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L'intervista/Brunetta: cambiamo la Carta

a partire dall'art.1. L'opposizione: eversivo

Mi faccia dire una cosa che ancora non ho detto: la riforma non dovrà riguardare solo la seconda parte della Costituzione, ma anche la prima. A partire dall’articolo 1: stabilire che "L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro" non significa assolutamente nulla». Renato Brunetta, ministro per la Pubblica amministrazione, parla con Libero di riforme a tutto campo. E getta ancora una volta il sasso nello stagno, dicendo a voce alta, sulle riforme da avviare nel 2010, quello che tanti si limitano a pensare.
L'intervista/Brunetta: cambiamo la Carta

Mi faccia dire una cosa che ancora non ho detto: la riforma non dovrà riguardare solo la seconda parte della Costituzione, ma anche la prima. A partire dall’articolo 1: stabilire che "L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro" non significa assolutamente nulla». Renato Brunetta, ministro per la Pubblica amministrazione, parla con Libero di riforme a tutto campo. E getta ancora una volta il sasso  nello stagno, dicendo a voce alta, sulle riforme da avviare nel 2010, quello che tanti si limitano a pensare.

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la riforma non dovrà riguardare solo la seconda parte della Costituzione, ma anche la prima.

 

Ministro, cosa ha che non va la prima parte della Costituzione?

«Per carità, è solo una mia opinione. Ma la parte valoriale della Costituzione ignora temi e concetti fondamentali come quelli del mercato, della concorrenza, del merito. È figlia del clima del dopoguerra. Adesso siamo in un’altra Italia. Capisco che alcuni costituzionalisti sostengano che non si riesce a cambiare la seconda parte della Costituzione proprio perché non abbiamo aggiornato la prima. Fermi restando i principi fondamentali, nei quali tutti ci riconosciamo, bisogna avere allora il coraggio di parlare anche della prima parte della Costituzione. E ritengo che debbano essere rivisti pure gli articoli della Carta sui sindacati, i partiti, l’Europa…».

Sindacati e partiti: perché?

«Perché gli articoli 39 e 49 della Costituzione, che riguardano i sindacati e i partiti, non sono mai stati seguiti da leggi. E quindi bisogna intervenire sia sulla Costituzione sia sulle leggi».

Giorgio Napolitano, nel suo discorso di fine anno, ha chiesto per la Costituzione e la giustizia riforme «condivise».

 

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Intanto il percorso federalista non può essere ulteriormente eluso. Anche perché pezzi di federalismo sono già stati introdotti, e se non trovano una loro regolazione costituzionale rischiano di scassare il sistema

«Parole da apprezzare, per il tono e per i contenuti. Un Paese che vuole rispondere ai bisogni della gente vive di riforme di tanti tipi: economiche, di efficienza, di giustizia, di welfare… Dentro questo grande canestro ci sono anche le riforme istituzionali. La nostra Costituzione prescrive essa stessa come deve essere riformata. Se le modifiche vengono approvate a maggioranza dei due terzi, non si va a referendum confermativo. Se questa maggioranza non viene raggiunta, e se viene richiesto, si fa il referendum. È fin troppo facile dire che è meglio fare le riforme senza avere bisogno del passaggio referendario. Bene, quindi, riflettere sulle parole del presidente della Repubblica. E iniziare subito».

 

Con quali riforme?

«Intanto il percorso federalista non può essere ulteriormente eluso. Anche perché pezzi di federalismo sono già stati introdotti, e se non trovano una loro regolazione costituzionale rischiano di scassare il sistema. Pensiamo alla riforma del titolo quinto della Costituzione, fatta a maggioranza dalla sinistra. Pensiamo al federalismo fiscale, che deve essere ancora implementato, ma ha bisogno di un quadro costituzionale di tipo federale. Altra riforma fondamentale, poi, sarà quella della giustizia».

Con quale obiettivo?

«Riportare, per via costituzionale, l’equilibrio tra potere politico e ordine giudiziario. Oggi il potere politico è in balia della cattiva giustizia. Bisogna reintervenire sulla immunità parlamentare».

