durata di questo governo. Se andrà avanti per due o tre anni, veleggiando in buone acque, la situazione si complica. Per non logorarsi, Renzi dovrà rimanere un passo indietro, sparire dai giornali e dalle tv, ritirarsi a Firenze, magari prendendosi la presidenza dell’Anci, nel caso in cui Del Rio, che ora la presiede, faccia il ministro. Dovrà valutare, poi, di ricandidarsi a sindaco di Firenze per un secondo mandato, visto che scade il prossimo anno. Il che significa rinviare ulteriormente i tempi di un impegno nazionale.

Se, invece, il governo Letta non dovesse superare l’anno di vita, magari incagliandosi dopo l’estate per colpa dei veti dei partiti, allora Renzi potrebbe accettare la sfida che finora ha rifiutato, cioè correre per la segreteria del Pd. «Se si va a votare l’anno prossimo, gli conviene prendersi il partito e poi da lì puntare al governo», osservano nel suo entourage. Al di là delle incognite l’elemento positivo, è ancora il ragionamento che si fa tra i suoi, è che l’incarico a Letta produce un «salto generazionale» nel Pd. Il gruppo dirigente formato dai «ragazzi del ‘68» è definitivamente tramontato. La mano passa ai 40enni. D’ora in poi si apre una nuova stagione. Paradossalmente proprio grazie all’ottantenne presidente della Repubblica si compie definitivamente, nel Partito democratico, quella rottamazione che Renzi aveva solo iniziato.

 

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