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Il Bestiario

Renzi ha suonato la sveglia
ma adesso basta ospitate in tv

Il Rottamatore ha dato una scossa salutare ai partiti, ma dalla palude non ci farà uscire solo lui. Perciò ceda meno al culto di se stesso: non è De Gaulle

Giampaolo Pansa

Giampaolo Pansa

Vi siete mai chiesti che Italia vorrebbe Matteo Renzi e con lui Silvio Berlusconi? Dopo l’accordo tra il segretario del Partito democratico e il leader di Forza Italia, ho provato a immaginarlo. E credo che sia fatta nel modo seguente. Prima di tutto, sarà una Repubblica senza il Senato, dove tutto il potere politico, a cominciare da quello di sostenere o affossare un governo, starà nelle mani di una sola assemblea parlamentare, la Camera dei deputati. 

Chi non ama la scomparsa del Senato, ricorda che altri Paesi democratici, a cominciare dagli Stati Uniti, prevedono due assemblee legislative. Ma da noi il sistema bicamerale ha prodotto lungaggini paurose nel varo delle leggi, tanto quelle ordinarie che costituzionali. E molti ritengono che negli anni Duemila un Senato come il nostro sia un dannoso lusso del passato. 

Se andasse in porto l’accordo concluso tra il giovane Matteo e il vecchio Silvio, a Montecitorio vedremmo ben pochi partiti. Di certo il Pd e Forza Italia. Con loro il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo. E poi, forse, il piccolo Nuovo centro destra di Angelino Alfano. Gli altri micropartiti non avranno più ingresso nella Camera dei deputati. Penso alla Lega, a Sinistra ecologia libertà, alle mini parrocchie di destra. A meno che qualcuno di loro non riesca a piazzare una pattuglia di candidati nelle liste dei partiti più grossi. 

A proposito di queste liste, c’è un gran discutere se debbano essere bloccate oppure no. Nelle ultime consultazioni politiche, quelle del febbraio 2013, tutto si svolgeva sotto l’imperio del Porcellum. Erano le segreterie dei partiti a decidere chi doveva essere eletto alla Camera. Nessuno poteva presentarsi agli elettori senza il placet dei superiori. Il colossale premio di maggioranza ha poi determinato situazioni assurde. Nelle file democratiche entrarono a Montecitorio signore e signori che non si conoscevano neppure tra loro, pur militando sotto la stessa bandiera. 

Secondo l’intesa tra Renzi e Berlusconi, i listini bloccati ci saranno ancora. Ma risulteranno “corti”, ossia ridotti a non più di cinque o sei candidati per collegio elettorale. Chi non è d’accordo con questa soluzione, sostiene che pure nella forma ridotta gli elettori non saranno in grado di scegliere i loro rappresentanti. Anch’io lo considero un guaio. Ma devo riconoscere che, in tanti anni di giornalismo dedicati a raccontare la politica italiana, non ho mai visto nessuno che sia entrato al Senato e alla Camera senza che l’avesse deciso il capo partito di turno. 

Le preferenze erano un’ipocrisia. All’elettore veniva presentato un piatto già cucinato e pronto da ingoiare. Valeva il motto: o mangi questa minestra o salti dalla finestra. Sappiamo bene che attorno alle preferenze esisteva un mercato nero, spesso deciso dalla corruzione o dalla grande criminalità. Tentare di rimetterle in gioco è una battaglia di retroguardia che non vale la pena di ingaggiare. 

Renzi ha dichiarato che Berlusconi non le vuole. E il sindaco di Firenze ha dovuto arrendersi. Senza avere la franchezza di confessare che neppure lui desidera avere tra i piedi le preferenze. Ha da piazzare la sua truppa di ragazze e di giovanotti. E il listino bloccato, corto o lungo che sia, fa comodo pure a lui.   

