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Sinistra furbetta/2: primi frutti dei sì ai referendum. Vendola e Fassino mettono le mani sull'acqua

Dopo la vittoria alla consultazione sindaci e governatori sistemano nelle municipalizzate loro uomini di fiducia. Una "nuova" gestione che ci costerà 15 miliardi / BECHIS

Sinistra furbetta/2: primi frutti dei sì ai referendum. Vendola e Fassino mettono le mani sull'acqua
Il primo ad avere aperto le danze è il sindaco di Torino, Piero Fassino. Quasi in contemporanea si è iniziato a muovere il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola. Obiettivo di entrambi: mettere in moto un robusto spoil system in tutte le società pubbliche controllate. Con un particolare: piazzare nei vari consigli di amministrazione delle controllate del Comune di Torino e della Regione Puglia uomini politici del loro schieramento più o meno freschi di nomina.
In Puglia la Corte Costituzionale ha infatti bocciato la norma con cui la Regione aveva allargato il proprio consiglio da 70 a 78 eletti. Così otto consiglieri votati dai pugliesi poco più di un anno fa si sono trovati all’improvviso senza poltrona, e l’idea di Vendola è quella di risarcirli trasformandoli con un colpo di bacchetta magica in manager da fare sedere in seno al consiglio dell’Acquedotto pugliese appena trasformato in ente pubblico o di altri enti pubblici e società controllate.

A Torino invece il problema è assai più semplice: molti neoeletti che hanno seguito Fassino nel trionfo alle recenti amministrative hanno scoperto una volta arrivati in consiglio che indennità e gettoni di presenza offrono ormai uno stipendio magretto. Così hanno chiesto al loro sindaco di lasciare l’incarico elettivo per essere nominati nel consiglio di alcune delle più importanti municipalizzate che hanno vertici in scadenza. L’idea sembra essere piaciuta a Fassino perché così il neo-sindaco riuscirebbe a prendere due piccioni con una fava: potrebbe nominare nelle società controllate fedelissimi e allo stesso tempo liberare posti per consiglieri non eletti a cui lui teneva in modo particolare. Potrebbe entrare così nel consiglio comunale di Torino l’ex craxiano Giusy La Ganga, che Fassino ha recuperato e l’elettorato di centrosinistra bocciato.
La casta politica che si riprende in mano le municipalizzate piazzando politici trombati o in cerca di fortuna ha in Fassino e Vendola solo i due amministratori più lesti, non l’eccezione. Presto sarà la regola. Perché fino a domenica scorsa quel che sta avvenendo a Torino e Bari sarebbe stato impossibile. Era in vigore un regolamento che stabiliva l’incompatibilità per almeno tre anni fra cariche elettive negli enti locali e consigli direttivi o di amministrazione di enti pubblici o società controllati dagli stessi enti locali.
In pratica un consigliere comunale o provinciale o regionale non poteva essere nominato nel consiglio di amministrazione di una società comunale, provinciale o regionale a meno che non fossero trascorsi tre anni dalla fine del proprio mandato politico. Quel regolamento però è decaduto lo scorso week end grazie al referendum sui servizi pubblici locali. Era infatti stati varato sulla base di una delega al governo concessa da un comma di quell’articolo 23 bis (la cosiddetta legge Ronchi) che gli italiani hanno abrogato dicendo sì a un referendum impropriamente definito “sull’acqua pubblica”. Abrogato l’articolo non hanno più fondamento nella norma primaria nemmeno i regolamenti successivamente emanati.

