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Travaglio, Ingroia e Borsellino jr
I creatori (impuniti) di Ciancimino

Come è possibile che Massimo sia testimone-chiave nel processo trattativa Stato-mafia benché sia imputato nello stesso processo

Filippo Facci visto da Benny

Sarebbe tempo che i creatori mediatici e giudiziari di Massimo Ciancimino pagassero qualche scotto, perché un personaggio del genere non si è certo inventato da solo. Qualche risposta da Antonio Ingroia e Marco Travaglio e Salvatore Borsellino - se è lecito aspettarsi coerenza da personaggi del genere - andrebbe comunque pretesa. Il figlio di Vito, ex sindaco mafioso  di Palermo, ieri è finito di nuovo in galera per associazione per delinquere e per evasione fiscale (sciocchezze, 30 milioni di euro). Stavolta è successo a Bologna, città della moglie, la simpatica e fedele Carlotta. Con Ciancimino sono finite dentro otto persone più quattro ai domiciliari, e gli episodi contestati sono decine. Non ci perderemo, ora, nei meandri del Ciancimino «trader di acciai» più altre declinazioni a delinquere, compresi i suoi eventuali rapporti - non riconosciuti dal gip, per ora - con la mafia calabrese e in particolare con la cosca Piromalli. 

Qui interessa comprendere come sia possibile che un personaggio del genere risulti essere un testimone chiave del processo «trattativa Stato-Mafia» benché figuri anche imputato nello stesso processo per calunnia e per concorso in associazione mafiosa. Interessa comprendere come possa essere tollerato che Ciancimino, durante il processo inaugurato lunedì, non sedesse tra gli imputati bensì tra il pubblico delle «Agende rosse» capitanate dallo stentoreo Salvatore Borsellino, professione fratello, mentre un gruppo di ebeti gridava «fuori la mafia dallo Stato» riferito a Nicola Mancino; questo nonostante su Ciancimino ridondino certezze mentre su Mancino, accusato solo di falsa testimonianza, non ci sia praticamente niente. 

Uno come Ciancimino, che non è ’sto demonio ma può far danni formidabili, non diventa una star dell’antimafia da solo, e non circola solo per propria iniziativa con una scorta nutritissima che persino il prefetto di Palermo aveva invano cercato di togliergli. Uno così non si invita da solo ai talkshow e in particolare a quelli di Santoro, non si convoca da solo al Festival dell’Unità, e a Cortina, e all’hotel Brufani di Perugia per partecipare al Festival del giornalismo e presentare un libro che «riscrive la nostra storia», disse. 