Tornando al testo originario dell’articolo 68?

«Assolutamente sì. Le opzioni sono multiple, ma la più semplice è proprio quella di recuperare il testo malamente violentato nel 1993. Anche perché la formula usata dai padri costituenti non darebbe alibi a nessuno».

Chi deve essere il motore di queste riforme? Il parlamento, il governo o organismi nuovi, come una costituente creata per l’occasione?

«Costituenti, bicamerali e organismi simili servono solo a perdere tempo. C’è l’iniziativa parlamentare, e nulla impedisce al governo stesso di avviare l’iter».

Sistemati i parlamentari, resterà da mettere a posto il funzionamento della giustizia nei confronti dei normali cittadini...

«Diciamolo: la giustizia in Italia è organizzata in modo pre-industriale, agricolo-pastorale. Se introducessimo - e si può fare anche in tempi brevi - un’organizzazione efficiente e tecnologicamente avanzata della giustizia, ad esempio dando a un manager l’organizzazione dei tribunali, il 90 per cento dei problemi sarebbe risolto. Con benefici per decine di milioni di italiani».

Quindi per lei quello della giustizia non è un problema di risorse insufficienti?

«Assolutamente no. Per la giustizia spendiamo come gli altri Paesi europei, se non di più. Abbiamo lo stesso numero di magistrati, se non maggiore, e lo stesso vale per il personale amministrativo. Se il ministro Alfano, come ha intenzione di fare, mette mano all’organizzazione, può risolvere la grandissima parte dei problemi. Un aiuto glielo sto anche dando io, con le nuove norme sulla informatizzazione della giustizia».

Quali altre riforme dobbiamo attenderci dal governo nel 2010?

«Intanto è stata avviata una grande riforma che rischia di passare in sordina: il ritorno al nucleare. Il nucleare è la nostra libertà energetica, nonché uno stimolo industriale e tecnologico straordinario. I primi mesi del 2010 dovranno vedere l’attuazione della delega che il governo ha ottenuto su questa materia. Poi inizierà il processo di definizione dei siti».

Dal fronte della pubblica amministrazione cosa arriverà?

«Nel 2010 ci sarà la totale implementazione della mia riforma. Cambierà l’intero quadro della contrattazione: si passerà da un numero indeterminato di comparti a quattro. Saranno introdotti il merito, la trasparenza, la mobilità, i premi e le sanzioni. Questo potrà cambiare l’intera pubblica amministrazione, che vuol dire cambiare lo Stato».

Gli ultimi a lamentarsi di lei sono i sindacati della scuola: dicono che con la sua riforma i presidi avranno più poteri disciplinari nei confronti dei docenti.

«Vivaiddio. Questo servirà a far funzionare meglio la scuola. E se nel 2010 la scuola e le università proseguiranno nel percorso tracciato dalla riforma Gelmini, migliorerà un altro pezzo importante della vita italiana».

Il 2010 dovrebbe essere anche l’anno della riforma degli ammortizzatori sociali.

«Completando la legge Biagi e introducendo lo Statuto dei lavori daremo più efficienza, più equità e più tutele a milioni di italiani».

In concreto?

«Ad esempio, adesso più grande è l’azienda nella quale si lavora, più si è protetti; più lavori in piccole aziende, più flessibile è il tuo contratto, meno sei protetto. In altre parole, i padri sono protetti, i figli no. Bisogna trovare un equilibrio meno egoisticamente concentrato sui padri e più concentrato sull’investimento in capitale umano e formazione. Sacconi ha le idee chiare».

 

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Ad esempio, adesso più grande è l’azienda nella quale si lavora, più si è protetti; più lavori in piccole aziende, più flessibile è il tuo contratto, meno sei protetto

 

Dal Pd cosa vi aspettate?

«Io da questo Pd mi aspetto poco. Per giocare bene una partita occorrono due squadre forti. Ma oggi c’è una squadra forte, la maggioranza, che gioca contro una squadra praticamente inesistente, sottoposta al continuo ricatto giustizialista e massimalista».

Lei stesso, però, ha appena auspicato riforme costituzionali condivise. Se il Pd non ci sta?

