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Giornata di ordinaria follia nel Palazzo assediato dai pm

Retroscena alla Camera: la Brambilla litiga con Cicchitto, la Mussolini insulta, il più tranquillo è quello che va in galera / BECHIS

Giornata di ordinaria follia nel Palazzo assediato dai pm
La giornata più folle della storia parlamentare finisce così. Con l’Udc che dichiara il proprio sì all’arresto di Alfonso Papa, e vota compatta. Lo fa arrestare. Papa fugge nel corridoio dei presidenti, lontano dai cronisti parlamentari. Si incammina verso di lui a passo svelto il segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa. Incontra il cronista di Libero, fa una smorfia di dolore, a momenti scappa la lacrimuccia e allarga le braccia: «Mi dispiace da morire, povero uomo». Nel segreto dell’urna gli aveva appena dato il colpo di grazia, e due minuti dopo Cesa era pieno di compassione. Eppure tutto è filato così, ieri a Montecitorio. È stata la giornata dei radicali che hanno tuonato contro i 20 mila detenuti in carcerazione preventiva e poi hanno dato il loro voto per fare 20.001 dietro le sbarre, con l’aggiunta di Papa. È stata la mattinata di Stefania Prestigiacomo che dava l’ok del governo a mozioni emendamenti del decreto rifiuti e poi tutti i membri dell’esecutivo che votavano all’opposto e non si capiva più nulla. Una maionese impazzita davvero. Con il povero Denis Verdini che alla fine nero in volto non riusciva a capacitarsi: «i numeri sono numeri. E i numeri della maggioranza li ha avuti l’opposizione. Proprio gli stessi…».


