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Papponi di Stato, puntata 1 Una porchetta di troppo

L'Italia e la Casta. Riproproniamo l'inchiesta di Scaglia e Poletti pubblicata da Libero nel 2008. Nulla è cambiato

Papponi di Stato, puntata 1 Una porchetta di troppo
Era il 2008, sembra oggi. Riproponiamo a puntate l'inchiesta di Andrea Scaglia e Roberto Poletti Papponi di Stato. Un viaggio tra privilegi, guadagni e pigrizie dei signori del Palazzo pubblicato da Libero nel 2008. Triste a dirsi, ma tra la Casta di allora e quella di questi giorni non è cambiato nulla. 

La prima puntata: La campagna elettorale della porchetta

Prendete un conduttore televisivo, trentacinque anni, già una lunga esperienza in giornali e tivù locali. Diventato famoso per le sue trasmissioni orgogliosamente nazional-popolari, seguitissime dalle tanto corteggiate “sciure Maria” di Lombardia e non solo. Uno di quelli che, per dirla in politichese, può eventualmente contare su un discreto “bacino di voti”, la sua faccia è nota, le persone si fidano. Poi prendete delle imminenti elezioni, con i partiti alla disperata ricerca del “volto nuovo”, magari proveniente dalla “società civile”, in modo da poter sbandierare una riverniciata che sembri appena appena credibile. Uniteci una buona dose di ambizione del conduttore-giornalista, che visti i trascorsi conosce i politici per filo e per segno, in studio li ha incontrati decine di volte. E c’è chi tra una chiacchiera e l’altra gliel’ha anche buttata lì, «ma perché non ci provi anche tu?». Ci provi a far cosa? «A fare politica. Saresti perfetto». E allora lui ci crede, comincia a fantasticare, «mi darei da fare per cambiare questo e quello». Nelle sue trasmissioni ha spesso messo alla berlina vizi e stravizi del Palazzo, e l’idea di entrarci da “corsaro” lo alletta non poco. E insomma, alla fine sì, si butta. Entra a far parte della Casta. Giusto così, per vedere l’effetto che fa. E dunque, eccomi qui: sono Roberto Poletti, parlamentare pentito.

Ricordo il periodo in cui riflettevo sulla mia possibile “discesa in campo” (perché tutti i candidati, all’inizio, si sentono un po’ Berlusconi, o un po’ D’Alema, se si preferisce). Era l’inizio del 2006: la legislatura del Cavaliere era alla fine, l’ascesa di Prodi pareva inarrestabile, e in pochi davano ascolto ai sondaggi di Silvio, «guardate che il centrodestra ha recuperato, li abbiamo ripresi, siamo in testa!». In effetti, la mia passata esperienza alla Padania mi aveva appiccicato addosso l’etichetta di leghista. Non che la cosa mi offendesse, ma i rapporti col Carroccio si erano raffreddati nel tempo. E poi c’era questo feeling con i Verdi, conoscevo bene alcuni di loro, stima reciproca con il capogruppo in Regione Lombardia, si può dire che il segretario nazionale Pecoraro Scanio fosse un amico. «I Verdi? E perché no?». Certo, mai mi ero occupato dei problemi della foresta amazzonica, né mi sentivo particolarmente competente su effetto-serra e dintorni. Tutt’altro. Ma nelle mie trasmissioni avevo sempre spinto sulla necessità di fare un po’ di pulizia in Parlamento. Ecco: “l’ecologia della politica” mi sembrava uno slogan attuale, vincente. Senza contare che, molto meno idealmente e facendo due conti, quello dei Verdi era il partito che più degli altri mi garantiva la possibilità di essere eletto. Sapevo che uno dei candidati in Lombardia avrebbe rinunciato allo scranno romano per rimanere in Regione. E dunque, la legge elettorale mi avrebbe permesso di subentrare. Ma sì, vada per i  Verdi. E poi, una volta dentro, potrei fare il cane sciolto. Gli faccio vedere io, gli faccio.

I colloqui con i vertici del partito scivolano via senza troppi problemi. D’altronde, porto con me un bagaglio mica male, visti gli ascolti -record, per delle televisioni locali - dei miei programmi. Sul mio disinteresse per l’ambientalismo militante, nessun problema: quando puoi garantire qualche crocetta in più sulle schede elettorali, un accordo si trova. L’incontro decisivo con Pecoraro Scanio avviene al Jolly Hotel di Milano, gennaio 2006. «Visto che sei giornalista, ti potresti occupare dell’informazione» mi dice. «E poi ti piazziamo in una commissione parlamentare di quelle giuste». Diamo un’occhiata alle liste: io sarei stato il numero 6 dei collegi Lombardia 1 e Lombardia 2. I primi tre in lista, Pecoraro compreso, si sarebbero presentati in tutta Italia, e dopo il voto avrebbero scelto altre località di elezione. Degli altri due che avevo davanti, già si sapeva che uno, Monguzzi, avrebbe rinunciato per restare alla Regione Lombardia. E valutando i sondaggi, era pressoché sicuro che io e l’altro rimasto saremmo stati eletti, uno nel collegio Lombardia 1, l’altro nel Lombardia 2. Dunque, affare fatto, si parte. Obiettivo: la Camera dei Deputati. In effetti, quello della campagna elettorale è un periodo faticoso. Controlla i manifesti, prepara gli spot, vai al dibattito televisivo. Anche Sgarbi mi appoggia, allora io e la scrittrice africana Aminata Fofana, anche lei candidata, gli chiediamo un appello elettorale. Lui dice che sì, si può fare. Vado a casa sua a Roma con un operatore, lui si è svegliato tardi, è ancora in vestaglia semiaperta, e comunque registriamo lo spot, ma mandarlo in onda non si può: si vede “tutto”. Intanto il noto manager Lele Mora offre i “suoi” personaggi al partito, ma decidiamo di utilizzare solo il famoso Costantino, lo accompagno a Roma e facciamo un appello contro gli Ogm. Alto livello.

