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Il commento

Giordano: la Finanza spazza via il fumo di Vendola

Nichi continua ad ingannare con le parole: ma restano le leggi pro Ilva che hanno avvelenato Taranto

Nichi Vendola

Vendola Re della Casta. Di Benny

Sotto la narrazione, niente. O meglio: l’inganno. Finalmente abbiamo capito perché Nichi Vendola parla in quel modo che non ci capisce nulla nessuno: è fumo negli occhi, polvere alzata per coprire gli intrallazzi cui si dedica nel retrobottega. Il rapporto della Guardia di Finanza, appena consegnato alla Procura di Taranto, infatti, stavolta lo inchioda: avrebbe concordato, parola per parola, le leggi che favorivano l’Ilva. Come è noto: in pubblico il governatore si è sempre proclamato paladino dell’ambiente, ma in privato rideva dei morti. E  intanto – ecco la novità - faceva di tutto per aiutare l’azienda mentre quest’ultima spargeva i veleni letali.

«Anche i poeti devono sporcarsi le mani», ha provato a giustificarsi lui. Ma le mani, questa volte, forse se l’è sporcate un po’ troppo. Puzzano assai. E infatti l’intervista che Vendola ha concesso a Repubblica, e che ieri è stata impietosamente pubblicata proprio sotto il rapporto della Gdf, è un esercizio imbarazzante di arrampicata sugli specchi. «Mentre tutti erano in ginocchio davanti al ciclope, noi invece di genufletterci abbiamo fatto tre leggi», prova a difendersi. Peccato che proprio quelle leggi  sono nel mirino delle Fiamme Gialle: sarebbero le «foglie di fico» concordate parola per parola con il «ciclope» per non nuocergli. O, meglio, per coprire le sue malefatte. 

E così risulta evidente che, altro che inginocchiato, Nichi s’è azzerbinato davanti ai potenti dell’Ilva, li ha ricoperti di saliva, s’è perfino preoccupato di far sapere al presidente «che Vendola non s’è dimenticato di voi». Sempre a disposizione, ci mancherebbe. A fra’ (fratello) che te serve? Una legge su misura? Un provvedimento d’urgenza? Un «inoperoso tavolo tecnico» per prendere un po’ di tempo? Non c’è problema: la sartoria vendoliana è pronta a cucire le norme su misura, almeno secondo quanto riporta la Finanza. È pronta anche a mettere su riunioni fasulle solo per far trascorrere i mesi senza cambiare nulla. È il leccaculismo pret a porter, la ruffianeria al sapor di fanghi velenosi. E se poi qualche bambino muore, che importa?  Basta scrivere un bella poesia da recitare al funerale davanti alla bara mentre nelle telefonate private ci facciamo una sana risata sopra, vero Nichi?.

Ma viene da chiedersi: dov’è la diversità? Dov’è l’uomo dell’«Oppure Vendola»? Dove l’animo sensibile, l’amico degli ultimi, l’amante della natura? A che sono serviti quei fiumi di parole spesi per difendere «l’abbraccio solidale, la rete cooperante, la catena umana che rimbalza come luce assoluta nel buio della disperazione laica»? Dove sono le cascate di retorica con cui ci ha ammorbato per anni? Ricordate: quel modo di parlare era così popolare che divenne una fortunata rubrica del Foglio («Nichi, che stai a di’?»). E addirittura un concorso per lettori su L’Espresso, «Fai anche tu il discorso alla Vendola»: bastava inserire le parole e ti uscivano meravigliosi brani pieni di «la sinistra deve mescolare il respiro della solidarietà con la carne della memoria» per combattere «la nidificazione automatica del limite del centralismo» in una «quantificazione cinematica del borghesismo». Senza dimenticare, naturalmente, «l’angheria contro i corpi comuni che è implicita nella traslitterazione dei fisiocrati».

Adesso abbiamo capito a che cosa servivano quella narrazione esagerata, quelle formule ampollose, quelle citazioni di Kirkegaard e Leopardi: servivano, come dice Repubblica citando il rapporto della Finanza, a «dissimulare l’inconfessabile». Cioè a coprire le pastette con i dirigenti dell’Ilva. E le risatine a favor di cadavere. Per Nichi questa «non è una scelta di degradazione morale ma di coraggio politico». Sì, in effetti ci vuole un bel coraggio, politico e non politico, per presentarsi come paladino degli umili e poi azzerbinarsi ai potenti, ci vuole un bel coraggio a fondare un movimento ecologista (Sel) e poi a favorire l’inquinamento senza controlli, ci vuole un bel coraggio a concedere interviste come quella che ha concesso Vendola ieri, dove la fantasiose costruzioni retoriche sono state improvvisamente sparite, sepolte da una serie di scuse tremanti, come i bimbi presi con le mani nella marmellata che dicono: «È il barattolo che mi è caduto addosso»…

Una delle sue più famose campagne elettorali era basata sul concetto di «Oppure». Il governatore si proponeva come alternativa, come opposizione radicale, come occasione di vero cambiamento. Fiorirono subito le parodie su Internet: «La pasta scotta. Oppure Vendola». «Le mezze stagioni. Oppure Vendola», «La dura legge del gol. Oppure Vendola». Nessuno aveva previsto, però,  quale potesse essere lo slogan reale: «La sincerità. Oppure Vendola». Dice il governatore che ha già avuto altre indagini e ne è sempre uscito con l’archiviazione. È vero. Ma in questo caso, anche se non si configurasse il reato penale, resta un comportamento difficile da spiegare con le formule ardite della narrazione in stile Nichi. E più facile da sintetizzare con una formula assai più diretta e tradizionale: che figura di merda.

di Mario Giordano

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Commenti all'articolo

  • numetutelare

    02 Dicembre 2013 - 00:12

    Speriamo che lo caccino alla svelta, é una figura miseranda della sinistra più affarista.

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