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Un Vietnam in aula

Silvio Berlusconi teme la fregatura sull'Italicum: pronto a far saltare il banco

Silvio Berlusconi

Silvio Berlusconi

Sarà Silvio Berlusconi a guidare la delegazione di Forza Italia che parteciperà domani alle consultazioni con il premier incaricato Matteo Renzi. 

Un fatto politico. Ma anche simbolico. Dopo essere stato estromesso dal Parlamento con «disonore», il Cavaliere rientra nelle istituzioni dal portone principale. La settimana scorsa al Quirinale, per il giro di incontri con Giorgio Napolitano. Nelle prossime ore alla Camera, dove Renzi incontrerà le forze parlamentari. Giro di rito. Perché il ruolo di Forza Italia in questa crisi di governo sembra già essere scritto. Opposizione sì, ma con cautela. E convergenza, invece, sulle riforme e la legge elettorale, temi del patto Renzi-Berlusconi che, a detta dei due, è ancora valido. Sta sempre in piedi.

Convergenza
Che la sponda sulle riforme possa diventare qualcosa di più, un sostegno anche alle politiche economiche dell’esecutivo, è un’ipotesi che rimane nell’aria: «Se il programma di Renzi è quello che ha annunciato, potremmo anche sostenerlo. Ma chissà se c’è da fidarsi», rimane perlesso il Cav. C’è chi sostiene che il tema della convergenza forzista sia stato artatamente messo in giro da renziani e berluscones per mettere alle strette Angelino Alfano. Ciò, per certo, spiega il nervosismo di questi giorni. Il soccorso “azzurro” spunta le munizioni del Nuovo centrodestra nella partita in corso. Quella per stabilire il peso specifico del partito alfaniano all’interno della maggioranza. L’unità di misura sono certamente il numero di ministeri. Ma è qualitativa. Dipende da quanto Ncd riuscirà a incidere nella definizione del programma di governo. Poco, secondo coloro che conoscono Renzi. Che ha già chiaro in testa cosa intende fare, dicono.

Berlusconi? Vede nella spregiudicatezza del giovane segretario del Partito democratico un rischio, ma continua a invidiare alla sinistra un personaggio così: «Se lo avessimo noi uno come lui...». Per cui giudizio sospeso, in attesa delle mosse del presidente del Consiglio incaricato. Forza Italia rimane divisa tra i dialoganti, guidati da Denis Verdini (che parla quotidianamente con Renzi), e gli scettici alla Renato Brunetta. Il presidente dei deputati forzisti continua a mettere in guardia il Cavaliere sul possibile tradimento del patto dell’italicum.  Magari proprio per tenersi buono Alfano e i suoi 31 senatori, il premier potrebbe mollare sulla legge elettorale, rivedendo al ribasso le soglie di sbarramento o inserendo le preferenze. 

«Noi collaboreremo con responsabilità a tutte le riforme istituzionali che il presidente Berlusconi ha sottoscritto, a partire dal quella elettorale», è il verbo ufficiale di Forza Italia, affidato a Giovanni Toti. «E guarderemo con attenzione e rispetto tutto il resto che Renzi riuscirà a fare per il bene del Paese». Ma, precisa Toti, «lo faremo dai banchi dell’opposizione», in modo «responsabile». Semmai la critica del consigliere politico di Silvio è l’aver fissato degli obiettivi troppo ottimistici: «Renzi si è dato un programma ambizioso, quattro riforme epocali in  quattro mesi. Dio volesse... Ci chiediamo come potrà farlo avendo la stessa maggioranza politica, gli stessi dirigenti e gli stessi vincoli di bilancio che aveva il governo Letta».

«Basta divisioni»
Intanto è sfortunato l’esordio di Forza Italia alle urne. In Sardegna Ugo Cappellacci perde le elezioni e lascia la presidenza della Regione. Nonostante l’impegno personale dell’ex premier, Fi è al 18 per cento ed è il secondo partito dietro al Pd, che ottiene il 22. Le cause della sconfitta, secondo Berlusconi, sono rintracciabili nello «straordinario astensionismo» e nel fatto che «il centrodestra si sia presentato diviso alle urne».  Ma anche, secondo il Ncd, nei toni polemici avuti da Silvio durante il comizio di chiusura a Cagliari, discorso in cui il Cavaliere si è scagliato contro gli ex pidiellini rimasti al governo. «Gli insulti portano alla sconfitta», commentano gli alfaniani Enrico Costa e Maurizio Sacconi. La disaffezione dal voto, in ogni caso, ha confermato il timore berlusconiano. Fi è un partito troppo concentrato su se stesso, è necessario puntare sui club Forza Silvio, «bisogna coinvolgere gente nuova» e «andare a convincere gli elettori casa per casa». L’unica soddisfazione è per la performance dell’Udc, che in Sardegna arriva all’8 per cento. Bentornato Pier Ferdinando Casini.

di Salvatore Dama

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Commenti all'articolo

  • pinux3

    18 Febbraio 2014 - 18:06

    Non tieni conto che i voti per la Murgia erano tutti di sinistra...Silvio l'invincibbbbile, nonostante il suo "impegno", l'ha preso in quel posto ancora una volta...Ahahah...

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  • pinux3

    18 Febbraio 2014 - 18:06

    Lo sapete quanti deputati ha FI? 67 (sessantasette) su 630...Cosa volete che faccia "saltare" quello lì...Se l'Italicum verrà modificato (ad es. alzando auspicabilmente "quota 37") non gli resterà che...ingoiare il rospo. Tanto anche se vota contro la maggioranza in Parlamento per approvare la legge c'è anche senza di lui...

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  • ermanno13

    18 Febbraio 2014 - 17:05

    Se son vecchi non vanno bene se son giovani nemmeno. Ma cosa vogliamo? Per quanto riguarda impreparato alla politica avrei i miei dubbi. Uno che all'interno del PD è riuscito a far fuori i Dalema, Bindi, Veltroni, Marini, ecc proprio impreperato non deve essere.

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  • ermanno13

    18 Febbraio 2014 - 16:04

    penso che il discorso che hai fatto in Sardegna sia la principale causa della sconfitta. Altro che club Forza Silvio.

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