«Si va avanti lo stesso. Le riforme vanno fatte. Con l’impegno in più, per quanto riguarda la maggioranza, di spiegare ai cittadini le riforme che saranno sottoposte a referendum».

 

Le polemiche- Questa l''intervista al ministro Brunetta apparsa su Libero. Il ministro parlava della possibilità di riformare la Costituzione dall'articolo 1. E ovviamente le sue dichiarazioni hanno suscitato non poche polemiche all'interno dell'opposizione. Dice il ministro: «La riforma non dovrà riguardare solo la seconda parte della Costituzione, ma anche la prima. A partire dall'art. 1: stabilire che l'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro non significa assolutamente nulla». Per Brunetta andrebbero rivisti anche «gli articoli della Carta dei sindacati, i partiti, l'Europa». E sarebbe pure da completare il percorso federalista e fare la riforma della giustizia «per riportare, per via costituzione - spiega  - l'equilibrio tra il potere politico e l'ordine giudiziario. Oggi il potere politico è in balia della cattiva giustizia, bisogna intervenire sull'immunità parlamentare». Il giudizio del ministro sulla giustizia non lascia spazio a fraintendimenti: «è organizzata in modo pre-industriale, agricolo-pastorale. Se introducessimo un'organizzazione efficiente, dando ad un manager l'organizzazione dei tribunali, il 90 per cento dei problemi sarebbe risolto». Il cammino delle riforme è da compiere attraverso l'iniziativa parlamentare anche se dal Pd, Brunetta si aspetta poco, definendolo «una squadra praticamente inesistente sottoposta al continuo ricatto giustizialista e massimalista».

Le polemiche- Per fortuna che il presidente della Repubblica prima e la Corte Cosituzionale poi hanno già dimostrato di saper svolgere con grande rigore il ruolo di garanti della Costituzione e della legalità repubblicana».  Questo il commento di Giuseppe Giulietti (gruppo Misto) alla proposta del ministro. Vannino Chiti (Pd) ne parla invece in questi termini: «L'uscita del ministro Brunetta, l'ennesima da parte della maggioranza che dice cose diverse e spesso opposte, conferma la necessità di un chiarimento condiviso sugli obiettivi e le finalità che ci si propongono». E aggiunge: «La modifica della prima parte della Costituzione non è all'ordine del giorno. Non siamo disponibili. Anzi, le modifiche nella seconda parte -prosegue Chiti- devono essere assolutamente coerenti con i principi guida della Costituzione. E questa è la ragione per cui non si può essere oggi d'accordo con l'elezione di un'Assemblea costituente. Se la linea della destra è quella di Brunetta -comnclude- il discorso sulle riforme diventa non possibile intesa ma sicuro scontro».
Non manca di far sapere il suo parere anche la Cgil. «Cambiare l'articolo 1? Brunetta inaugura il 2010 con un pò di demagogia reazionaria, un'altra delle sue bordate eversive. Dalle riforme solo annunciate, alla reazione urlata. L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, Brunetta se ne faccia una ragione.». Con queste parole, Carlo Podda, Segretario Generale dell'Fp Cgil Nazionale, ha replicato alle del Ministro della Funzione Pubblica. «Con la crisi economica che diventa emergenza sociale ed il dramma dei licenziamenti e della cassa integrazione invocare la modifica della prima parte della Costituzione, soprattutto dell'art 1, mi sembra davvero paradossale. Ha ragione il Presidente Napolitano a difendere le regole ed i valori fondanti la nostra Repubblica, che sono contenuti in quella prima parte della Costituzione che irrita tanto Brunetta», ha continuato. «Qualora non fossimo di fronte all'ennesima operazione mediatica e nell'esecutivo ci fosse davvero l'intenzione di modificare la nostra Costituzione nelle sue fondamenta, sappiano Brunetta ed il Governo che troveranno una risposta netta, generalizzata, di quel sindacato e di quel movimento dei lavoratori che sono stati tra i protagonisti della conquista della nostra Repubblica, e come è spesso accaduto saranno per l'ennesima volta gli anticorpi della nostra democrazia», ha concluso Podda.