Operazioni d’immagine a parte, imposto la campagna sulla difesa degli anziani e sulla moralizzazione della vita pubblica, i temi che avevano fatto la mia fortuna in televisione, uno dei miei slogan è “Aria pulita in Parlamento”. Mi faccio tutti i mercati rionali, il pubblico mi riconosce e si divide. Qualcuno mi rinfaccia di essermi venduto ai comunisti, «da te non me l’aspettavo», altri mi sostengono, «sei una brava persona e ti voto». In ogni caso, è forse l’unico momento in cui ti sembra di avere un contatto reale con gli elettori: li incontri, ci parli. Ti illudi di aver fatto la scelta giusta, sogni un futuro da Martin Luther King, ti immagini di arringare l’Aula gremita, «...ho fatto un sogno...». Ma la realtà è molto più prosaica, i primi schiaffoni arrivano da quelli che dovrebbero essere dalla tua parte: i compagni di partito. Nel mio caso, tal Fiorello Cortiana. In sostanza, i vertici dei Verdi avevano deciso di sacrificare la sua candidatura – due legislature da senatore, si era già fatto, e un discreto numero di anni in Regione Lombardia - per offrirla a me. Sul suo blog telematico cominciano a uscire commenti non proprio gentili nei miei confronti, si ironizza sul mio passato in Padania e, soprattutto, sui miei programmi televisivi, evidentemente non abbastanza chic. Lo stesso Cortiana, parlando di me al Corriere della Sera e a Repubblica, se ne esce con frasi tipo «un conto è fare tivù popolare, un altro è darsi al populismo, io vengo da un’altra cultura politica, sono l’unico verde pubblicato su Le Monde, giro tra la Biennale di Venezia e i summit nel Kerala», e ancora «lui va in onda con la sciura Maria e fuori dalla Lombardia non lo conosce nessuno».

A parte che proprio in Lombardia ero candidato, e dunque non mi sembrava così squalificante essere conosciuto sul territorio, mi infastidiva il riferimento alla “sciura Maria”, quasi fosse un demerito poter contare sull’affetto della gente semplice. Quindi rispondo, ribadendo l’orgoglio per le mie trasmissioni “tutte vecchiette e porchetta”. Chiusa lì? Macché. Mi chiama Pecoraro Scanio, arrabbiatissimo: «Ma sei matto?» Io: «Matto? E perché?» «Ma dài, quel riferimento alla porchetta...». «La porchetta?». «Sì, hai detto che sei orgoglioso della tua tv alla porchetta». «E allora?». «Come e allora? Qui ci giochiamo i voti dei vegetariani, ti rendi conto? Non dire più una cosa del genere!». Da allora, niente più porchetta. E comunque, dopo la vittoria del centrosinistra del 10 aprile, ci saremmo trovati nella sede della Federazione dei Verdi, a Roma, per una chat post elettorale di ringraziamento. E avremmo festeggiato la vittoria di Prodi e del centrosinistra, e dunque anche nostra, a forza di cubetti di mortadella. Ma lì i vegetariani non vedevano. E poi, chissà, forse quella mortadella era un segno premonitore. Comunque, tenere bene a mente: porchetta no, mortadella sì.

In realtà, io risultavo essere il primo dei non eletti. Ma i propositi di rinuncia di Monguzzi non erano in discussione, lui è uomo di parola. Quindi mi organizzo e prendo casa a Roma, in piazza Navona, me l’affitta un collega giornalista. Monguzzi vuole partecipare da deputato all’elezione del Presidente della Repubblica, poi si sarebbe fatto da parte. E così succede: Napolitano diventa Capo dello Stato, io divento deputato. Il mio esordio in Parlamento non è che me lo ricordi perfettamente. È il 6 giugno 2006, un martedì: mi sveglio emozionato, resto tutto il giorno in uno stato semi-onirico. Mi ero comprato un vestito per l’occasione, duemila euro spesi da Canali, volevo fare bella figura. Arrivo in piazza Montecitorio, varco il portone. Ed entro in quello che mi sembra un altro mondo. I grandi corridoi, i soffitti a volta, i tappeti, ogni poltrona che t’immagini essere un pezzo di storia. Lo sfarzo. Vado subito nell’enorme salone Transatlantico, quello così famoso, dove tutti s’incontrano nelle pause delle sedute: i commessi e gli impiegati che camminano velocemente, i parlamentari che passeggiano, ecco Bertinotti, ti giri e vedi D’Alema. Faccio capannello con gli altri neo eletti, scherzo con un altro novello, Maurizio Bernardo, lui è di Forza Italia, ci chiamiamo “onorevole” per sentire come suona, «Allora, onorevole Bernardo…», «Eh, caro onorevole Poletti…», poi scoppiamo a ridere. Percorriamo il “corridoio dei Presidenti”, una galleria in cui sono affissi i ritratti di tutti i presidenti della Camera, e ci scopriamo un po’ intimoriti, sono persone che hanno fatto l’Italia. Poi vediamo il quadro con la Pivetti e ci tranquillizziamo.