Da solo, forse, Ciancimino può aver ritoccato il documento che già lo spedì in carcere nel tentativo di «mascariare» l’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro: ma qualcuno, per altre cose,  una mano deve avergliela data. Antonio Ingroia ha scritto un libro imbarazzante in cui diceva: «Ho capito subito che Ciancimino era di tutt’altra pasta... oggi è arrivato a diventare quasi un’icona dell’antimafia». È lo stesso Ingroia che nell’introduzione de «Il quarto livello», libro di Maurizio Torrealta, scriveva che «le ricostruzioni e interpretazioni sul Quarto livello derivano tutte dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino... mi sono occupato e mi occupo professionalmente della valutazioni delle sue dichiarazioni». Perfetto, le dichiarazioni: Massimo Ciancimino in oltre quattro anni ha fatto dichiarazioni che hanno sputtanato uomini e galantuomini, centellinato accuse sull’universo mondo - da Berlusconi alla strage di Ustica, dalla cattura di Riina alla latitanza di Provenzano, da Milano 2 a Dell’Utri al caso Moro - e non ha risparmiato altri uomini delle istituzioni come il generale Mario Mori e l’ex procuratore nazionale Pietro Grasso. La procura di Caltanissetta, assieme al resto del mondo, l’aveva capito da un pezzo che Ciancimino era uno sparaballe matricolato: sta di fatto che lui, a Caltanissetta, si è sempre avvalso della facoltà di non rispondere, mentre a Palermo (cioè da Ingroia) ha continuato a straparlare come sempre. Ha continuato, cioè, a riempire dei verbali che qualcuno cerca disperatamente di salvaguardare perché altrimenti crollerebbe un castello giudiziario già in disfacimento: «Non è detto che Ciancimino abbia mentito su tutto», ha scritto più volte l’addetto stampa di Ingroia, Marco Travaglio. Come a dire: mica possiamo ammettere che da anni accreditiamo delle cazzate. Mica possiamo ricordare che Ciancimino è il testimone che ha dato l’input alle prime indagini sulla trattativa. Mica possiamo ricordare che Ciancimino figura come erede dell’immenso tesoro accumulato dal mafioso Vito, suo padre. Mica possiamo ricordare la telenovela del «signor Franco» o «Carlo», sorta di agente dei servizi segreti che per anni avrebbe collegato suo padre ai piani alti dello Stato. Mica possiamo ricordare che Ciancimino è pure imputato per i candelotti di tritolo che furono trovati nel giardino di casa sua. Mica possiamo ricordare. E infatti nessuno ricorda: Ingroia ha altri problemi, Travaglio pure, altri telefonisti del Fatto tacciono, a difendere Massimo Ciancimino restano personaggi dello spessore di Salvatore Borsellino.

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Commenti all'articolo

  • imahfu

    02 Giugno 2013 - 08:08

    Da Lì, comne per i serpenti si trae l'antidoto. Deve essere triste la tua vita. Ti auguro sia migliore !

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  • imahfu

    01 Giugno 2013 - 19:07

    Serve alla giustizia cio' che dice, dopo aver verificato e trovato conferme alle sue confessioni. E' evidente che cerca una contropartita alla collaborazione ma c'é anche, pere lui, da salvarsi su altri fronti. Tuttavia dalle sue parole sono uscite bugie e qualche verità. Non é elemento che non possa servire.

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  • honhil

    30 Maggio 2013 - 16:04

    Forse farebbe bene ad espletare per intero il suo pensiero, l’animatore del Movimento Agende Rosse. Chi, secondo lui, c’è dietro l’arresto di Ciancimino? E chi tra magistrati e politici lo vogliono morto? Perché spogliato dalla reticenza residua è questo che vuole dire. O no? Sia chiaro. E’ arrivata l’ora che tutti, ma proprio tutti, escano finalmente dalle fitte ombre di una complicità difficile da capire a questo punto. Sia che si tratti di segreti di Stato o di amicizie inconfessabili. Forse l’enigma Ciancimino potrebbe essere finalmente svelato. Forse. Perché non è detto che lo sia. Nel Paese dove l’albero del “ma” è sempre carico, ce n’è sempre uno che viene raccolto all’ultimo momento e portato sulla tavola già imbandita.

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  • honhil

    30 Maggio 2013 - 16:04

    A creare disarmonie. Così il “Ma c’è di più: successivamente (dopo cioè aver condotto le trattative con l’inquilino di Palazzo Chigi e del Quirinale di allora, dicono i bene informati alla Salvatore Borsellino)la trattativa avrebbe percorso altri “canali”, come quello di Marcello Dell'Utri, ritenuto anello di congiunzione tra Cosa nostra e Silvio Berlusconi, che appena due anni dopo le stragi sarebbe diventato presidente del Consiglio.“ La mafia, insomma, nell’antro di una fattucchiera, dà un’occhiata alla sfera di cristallo, vede che da lì a due anni Berlusconi sarebbe arrivato a Palazzo Chigi e provvede ad agganciare Marcello dell’Utri. Ma, spy story per spy story: qual è l’inconfessabile doppio filo che lega il figlio di Ciancimino sindaco mafioso di Palermo e il fratello del giudice Borsellino? Visto l’agitarsi di quest’ultimo.

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