Eppure qualche spiegazione c’è a tante contraddizioni e stordimento puro della politica. Fin dal primo mattino si intuiva come sarebbe andata a finire. Sono passate da poco le 11. Dietro Montecitorio arriva sgommando in via dell’Impresa un’auto blu con tanto di autista e altri accompagnatori. Si apre la portiera dietro e ne esce un abbronzatissimo Fausto Bertinotti. Si infila la giacca e con un collaboratore entra a palazzo Theodoli, uno dei tanti complessi dove ci sono uffici dei deputati. È così rapido che non sente l’ “oh” di stupore di un gruppo di turisti che vengono da via del Corso. Il primo- accento veneto- tocca il suo vicino: “hai visto? Bertinotti!”. Il compagno chiosa subito aggressivo: “già, e viaggia sull’auto blu!”. Nemmeno un secondo a tutto il gruppo fischia. Probabilmente non sanno che ufficio e auto blu spetta agli ex presidenti della Camera, e che Bertinotti non è stato più eletto, ma tanto ex non è: guida la Fondazione di Montecitorio, l’ultimo degli enti inutili creati dalla fervida fantasia del palazzo. I turisti non hanno forconi né monetine a portata di mano, ma quei fischi la dicono lunga. E lo sa benissimo chi è chiuso nel palazzo che quel pomeriggio è chiamato a decidere se l’onorevole Papa dovrà arrivare al processo da uomo libero o in manette.
Basta entrare a Montecitorio. Due passi nel primo corridoio e il cronista di Libero è subito assalito dai primi deputati che incontra. Ce l’hanno con le inchieste sui privilegi della casta, si sentono sotto assedio, ritengono che la responsabilità sia della stampa. I primi due a protestare sono due onorevoli leghisti piemontesi, non molto noti al grande pubblico della politica. Uno dei due è vestito tutto di nero, Gianluca Buonanno, sindaco di Varallo: «Ma smettetela voi di Libero! E poi provate a distinguere fra deputato e deputato. Non tutti sono la casta! Perché non fate la classifica delle presenze in aula? Io ci sono sempre, altri colleghi no». Poi però si lascia andare a una confidenza: «il clima fuori è davvero brutto. Ormai non distingue più nemmeno il nostro elettorato! Pdl? Lega? Pd? Tutti uguali, tutti casta». Poco più in là è in attesa del suo turno per protestare più o meno allo stesso modo il finiano Enzo Raisi: «la volete piantare con la casta?». Poi quasi chiede consiglio: «Che possiamo fare oggi? Perché la sensazione è che qualunque cosa noi si faccia, finiamo male. Certo, come si fa non votare per l’arresto di Papa? Se con il voto segreto si salva, vengono a prenderci tutti con i forconi». Il clima è proprio teso. C’è chi prova a scaricare le colpe di tutto su Libero e chi si rende conto che un giornale altro non fa che registrare quel che avviene dentro e fuori il Palazzo. È una furia il pidiellino Roberto Tortoli: «Bisognerebbe fare un falò dei giornali di centro-destra, sono loro il peggio che c’è». Avanza aggressivo perfino Ciriaco De Mita, uno che non dovrebbe offendersi se lo si inserisce nella casta. Eppure è rabbioso pure lui. Solo che sbaglia mira. Avvicina il cronista di Libero e sibila: «Ecco il poco intelligente direttore del poco intelligente Tempo! Bravi, complimenti». Gli spiego che ha sbagliato grado, giornalista e giornale, e lui si ritira biascicando un «mi scusi». Ma la giornata è tesa. Incrocio Alessandra Mussolini che esce come un’Erinni dall’aula di Montecitorio. Mi guarda e urla: «E vaffanculo! Mi avete rotto proprio i coglioni!». Steso con un ko così poi vengo a sapere che la rabbia era la coda di una piazzata in aula contro il Pd Emanuele Fiano che aveva demonizzato suo nonno, Benito Mussolini. Lei lo ha difeso con passione e una furia cieca che non ha guardato in faccia nessuno. Non è l’unico sfogo di rabbia. Perché esce infuriata anche Michela Brambilla, accompagnata da Verdini e Maurizio Lupi. Ce l’ha con Fabrizio Cicchitto, il capogruppo che ha osato richiamarla in aula per votare e siccome lei non gli rispondeva «mi ha fatto richiamare da Silvio Berlusconi! Berlusconi, capisci?». Mentre lei si sfoga alle spalle sbuca proprio Cicchitto. Più infuriato di lei, ed è raro: «Io chiamo per votare in aula chi mi pare, hai capito? Anche i ministri, sì! E poi tu sei una dei ministri che viene di meno in aula!». Lei fa per rispondere per le rime, l’agguanta Verdini, le tappa la bocca e la trascina via di peso.
L’unico che sembra avere ancora un po’ di calma nella giornata più pazza a palazzo è proprio quello che dovrebbe tremare più di tutti. Papa sorride, stringe mani. Si ferma perfino con i giornalisti attardandosi nel cortile di Montecitorio proprio mentre inizia il suo processo in aula: «Io sono sereno perché sono innocente. Non temo nulla». Fuma una sigaretta come fosse seduto in salotto da amici. Probabilmente non ha idea del destino che lo attende. Parlerà in aula? «Non lo so, forse no. Conviene che lo faccia?». Lo farà e volerà anche alto. Solo lui e il suo difensore, l’avvocato pidiellino juventino Maurizio Paniz, riusciranno ad ottenere il silenzio assoluto di un’aula assai distratta e ciarliera. Perfino Massimo D’Alema interrompe per qualche istante il suo tradizionale fou fou che ormai viene copiato in molte fila dei banchi Pdl. Anche Rosa Calipari smette di fare l’agit prop urlando e gesticolando sempre in piedi come accadeva da inizio seduta. Deve essere colpita e siede silenziosa. Brusio a parte, l’unica che provoca la gazzarra in aula è Daniela Melchiorre, quella che voleva un posto da viceministro, le hanno dato una poltroncina da sottosegretario rifiutata con sdegno ed è fuggita dalla maggioranza. Gli altri avevano comunque i voti necessari, e non le hanno dato peso. Ma quando ieri si sono sentiti apostrofare dalla Melchiorre, la deputata ritenuta più sexy dai camionisti, “servi della gleba”, hanno perso la pazienza. E c’è da capirli.
In piena maionese impazzita voleva parlare anche Amedeo Laboccetta, Pdl campano. Cicchitto gli ha chiesto di non farlo: «per noi parlano solo gli avvocati». Lui ha chiesto di mettere agli atti l’intervento e ha girato l’aula distribuendo un libro autobiografico di anni fa ristampato per l’occasione. L’ha messo in mano anche ad Antonio Di Pietro. Titolo: “Grand Hotel Poggioreale”. In copertina lui dentro una macchina della Guardia di Finanza mentre veniva condotto nel carcere napoletano. Ingiusta detenzione, perché poi fu assolto. E nella prefazione si indigna Gianfranco Fini. Voleva essere un monito a chi si preparava a votare. E invece il libro è finito sul banco di Papa pochi minuti prima del voto. L’ha preso in mano, l’ha guardato e ha sorriso. L’ultima follìa nella giornata del palazzo sotto assedio.