Infine esiste il problema più spinoso, quello del cosiddetto premio di maggioranza. L’accordo tra Matteo e Silvio prevede che il partito in grado di superare il 35 per cento dei voti ottenga un buon numero di seggi in più. In questo modo diventerebbe il dominus assoluto di Montecitorio. Rendendo inutile o impotente qualsiasi opposizione. La battaglia in corso è rivolta a innalzare al 38 o al 40 per cento la soglia che un partito o una coalizione deve raggiungere per ottenere il premio. Ma sino a oggi nulla è stato deciso. E nascerà qui la guerra più giusta e sanguinosa. 

Come si vede, i rebus sono tanti. Tra questi c’è la sorte del governo Letta. L’opinione del Bestiario è opposta a quella del direttore di Libero. Il presidente del Consiglio si è comportato come meglio non poteva nella crisi globale che azzanna anche noi. Definire il lavoro di Letta e dei suoi ministri «dieci mesi di fallimenti», secondo il verdetto sprezzante di Renzi, è una ribalderia bugiarda che il segretario del Pd doveva risparmiarsi. 

Anche i bambini sanno che il sindaco di Firenze si ritiene pronto a occupare il posto di Letta. Ma la strada per arrivarci è ancora lunga, molto lunga. Sarà necessario passare per un crisi di governo e forse da nuove elezioni. Con quale legge? Nessuno lo sa. Il cambio si potrà fare subito o fra quanto tempo? Anche quella temporale è  un’incognita. E se a vincere fosse il centrodestra di Berlusconi? Pure questa eventualità dovrebbe essere messa saggiamente in conto. 

A Renzi va comunque riconosciuto un merito importante: quello di aver visto giusto e di essersi  mosso con rapidità. Ha dato una scossa salutare ai partiti, al sistema istituzionale nel suo complesso e ai cittadini che ancora credono nella necessità della buona politica. E infine ha compreso che cosa si aspettano gli italiani senza potere. Stanchi di troppe parrocchie politiche, spesso in formato mignon, che non sanno decidere e mettono i bastoni tra le ruote a tutti. E alla ricerca di un Parlamento semplificato, capace di assumersi la responsabilità di proporre e approvare le riforme indispensabili. 

Ma le idee, anche quelle migliori, camminano sulle gambe degli esseri umani. Renzi deve rendersi conto della grande responsabilità che si è caricato sulle spalle. Non può esagerare nel culto di se stesso e nel fastidio verso chi non gli assomiglia o lo contrasta. Troppe volte si comporta da Capitan Fracassa. Si mostra arrogante, incapace di autocritica, con una concezione di sé troppo alta, rancoroso, vendicativo. 

Qualcuno paragona Renzi a Bettino Craxi. Sentivo dire le stesse cose dagli avversari del leader del Psi. Avevano cominciato a sparargli addosso subito dopo l’elezione a segretario, nel luglio 1976. E la loro pagella del tutto negativa appariva anche su giornali di prima fila. Ma il parallelo si è meritato una replica piccata della figlia Stefania. 

È meglio lasciare in pace i politici scomparsi. Del resto il sindaco di Firenze ha un lungo percorso esistenziale davanti a sé. E può vantare un’età ben più giovane del Cavaliere, un signore di 77 anni che potrebbe essere lo zio anziano, se non il nonno, di Matteo. Il Bestiario augura a Renzi di fare bene il lavoro immane che ha assegnato a se stesso. E di evitare l’errore più pericoloso. 

L’errore è quello di credersi l’unico risolutore della crisi italiana. Una specie di uomo della Provvidenza chiamato a risollevare le sorti della nazione. O la copia di un grande della storia europea: il generale Charles de Gaulle. Ma è un paragone improponibile, a cominciare dalla storia personale.  

De Gaulle arrivò a Parigi nell’agosto  del 1944 dopo un lungo esilio e una guerra terribile. Sfidò i cecchini tedeschi marciando impassibile verso l’Arco di Trionfo e poi a Notre-Dame. Renzi può trovarsi di fronte soltanto dei franchi tiratori in Parlamento. Riuscirà a batterli se rammenta che in politica vince chi ha più idee e astuzia degli avversari. 

Un consiglio finale? Matteo vada di meno in televisione. Per non correre il rischio che si cominci a dire: uffa!, un’altra volta quel parolaio del sindaco di Firenze. 

di Giampaolo Pansa

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