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La corsa anticrisi

Il Cav frena la fretta di Tremonti: "la manovra va discussa coi ministri e col partito"

La corsa anticrisi
L’Unione europea, l’Italia soprattutto, ha vissuto «al di sopra delle possibilità». Ma, adesso che i tempi delle vacche grasse sono finiti, bisogna darsi una regola per «la difesa comune della nostra moneta». Ed è «la riduzione della spesa e dei costi pubblici». Silvio Berlusconi ne parla a Palazzo Chigi, al termine del vertice con il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso. Ed è tutto il giorno che il capo del governo italiano si dedica a quei maledetti numerini da incasellare.
Prima che Giulio Tremonti passi dall’elenco dei capitoli delle spese da tagliare alla scrittura vera e propria della manovra, il Cavaliere vuole che il suo ministro dell’Economia segua una serie di indicazioni precise. Intanto, e Silvio ci tiene sopra ogni cosa, vietato lanciare «messaggi allarmistici» che spaventino la gente. Di più: vietato in assoluto far filtrare messaggi finchè sul tavolo non ci sarà la carta definitiva. Bisogna evitare l’effetto psicologico della crisi, evitare che incida negativamente sulla propensione al consumo della gente. Altro claim che Berlusconi vuole a caratteri cubitali: «Non ci saranno nuove tasse». Bisogna dirlo chiaro, tondo e di continuo. «Giulio», si sarebbe inoltre raccomandato il premier, «non bisogna far passare l’idea che i tagli finiscano per punire questa o quella categoria». I sacrifici vanno distribuiti in maniera interclassista. Devono essere corali. D’altronde, come ha tenuto a precisare al termine dell’incontro con il premier bulgaro Bojko Borisov, «sono al primo posto di gradimento delle popolazioni in Europa, al 63 per cento», e Silvio non intende mollare il primato. Allora, tirare la cinghia sì, ma niente manovre impopolari.
Un venerdì lunghissimo, quello berlusconiano. In mattinata il presidente del Consiglio ha avuto contatti con il Quirinale, quindi un vertice con il sottosegretario Gianni Letta. Giorgio Napolitano è costantemente informato sui contenuti della manovra. E uno dei motivi della fretta nel compilarla è proprio la necessità di sottoporre un testo più o meno completo all’attenzione del Colle, prima che il Capo di Stato parta per il suo viaggio negli Stati Uniti.
L’altra ragione della corsa alla scrittura del decreto legge è tutta di matrice tremontiana. Il professore di Sondrio sa che un blitz in consiglio dei ministri già martedì gli può permettere di fare le cose come vuole lui senza dover fornire cifre e informazioni al resto del mondo. E, soprattutto, ai colleghi ministri. Una fretta, quella del titolare di via XX settembre, che ha fatto innervosire Berlusconi. Per carità, mica vuole sconfessare il suo uomo, Silvio, guai. Gli riconosce doti superiori («Giulio è un genio»), ma stavolta non può fare tutto da solo: «È una manovra molto dura, va approfondita, bisogna sentire tutti, serve un esame politico». Concetti che il Cavaliere ha ribadito di nuovo ieri sera, durante una cena a Palazzo Grazioli, a un Tremonti molto recalcitrante. Che, a intervalli più o meno regolari, continua ad agitare l’ombra delle dimissioni per avere ragione delle resistenze altrui.
Questa volta non può averla vinta: il premier ha intenzione di convocare il consiglio dei ministri non prima di giovedì o venerdì prossimi. Nel frattempo, nelle scelte, andrà coinvolto il partito. Sarà convocato l’ufficio di presidenza. O, in alternativa, il coordinamento economico del Popolo della Libertà. Non solo: Berlusconi ha insistito perché gli uffici legislativi di tutti i ministeri abbiano le cifre prima che si riunisca il gabinetto. Avrà convinto Tremonti?
L’altro soggetto problematico, in questa vicenda, è Gianfranco Fini. Ieri il presidente della Camera ha fatto il suo lavoro, rivendicando la centralità del Parlamento nella formazione delle leggi. Berlusconi? Non ha intenzione di andare al muro contro muro, non su un argomento così delicato come la correzione dei conti pubblici. Nelle prossime ore il premier manderà Letta a parlare con Fini per spiegargli cosa contiene questa benedetta manovra. Non solo: l’idea circolata a Palazzo Chigi è che non si debba procedere solo con un decreto legge. Cioè, il grosso delle misure arriverà con la decretazione d’urgenza, un’altra parte in uno o più disegni di legge. Ciò per fare salve le prerogative e il lavoro del potere legislativo. E va be’.
Mentre Silvio era impegnato tra vertici internazionali, venivano diffuse alla stampa le quotidiane anticipazioni del nuovo libro di Bruno Vespa. Argomento? Fini, stavolta. Berlusconi confessa al giornalista televisivo di non temere ripercussioni a causa delle grane finiane. Avranno impatto «zero» e il governo «andrà avanti con il suo programma fino alla fine della legislatura». Niente elezioni anticipate, dunque, «non c’è nessuna possibilità» Certo, a Gianfranco, il leader manda un messaggio: «Non si può ricoprire una carica istituzionale super partes e fare nello stesso tempo il controcanto al governo, alla maggioranza che ti ha eletto e al movimento di cui sei espressione».