di Franco Bechis

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Commenti all'articolo

  • blu521

    21 Luglio 2011 - 15:03

    E sai che notizia? Cicchitto litiga con la Brambilla? Avrà dato credito a Bisignani.

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  • topo.gigio

    21 Luglio 2011 - 13:01

    Il PDL sta dando testate al muro per romperla anche a coloro che l'hanno votato e che oggi riflettono senza speranza di recupero alle eventuali prossime elezioni. Chi l'avrebbe mai detto che un manipolo di PM e giudici della casta sarebbero arrivati a tanto. Ripescano gl'anni del dipietrismo e si collocano a decidere quale governo è necesario per quest'Italia in via di putrefazione. Siamo tutti nei guai anche se chi è causa del suo mal pianga se stesso. La speranza del "migliore avvenire" prospettato da qualche tempo è svanito con l'estate del 2011. "Undici" indiscutibilmente iellatico, un po in giro per il mondo. Dunque non siamo soli ma la "compagine" ci lascia sconvolti. Che aggiungere se non il silenzio... in attesa del "diluvio".

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  • topo.gigio

    21 Luglio 2011 - 12:12

    Il PDL sta dando testate al muro per romperla anche a coloro che l'hanno votato e che oggi riflettono senza speranza di recupero alle eventuali prossime elezioni. Chi l'avrebbe mai detto che un manipolo di PM e giudici della casta sarebbero arrivati a tanto. Ripescano gl'anni del dipietrismo e si collocano a decidere quale governo è necesario per quest'Italia in via di putrefazione. Siamo tutti nei guai anche se chi è causa del suo mal pianga se stesso. La speranza del "migliore avvenire" prospettato da qualche tempo è svanito con l'estate del 2011. "Undici" indiscutibilmente iellatico, un po in giro per il mondo. Dunque non siamo soli ma la "compagine" ci lascia sconvolti. Che aggiungere se non il silenzio... in attesa del "diluvio".

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  • paolo44

    21 Luglio 2011 - 12:12

    Riflessioni post diretta televisiva: Casini, ex portaborse di quel Forlani distrutto da mani pulite (probabilmente Casini ci ha fatto carriera su), si distingue quale doppio forcaiolo. Non contento di votare sì si produce in una invocazione del voto palese, invocazione che suona falsa, vigliacca e strumentale. Questo individuo non è degno di stare in parlamento, ma ha i soldi e il potere per restarci PER SEMPRE. Ecco una legge ultranecessaria: massimo 3 mandati, poi a casa. Una nota di biasimo pesantissima ai radicali, divenuti ormai manettari e comunisti, grazie al seggio di nomina PD. Un pensiero di disgusto e nausea per Di Pietro, essere umanamente e politicamnete indegno, novello maramaldo e peggio. Deve sparire. Un moto di pena per Della Vedova, speriamo che politicamente muoia presto, urge l'eutanasia. Nel complesso uno spettacolo da ultimi giorni di Pompei.

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