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Errori e tramonto di un leader mai nato

Enrico ha tradito tutte le sue idee

Le critiche del suo think-tank Vedrò: esaltava il voto popolare e diceva di voler tagliare le tasse

Enrico Letta

Sembra un racconto di E.T.A Hoffmamm, la sindrome del doppelgänger: il primo ad aver tradito lo spirito della «rivoluzione gentile» di Enrico Letta il sognatore è Enrico Letta il premier. «Enrico fa esattamente il contrario di quel che, in anni, aveva predicato al suo Vedrò...». È questa la frase che s’insinua, sempre più dolorosamente, tra gli ex frequentatori dell’ex think thank (o drink thank, ironizzava Dagospia; e il vino scorreva, ma pure le idee) di Letta. Vedrò, che aveva il suo epicentro in Benedetta Rizzo, faceva incrociare imprenditori, scienziati, uomini di cultura, giornalisti, accademici, politici, start uppisti; i quali, riunitisi una volta all’anno sulle montagne trentine, s’illudevano di poter davvero cambiare l’Italia. Ci si trovava tutti -compreso chi scrive - tra vivaci scambi d’opinione, nella convinzione che le nuove generazioni under 40 potessero davvero valorizzare le competenze, spazzare la burocrazia, tagliare i privilegi, combattere le lobbies, bonificare la mefitica palude della politica. Per dire: abbiamo passato giorni, tra workshop e tavole rotonde, ad elaborare sistemi per cambiare la televisione italiana. Parole nell’aria, alla fine. Epperò, non c’era un «vedroide» che non avesse sfogliato almeno una volta -non foss’altro per gentilezza- il libro di Letta Costruire una cattedrale.

Perché l'Italia deve tornare a pensare in grande. Un pamphlet che era, in effetti, un inno alla speranza, trasudava  utopie all’Olivetti e risolutezze alla Henry Ford; in quelle pagine emergevano intuizioni semplici, ma da applauso. Scriveva Enrico, nel solco del solco del suo maestro Beniamino Andreatta, sugli stipendi dei manager: «L’abnorme aumento delle remunerazioni di alcuni manager, epicentro degli scandali finanziari che hanno portato alla crisi  è frutto della filosofia del breve periodo». O sul voto democratico: «È carico di saggezza il principio cardine della democrazia che assegna il potere solo al voto dei cittadini». O sull’azione riformatrice del governo: «Al governo la maggior parte del tempo lo si deve trascorrere industriandosi ad argomentare i tanti rifiuti inevitabili in nome di un progetto politico nell’interesse del Paese. Non è facile, ma è dalla fermezza di questi rifiuti che arrivano i risultati più duraturi». Tagliare gli stipendi assurdi dei manager. Rispettare il voto popolare. Avere fermezza nel rifiuto, per rispetto del Paese. Dio, suonava benissimo. 

Tutti, nei giorni di Vedrò, avrebbero immaginato Letta a Palazzo Chigi, così , per vedere l’effetto che fa. Tutti (tra gli altri: Alfano, Maria Bernini,  Boccia, Giulia Bongiorno,  Di Girolamo, Passera, Anna Maria Artoni, Domenico Procacci, Filippo Andreatta, Lorenzo Bini Smaghi, perfino Lillo e Greg...) lo speravano. Molti glielo chiedevano direttamente, lui nicchiava. Finché, a Palazzo Chigi, Letta c’è andato davvero. Non col «voto popolare». E all’inizio il neo presidente del Consiglio, così stimato sulla trincea internazionale, così perbene (lo è sul serio), così appassionato del futuro e dei giovani sembrava poter dare quell’insufflata d’ossigeno di cui il Paese abbisognava. Enrico, col suo standing europeista e i suoi primi proclami affermava di voler combattere il «presentismo», quella tendenza a sacrificare all’utilità del momento ogni investimento nel futuro «che richieda tempo, capacità, pazienza», diceva. Poi, però, qualcosa «è andato storto, la politica l’ha risucchiato», dicono ora. E, se si eccentua il fronte europeo, Letta non è riuscito a «cambiare passo» perché, semplicemente, è rimasto fermo. Anzi. A tre cose doveva subito metter mano per far ripartire l’Italia: le riforme istituzionali, il taglio delle spesa pubblica, la legge elettorale. Invece, nulla.

Ha ripristinato le tasse. Ha prodotto una legge di stabilità che per accontentare tutti ha scontentato tutti ( «fermezza dei rifiuti», eh?). Si è, inoltre, prestato a quella cosa nefanda che è il «Salva-Roma». Ha favorito le lobbies delle slot machine, del tabacco, dei trasporti, dell’energia (la norma pro-Sorgenia sull’esonero degli oneri di urbanizzazione). Non ha battuto ciglio, finchè poteva, sul caso degli affitti d’oro e degli insegnanti. Ha finto di tagliare le province (tant’è che ora ci prova Renzi) e il finanziamento. Ha favorito le banche e gli alti burocrati. E non è riuscito ad evitare la nuova procedura d’infrazione per i debiti della pubblica amministrazione. Ha, in soldoni, culturalmente rinnegato, spazzato senza rimpianto, il sogno di Vedrò. Il suo stesso sogno. Rimane, Letta, persona perbene, intendiamoci. Ma il suo doppelgänger, il suo altro-io al governo rappresenta, oggi, tutto ciò che quel Blair benignamente democristiano aveva sempre combattuto sulle montagne trentine...

di Francesco Specchia

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Commenti all'articolo

  • aifide

    13 Febbraio 2014 - 17:05

    per avere giurato il falso all'atto del suo insediamento e sia condannato a restituire i fiumi di denaro che ha elargito a banche, lobbies & co.

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