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Copertura cercasi

Il programma di Letta
costa 30 miliardi
dove li prendiamo?

Enrico Letta visto da Benny

 

Sandro Iacometti

Solo lo stop all’Imu e il reddito minimo pesano dai 9 ai 14 miliardi. Mettendo sul piatto il resto si può tranquillamente arrivare fino a 30 miliardi. Nel tentativo di raccogliere il consenso più ampio possibile il neo presidente del Consiglio, Enrico Letta, si è lasciato un po’ prendere la mano e ha messo sul tavolo una quantità di buone intenzioni ben più sostanziosa di quella che il fragile equilibrio dei conti pubblici è in grado di sostenere. Anche perché se le voci di spesa abbondano, di coperture, finora, non se n’è vista traccia.

La stella polare del discorso programmatico del nuovo premier è il rispetto degli impegni europei sui livelli di indebitamento. «L’architrave dell’esecutivo», dice Letta davanti all’Aula di Montecitorio, «sarà l’impegno a essere seri e credibili sul risanamento e la tenuta dei conti pubblici». Subito dopo, però, parte il lungo elenco di riforme annunciate. A partire dal fisco, punto su cui il Pdl ha condizionato il suo sostegno al governo. La riduzione delle tasse «senza indebitamento», spiega Letta, «sarà un obiettivo continuo e a tutto campo». Il premier parla di defiscalizzazioni per «il lavoro stabile» e i «giovani neoassunti», ma il piatto forte sono le politiche fiscali sulla casa. Letta annuncia incentivi per le ristrutturazioni, agevolazioni su affitti e mutui per le giovani coppie. Poi, il colpaccio: stop al pagamento dell’Imu sulla prima casa previsto per giugno «per dare il tempo a Governo e Parlamento di elaborare insieme una riforma complessiva che dia ossigeno alle famiglie». Non è finita. Il neo premier ormai corre a briglie sciolte. Ed elenca, nell’ordine, il pagamento dei debiti della Pa, l’allentamento del Patto di stabilità interno, la rinuncia all’inasprimento dell’Iva, l’aumento delle dotazioni dei fondi per le Pmi e per i mutui, il rifinanziamento della Cig in deroga, il rinnovo dei contratti dei precari della Pa. Non contento, Letta promette anche «la soluzione strutturale dei lavoratori esodati». La ciliegina finale riguarda la riforma del welfare. Il modello tradizionale, spiega Letta strizzando l’occhio a vendoliani e grillini, non funziona più, serve «un cambiamento radicale». A questo proposito, «si potranno studiare forme di reddito minimo, soprattutto per famiglie bisognose con figli».

Sulla carta le prospettive sono paradisiache. Meno tasse, più benessere. Il libro dei sogni, però, costa assai. Numeri alla mano, solo per disinnescare la mina fiscale estiva servono 6 miliardi, 4 per bloccare l’Imu sulla prima casa e 2 per evitare l’aumento dell’Iva dal 21 al 22% fino a dicembre. Sempre prima dell’estate arriverà la scadenza dei 150mila contratti dei precari della Pa, il cui rinnovo costerà circa 1 miliardo. Stesso discorso per la cassa integrazione in deroga. Per coprire il periodo da giugno a dicembre servirà almeno un altro miliardo. 

Meno immediati, ma non meno onerosi, gli altri impegni elencati dal premier. A cominciare dal reddito minimo, le cui stime, a seconda delle versioni, oscillano dai 5 ai 10 miliardi. Per salvaguardare gli esodati da qui al 2019 (quando entrerà a regime la riforma Fornero) serviranno, invece, oltre ai 9 miliardi già stanziati, dai 5 ai 6 miliardi. Altri 1-2 miliardi sarebbero infine necessari per finanziare gli sgravi fiscali sul lavoro e le agevolazioni sulla casa. Il governo, poi, al di là dei punti toccati da Letta, dovrà comunque fare fronte ad una serie di scadenze indifferibili, tra cui il rifinanziamento delle missioni di pace e i contratti di servizio (1 miliardo). L’ultimo miliardo servirà a dicembre per scongiurare la maggiorazione prevista dalla nuova Tares. Il tutto, euro più euro meno, fa circa 30 miliardi. Dove troverà il governo i soldi necessari? Nessuno lo sa. L’unico passaggio di Letta che può ascriversi alla voce «maggiori entrate» è l’accenno ad «una ferrea lotta all’evasione», che andrà però coniugata «con un fisco amico dei cittadini, senza che la parola Equitalia debba provocare dei brividi quando viene evocata». Troppo poco per fare la cassa necessaria. La speranza di Letta, più probabilmente, è quella di riuscire a strappare un apertura di credito in sede europea. Solo con un robusto allentamento dei vincoli di bilancio il premier può immaginare di avviare almeno una parte delle riforme annunciate. Non è un caso che, ancor prima di incassare la fiducia in casa, Letta stia pensando a come ottenere quella in trasferta. Il pellegrinaggio parte oggi, con un vertice a Berlino con Angela Merkel. La missione prosegue poi domani e giovedì, quando il premier vedrà il presidente del Consiglio Ue Herman Van Rompuy e quello della Commissione, Jose Barroso. In mezzo, ma è ancora da definire, ci dovrebbe essere lo spazio per una scappata a Parigi da Francois Holland. 

twitter@sandroiacometti

 

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Commenti all'articolo

  • sentinella f

    06 Maggio 2013 - 23:11

    no a nuove poltrone, studi, mobili, auto, apri ombrelli, portaborse, stendi tappeti, apri giornale, gioielli, camere, droghe varie, escort, mercedes, gigolò, fricchettoni, vendolini e fassinini.

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  • alejob

    02 Maggio 2013 - 13:01

    Prima di tutto non pensiamo al reddito minimo garantito, è una stronzata, tutti quelli dei centri sociali non lavorerebbero più. Secondo, i soldi che mancano per fare le cose che si devono fare, per il bene del paese, si chiedono agli evasori. E' mai possibile che al governo non siedano delle persone intelligenti.

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  • ubidoc

    ubidoc

    02 Maggio 2013 - 07:07

    Da Silvio.

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  • Liberopensatore1950

    01 Maggio 2013 - 14:02

    Manca il Minsitero per l'Unità d'Italia nel quale si possa assicurare equità, uguaglianza, rispetto delle Leggi e dei Regolamenti, insomma: quel che si fa a Trento, dev'essere possibile a Palermo, nel caso in una delle due Città, non lo fosse, significa che non c'è uguaglianza dei diritti e, per questo, sarebbe interessante comprendere come si possa creare un Ministero per l'integrazione quando esiste ancora risentimento, per non dire peggio, fra nord e sud reciprocamente. Ciò non significa negare diritti, ma sarebbe folle aprire i portoni al mondo intero quando ancora fra nord e sud si sente ancora dire: terrone o polentone. Ciò anche in considerazione del federalismo che fa sorridere quando si apprende che in Italia ci sono campi d'addestramento per la Jhad Islamica. Ormai l'Italia, l'Europa, il Mondo intero, sono su di una miccia accesa che nessuno intende spegnere, anzi: alimenta con la disuguaglianza derivante dal riconoscere diritti a chi appare..., per negarli agli invisibili.

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