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Guerra fratricida

Le dimissioni di Fassina?
I renziani: "Una mossa studiata"
Si allarga il fronte Pd anti-Matteo

Enrico Letta e Stefano Fassina

Enrico Letta e Stefano Fassina

"Stefano Fassina non aspettava altro che un pretesto per strappare. Ha colto l'occasione con abilità facendo pure la parte della vittima". I renziani sentono puzza di bruciato dietro le dimissioni del viceministro dopo la battuta del neo segretario del Pd "Fassina chi?". Secondo il loro ragionamento la mossa del sottosegretario all'Economia non aveva nessuna intenzione di mettere in difficoltà Enrico Letta, anzi. E' stato un assist per cercare di incastrare Matteo Renzi, secondo il retroscena del Giornale, in un patto che serva per far durare il suo governo. Il rimpasto, che potrebbe esserci a fine gennaio dopo la chiusura del contratto di coalizione, non sembra infatti così gradito al sindaco di Firenze: la poltrona lasciata vuota da Fassina, per quanto li riguarda, può rimanere così. "Ci sono già molti bravi segretari, basta spostare le deleghe", commenta un renziano. Che aggiunge: "L'unico rimpasto possibile è cambiare premier, ma al momento pare difficile". 

La resistenza anti-Renzi - Anche perché all'interno del Pd c'è una "sacca di resistenza", per definirla come ha fatto Paolo Bracalini, un fortino di giapponesi oltre a Fassina per ora non organizzati, ma che potrebbero dare del filo da torcere a Renzi. A cominciare da Massimo D'Alema, passando per i big fatti fuori dai vertici del partito come Anna Finocchiaro, Rosy Bindi fino a qualche governatore come il toscano Rossi e l'emiliano Errani, il capo dell'area teodem Beppe Fioroni che lo ha definito "più detestabile di Grillo e Berlusconi", il sottosegratario Maurizio Martina e il ministro Zanonato. Non solo. Nell'area malcontento ci sono anche tanti giovani. E Bracalini fa l'elenco cominciando da Danilo Leva, dalemiano di terza generazione, la deputata Paola De Michele che i renziani detestano; Alfredo D'Attorre, ex coordinatore dell'area bersaniana; Nico Stumpo, già organizzatore del Pd; l'ex tesoriere Antonio Misiani, fatto fuori da Renzi per essere rimpiazzato dall'avvocato fiorentino Francesco Bonifazi. Infine l'onorevole Marco Meloni. Lui che ha definito i programmi renziani "un concentrato di falsità e generalizzazioni da peggiore propaganda" ha avvertito il sindaco di Firenze che la maggioranza parlamentare sta con Letta e che spingendo per il voto "rischia di fare la fine di Veltroni segretario", che fece cadere Prodi e poi cadde lui.

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Commenti all'articolo

  • agosman

    07 Gennaio 2014 - 09:09

    Davvero crediamo che i big dell'ex PCI e coloro che si riconoscono in quella corrente ideologica stiano volentieri in un PD in cui essi sono minoranza e praticamente non controllano più? Davvero crediamo che costoro non abbiano preso in seria considerazione l'idea di andarsene, specie con quel po po di patrimonio che dispongono dell'ex PCI? In fin dei conti loro si considerano da sempre professionisti della politica a tempo pieno e non ammettono di essere messi in ombra da chicchessia e meno che mai da uno come Renzi. Costoro, che a parole sono i cultori della democrazia interna e della libertà in realtà lo sono a patto che la democrazia interna sia diretta da loro. Se non altro Berlusconi non nasconde di essere lui il proprietario del suo partito, dato che i soldi glieli mette lui e pretende di fare come vuole lui (ma forse sbaglia), ma quelli del PCI dentro il PD lo superano mille volte per la loro proverbiale ipocrisia. Io non escludo che siano in attesa di un casus belli. Vedremo.

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