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Tagli alla Casta, il Colle impari dal "pazzo" Cossiga

La lezione dell'ex presidente. Agli insulti dell'Espresso replicava: "Se vi denuncio diventate eroi, non sono fesso" / PANSA

Tagli alla Casta, il Colle impari dal "pazzo" Cossiga
Il martedì 20 agosto 1991, poco prima delle otto di mattina, il mio telefono di casa cominciò a squillare. Stavo scrivendo e chiesi infastidito: «Chi parla?». Mi rispose un ruggito: «Parla il presidente della Repubblica!». Pensai allo scherzo di un amico e replicai. «Mi rompi le scatole a quest’ora? Lasciami perdere che sto lavorando!». Ma lo sconosciuto si mise a ridere: «Quale scherzo? Sono Cossiga. A Giampà, non riconosci la mia voce?».
 Era davvero il capo dello Stato. Balbettai: «Certo che la riconosco, signor Presidente». Cossiga: «Ci siamo sempre dati del tu e adesso usi il lei? Torniamo al tu. Ti spiego subito: ti ho telefonato per dirti che sei un uomo fortunato!». Domandai: perché fortunato? Cossiga: «Perché stamattina sono di buonumore. E così non mi sono arrabbiato leggendo il tuo articolo sull’Espresso. Quello intitolato “Parola d’ordine: ciccia”. Una vera schifezza!».
 Indagai con cautela: «Perché è una schifezza?». Cossiga: «Perché hai sostenuto  che anch’io mi sono iscritto al Tac, al partito del Tirare a Campare, quello inventato da Andreotti. Puoi dirmi di tutto, Giampà, ma non che ho aderito al Tac o che intendo aderirvi. Stampalo pure sul vostro  Espresso, il giornale di quel megalomane dell’Ingegnere. Così i lettori vedranno se ti racconto delle balle o no!».
 Il presidente della Repubblica mi chiamava da Pian del Cansiglio, il suo accampamento militare per le battaglie dell’estate. E da quel martedì, il giorno successivo al golpe contro Gorbaciov a Mosca, le battaglie cossighiane ripresero con violenza. Presentando una stupefacente estensione degli obiettivi. Ma sì, Cossiga non raccontava balle. E non si era per niente iscritto al Tac. Anzi, dimostrava di essere entrato in una nuova fase esistenziale: quella del Picconatore.