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Commenti all'articolo

  • valeria78

    05 Gennaio 2010 - 10:10

    Il nanetto dovrebbe andare a lavorare in una miniera di carbone..non fare solo beccera propaganda x gli stupidi elettori del Partito Delle Leggere..

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  • uycas

    04 Gennaio 2010 - 12:12

    pensi più ai problemi del suo ministero e lasci la riforma della costituzione al suo collega Bossi se ne è capace di farlo od al suo inutile clone Caldaroli, oppure alle apposite commissioni parlamentari. Brunetta si occupi dei problemi legislativi in campo amministrativo, di riformare il diritto amministrativo e soprattutto invece di pensare solo alla malattia, da buon economista come si ritiene pensi a rendere funzionale il rapporto capitale lavoro nella p.a. Se si vuoel partire da una buona costituzione rivediamo i lavori preparatori del 1946-47 e le bozze di costituzione presentate, ci sono lavori di finezza giridica che in pochi oggi sarebbero in grado di fare e soprattutto sono più che funzionali ad una nuova costituzione. Negli usa ed in svizzera ad esempio la costituzione è sempre quella della loro costituzione e funzionano benissimo come mai? la riformano tenendo l'impianto costituzionale ocme in Svizzera, oppure la emendano o promulgano leggi di natura costituzionale per integrare alle mancanze od alle inadeguatezze come negli usa. a destra si riempiono la bocca xkè ne ha parlato napisan http://www.camera.it/eventicostituzione2007/riforme/133/schedabase.html http://www.camera.it/eventicostituzione2007/laformazione/128/schedabase.html

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  • vittoriomazzucato

    04 Gennaio 2010 - 10:10

    Il muro di Berlino non è stato ancora abbattuto in Italia; per la sinistra la Carta fatta dei Compagni nel 1948 è sacra e non c'è nulla da fare. L'art. uno è poi di una banalità così evedente e demagogica. GRAZIE.

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  • crosta

    04 Gennaio 2010 - 10:10

    Un'altro raffinato colpo di genio da parte del più grande, infido ed intelligente nemico che il lavoro dipendende abbia nai avuto nella destra italiana. Semplicemente geniale! Dopo avere di fatto istituito la tassa sulla malattia per i dipendenti pubblici facendola passare sotto gli occhi di tutti, destra e sinistra, come una importante conquista sociale e quindi con relativo forte ritorno in termini di consenso (ma ci pensate!), adesso propone la più grande campagna di smantellamento dei diritti che la storia del mondo del lavoro e della Repubblica abbiano mai avuto. E lo fa in una maniera talmente occulta e raffinata da essere perfino in grado di far credere alla grande massa che sia nel proprio interesse. Se passasse anche solo un decimo di quello che propone sarà finalmente possibile, anche riguardo ai lavoratori del privato, cancellare la benchè minima forma di tutela mettendoli di fatto alla mercè del mercato e del "datore" di lavoro, semplicemente aggiungendo che, oltre che sull'ormai "famoso" lavoro, la nostra bella Repubblica sarà parimenti fondata sul mercato e sul merito. E questo da parte di uno che col mercato non ha mai dovuto confrontarsi in vita sua, se non virtualmente, in quanto doppio dipendente pubblico (universitario e ministro) e relativamente a "certo merito" ha solo quello di aver avuto lo stomaco di porsi dalla parte giusta al momento giusto (Bettino prima e pdl adesso). Personalmente ritengo che il suo vero merito sia invece quello di riuscire a concepire queste "riforme" in questa doppia ed occulta veste di amico del popolo e nemico del lavoro allo stesso tempo. Il tutto proprio nel momento in cui il libero mercato, nella sua forma più aggressiva Reagan-Tatcheriana, sta mostrando decisamente la corda conclamandosi nella presente crisi di sistema di cui molti stanno subendo le amare conseguenze. Grazie ministro, lei sta svolgendo un colossale lavoro per quella piccola parte del paese che conta (molto più dell'altra) e noi le siamo immensamente grati.

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