E così abbiamo la più incredibile beffa: quel vento anti-politica e anti-casta soffiato nelle urne referendarie senza nemmeno saperlo (nessuno l’ha fatto presente prima del voto), ha fatto un regalo straordinario alla casta più invisa, quella dei politici. Perché ora politici trombati o in cerca di facile guadagno torneranno ad occupare come un tempo le municipalizzate pensando più che al bene comune alle proprie privatissime tasche. La calata dei cosacchi nelle società idriche, come in quelle di trasporto pubblico locale, energetiche, dei rifiuti e così via inizia capitanata da Fassino e Vendola, ma presto ci sarà ben poca differenza fra destra e sinistra.
Secondo uno studio riservato in mano all’Anci e alla presidenza del Consiglio dei ministri, la più probabile evoluzione dei servizi pubblici dopo il referendum sarà quella della gestione in house degli stessi. È stato simulata la costituzione di circa 30 mila società in house dei vari enti locali per la gestione dei servizi e un costo complessivo annuo di 15 miliardi di euro per la sola organizzazione dei loro consigli direttivi. Quindici miliardi di euro che naturalmente peserebbero tutti sui bilanci degli enti locali, visto che non potranno a norma di referendum più essere condivisi con soci privati. Così proprio mentre sta tornando di moda nel centrodestra come nel centrosinistra l’idea di tagliare i costi della politica, in realtà questi stanno per lievitare in modo considerevole: quei 15 miliardi sono pari al costo della intera riforma delle aliquote Irpef. Una soluzione d’emergenza però ci sarebbe: stabilire in un decreto collegato alla finanziaria che fra poco sarà varata l’abolizione di ogni indennità per la partecipazione ai consigli di società pubbliche locali, prevedendo solo un rimborso spesa e il pagamento di un minimo gettone di presenza. Almeno i politici trombati- come sarebbe giusto- saranno costretti a trovarsi un altro lavoro non a spese del contribuente.

di Franco Bechis

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Commenti all'articolo

  • tigrin della sassetta

    18 Giugno 2011 - 17:05

    non avevo capito a che diavolo servisse un referendum manifestamente strampalato come quello sull’acqua e lo avevo preso per un’esca utile a chiappar gonzi per la consegna anticipata del berlusca alle fauci dell’ayatollah Boccassini. Macché: pappatoria per i kompagnonzi, ecco di che (come sempre d’altronde) si trattava! Bucolo però la chiamerà eleganza delle passioni … Anima cattiva

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  • blu521

    18 Giugno 2011 - 15:03

    E' preferibile tacere,magari dando l'impressione di essere un po' scemi, piuttosto che parlare e fugare ogni dubbio

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  • blu521

    18 Giugno 2011 - 15:03

    Userò il linguaggio ordinario di Oxford: Lei è de coccio. Non le ho mai dato del non democratico,amico di voltagabbana,sostenitore del no e altre stramberie. Ho detto che in democrazia è d'obbligo il rispetto della maggioranza. Ad un commentatore che mi faceva notare la posizione del PD, ho risposto che in un referendum la gente vota direttamente e non tramite qualcuno. Al di là del fatto che lei ignora le regole elementari della politica, lei mi rafforza nella convinzione che la sua domanda senza senso era rivolta solo ad innescare una polemica inutile e noiosa. Se la cosa la diverte provi con qualcuno più paziente di me. Buona serata

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  • kumachan

    18 Giugno 2011 - 13:01

    Che lei e quelli della sua razza siete dei filosofi del pensiero e della verita`. Io e tutti quelli che come me hanno semplicemente detto una verita` lapalissiana, cioe` che la migliore speranza di vittoria per chi volesse la vittoria del NO era non votare sono stati tacciati di non essere democratici, non sapere cosa sia il rispetto delle persone e delle regole. E questa e` la prova che voi siete aristocratici, perche` voi potete far decadere un referendum (diciamo del 2003) scrivendo a caratteri cubitali che non bisogna andare a votare per il referendum. Ora mi dica, lei si vergogna dei politici voltagabbana percui cio` che "E` DEMOCRATICO" durante i referendum dipende da chi propone il referendum, oppure lei appartiene ai voltagabbana? Io putroppo appartengo al popolino che usa una regola banale nella vita, ma anomala per lei: "cio` che e` giusto per me lo e` anche per gli altri, e cio` che e` sbagliato per me lo e` anche per gli altri".

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