Finalmente entro in aula, cerco il mio posto, eccolo, mi siedo. Sì, sono commosso, altro che storie. C’è un’ “informativa urgente del governo sul grave attentato subito da una pattuglia del contingente militare italiano a Nassiriya”. E io sono qui. A un certo punto Bertinotti, che della Camera è presidente, declama che «il deputato Carlo Monguzzi, eletto consigliere regionale, ha comunicato, con lettera inviata alla Presidenza, di voler rassegnare le dimissioni dalla carica di deputato». Ecco, tocca a me. E infatti si passa alla proclamazione dei deputati subentranti. Al posto di Bertinotti c’è ora il vicepresidente Leoni, ma va bene lo stesso. È lui che pronuncia il mio nome: «...e proclama quindi deputati Mauro Betta, Giovanni Cuperlo, Stefano Pedica, Roberto Poletti...». Adesso è vero, sono ufficialmente onorevole, l’Onorevole Roberto Poletti: vi rendete conto? Trema Parlamento, che adesso ti
aggiusto io!

Ma la giornata non è finita. Conclusa la seduta in Aula, un altro onorevole mi prende per un braccio e mi accompagna al piano di sopra. Lì si trova la sala in cui si riunisce la “Commissione cultura, scienza e istruzione” e io, aderente al gruppo parlamentare dei Verdi, ne faccio parte, senza che nessuno mi abbia chiesto se mi sta bene o meno, ma questo è un dettaglio. Commissione cultura, scienza e istruzione: e dici poco? Come inizio non è mica male. Siamo in 46, c’è da eleggere il presidente. «Ricordati: Folena...».
Come? «Folena, si vota Folena, quello di Rifondazione». In effetti, mi avevano già consegnato un  foglio con i nomi di tutti quelli che andavano votati, presidenti e vicepresidenti e segretari di Commissione, il mio primo compito è dunque quello di copiare l’indicazione ricevuta. Vabbè, sono appena entrato, mica posso pretendere di fare subito di testa mia. E dunque, che Folena sia.
Come avevo detto? Che il Parlamento adesso lo aggiusto io? Sì, magari da domani.

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Commenti all'articolo

  • bruno osti

    20 Luglio 2011 - 19:07

    Quirinale, approvati tagli agli stipendi Riduzioni del 5-10% oltre ...28 dic 2010 ... Quirinale, al via tagli di stipendi. Si tratta di 228 milioni di euro sostanzialmente pari al livello del 2008, a seguito della riduzione di ...Napolitano firma i decreti, fino al 2013 la spesa rimarrà ferma ai livelli del 2010 I risparmi così ottenuti - si legge nella nota del Quirinale - si....Quirinale, al via tagli di stipendi. Del 5-10% per quelli sopra ... www.tgcom.mediaset.it/politica/ -------Silvio, quanto ci costi - 350 milioni all'anno: un milione al giorno!!! Conti fuori controllo, 1.400 dipendenti di troppo, milioni buttati per gli show del Cavaliere, segretarie pagate come direttori. Ecco come Berlusconi ha trasformato la presidenza del Consiglio in una reggia...La corsa dei costi di Palazzo Chigi sembra infatti ormai inarrestabile Soldi che se ne vanno per mille rivoli e che finanziano le strutture che sono proliferate sotto il governo Berlusconi tra uffici di diretta collaborazione...

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  • blu521

    20 Luglio 2011 - 15:03

    Guardi che il nano ha governato 8 anni negli ultimi 10: A che gli serviva il referendum di cui parla? E giacchè ne parla potrebbe darci qualche ragguaglio ulteriore su questo presunto referendum? Non so se se ne è accorto, ma è questo giornale che se la prende con i costi della politica. Veda un po' se le riesce di trovare qualcosa di sensato con la "sua"(presunta) materia grigia

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  • ogle

    20 Luglio 2011 - 14:02

    perche nella casta non si mettono anche i sindacati e sindacalisti???????

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  • wolfblak

    20 Luglio 2011 - 10:10

    e questi falsi farisei nel 2005 bocciarono i tagli che il governo Berlusconi aveva proposto con un referendum prendendo in giro coloro che oggi gridano alla Casta!

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