di Salvatore Dama

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Commenti all'articolo

  • lampuja

    22 Maggio 2010 - 17:05

    Invece di minacciare improbabili sanzioni, che risulterebbero inapplicabili grazie a fior di avvocati a disposizione degli evasori, perchè non procedere come nei confronti della mafia e ndrangheta: confisca immediata di tutto il patrimonio ed interdizione perpetua dall'esercizio di qualsiasi professione. Cioè fame nera a vita.

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  • giureca

    22 Maggio 2010 - 14:02

    Sono proprio d'accordo con vinpac e claudiof......ma è mai possibile che i nostri cari politici non prestino mai orecchio a coloro che li hanno votati?

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  • claudioF

    22 Maggio 2010 - 12:12

    In questi giorni va di moda il termine austerity. La Spagna decurta spese statali e stipendi ed ora qui in Italia ci accorgiamo della crisi. Berlusca e Tremonti, imprenditore uno ed economista l'altro anziche pensare ai tagli degli stipendi od allo slittamento dei pensionamenti dovrebbero attuare un vero e proprio status di emergenza economica nel quale vengano tagliati del 95% , non del 5%, i costi della politica parolaia e bloccati i finanziamenti inutili. Inoltre detassando completamente tutti gli stipendi e pagando per intero i lavoratori del proprio lavoro, dando la possibilità ai cittadini di scaricarsi dalle tasse la completezza dei propri acquisti, tramite il recupero dell'Iva lo Stato trarrebbe introiti sufficienti a rialzarsi, l'economia ricomincerebbe a girare e morirebbe la cosìdetta Evasione Fiscale. Io ho lanciato l'idea, lascio agli economisti attuare il tutto.

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  • vinpac

    22 Maggio 2010 - 11:11

    Per non tassare gli stipendi dei managers e dei dipendenti statali con oltre 100 mila euro l'anno si sono tirati fuori i timori di incostituzionalità. Ma di grazia la Carta fondamentale non è intrisa di socialità grazie al connubio tra cattolici e comunisti? Sia benedetto e speriamo preservato da altre interessate scuse l'intervento sugli emolumenti diversi dagli stpendi, largiti a piene mani dalle amministrazioni statali e locali. Strano poi non si parli più dei tagli alle "paghe" (il termine è usato in forma sarcastica) dei parlamentari mentre, come al solito, sono tornate alla ribalta le sanatorie edilizie: gli abusi come saranno individuati, quanto tempo occorrerà per accertarli e quale gettito garantiranno?

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