Cossiga era stato eletto presidente della Repubblica il 24 giugno 1985, al primo scrutinio, quando stava per compiere 57 anni. Veniva dopo Sandro Pertini e il suo settennato iniziò quasi in sordina, da Presidente Notaio. Tanto che il suo gesto più clamoroso apparve quello di restituire la tessera della Dc, il partito nel quale era nato e cresciuto. Trascorsero quattro o cinque anni e Cossiga iniziò a togliersi  “i sassolini dalle scarpe”. Ma non si trattava di un comportamento bizzarro.
“Francè” nutriva un’ambizione: preparare il passaggio dalla repubblica parlamentare, soffocata dal caos partitico, a quella presidenziale. S’illudeva di poter fare il Traghettatore. E cominciò con l’attaccare proprio la Dc. Dipinta come un partito gonfio di estrogeni da potere, incapace di governare l’Italia secondo ideali cristiani. Un conglomerato che a Cossiga ricordava il Pcus, il Partito comunista dell’Unione sovietica. Con una nomenklatura altrettanto intramontabile e arrogante.
Lo strappo vero di Cossiga si manifestò nell’estate 1991, quella della telefonata a me. Dal campo militare sul Cansiglio, il luogo delle sue vacanze, il presidente, bardato da comandante della Forestale, cominciò a menare colpi non soltanto contro la Dc, ma contro tutti.
Spiegò agli inviati dei giornali: «Nella società dello spettacolo, per far sentire la verità, bisogna creare scandalo. Molti penseranno che sono diventato una macchietta. Non è così. Fingo di esserlo pur di far giungere alla gente i miei messaggi». Ci riuscì, parlando quasi tutte le sere alla televisione. E seguendo un copione che doveva aver meditato a lungo.
Cossiga ce l’aveva anticipato nel marzo 1991: «È  venuto il momento di passare dalla commedia al dramma, dalla farsa alla tragedia». In aprile ci ammonì: «Non sono un generale come De Gaulle. Non sono un eroe. Non ho poteri finanziari. Posso soltanto parlare. E parlerò, parlerò, parlerò!». In maggio avvertì il sistema dei media: «Siamo solo agli inizi. Se voi giornalisti pensate di restare disoccupati per causa mia, vi sbagliate di grosso».
All’Espresso  dove lavoravo dal luglio 1991 insieme a Claudio Rinaldi, questo nuovo Cossiga non piaceva per niente. Ci sembrava un presidente di continuo sopra le righe, troppo eccitato, nemico di tutti e amico soltanto di se stesso. E capace di cattiverie feroci nei confronti dei big politici. Ciriaco de Mita era soltanto un giocatore di scopone. Achille Occhetto, Fabio Mussi e Walter Veltroni gli sembravano dei nani, i nipotini falliti di Stalin. Di Andreotti disse: «Spero che frequentare Gheddafi abbia un’influenza benefica su Giulio». Paolo Cirino Pomicino, ministro del Bilancio, era «un analfabeta, dovremmo regalargli una biografia di Keynes, ma prima bisognerebbe fargliela tradurre in napoletano».
Del Pds guidato da Occhetto disse. «Il suo vero programma oscilla tra i campi di concentramento e i campi di rieducazione». E di Stefano Rodotà: «Un ragazzino che dice parolacce per darsi arie da grande». E di Luciano Violante: «È  un piccolo inquisitore sovietico, un Vysinskiy minore». Tralascio le battute al vetriolo sui giornalisti. A noi di via Po regalò questa stoccata: «È  tutta la mattina che chiedo un espresso e mi fanno bere la vostra brodaglia che mi fa venire l’acidità di stomaco».
Dall’Espresso  replicammo a Cossiga con gli interessi. Senza risparmiargli nulla. Una delle nostre copertine lo effigiava urlante. Il titolo diceva: “Fuori controllo”. Anch’io gli dedicai articoli roventi con definizioni ingiuriose. Il Pazzo del Colle. Un Pazzo in motocicletta. Una figura comica, il Super Gabibbo nazionale. Un Sacrestano arrogante. Un matto o un golpista. Il Grande Martello reazionario. Lo Zombi del Quirinale.

Scrivevo del presidente senza nessun riguardo. Volete una citazione? «Cossiga ormai assomiglia a un frenetico samurai che cala a ogni istante la sua spada. O a un dottor Stranamore voglioso di scatenare un conflitto nucleare. In passato avevo difeso il suo diritto di parlare, di non vedersi staccare la spina. Ma oggi da quella spina passa una corrente a centomila volt che brucia tutto, Cossiga per primo. Non ci resta che attendere allibiti che cosa farà per testimoniare la sua disperazione di solitario Uomo del Piccone».
E continuavo così: «Il presidente può bruciarsi sulla piazza del Quirinale come il bonzo di Saigon. O farsi ammazzare in diretta televisiva come il predicatore pazzo di  “Quinto potere”. Ma può anche lasciar libero del tutto il fanatico che vive dentro di lui. Sarà quel demonio interno a suggerirgli il passo finale. Che lo farà entrare nella storia d’Italia come il simbolo di un regime capace soltanto di distruggere se stesso».
Il vertice dell’Espresso, ossia Rinaldi, il sottoscritto, Antonio Padellaro, Toni Pinna e Bruno Manfellotto, si aspettava una denuncia per vilipendio del capo dello Stato. Ma quella ritorsione giudiziaria non arrivò mai. A Cossiga non importava nulla di querelarci. E non autorizzò nessuno a iniziare la procedura per metterci sotto accusa. Gli piaceva battersi ad armi pari. Si considerava un combattente politico, in grado di tutelare da solo la propria immagine, con gli strumenti della polemica politica.
Cossiga lasciò il Quirinale il 28 aprile 1992, con due mesi di anticipo sulla scadenza del settennato. Ma non si ritirò a vita privata. Nominato senatore a vita, seguitò a battagliare in Parlamento e sui media, da uomo libero com’era sempre stato, pure nei momenti più infuocati del suo ruolo di Grande Picconatore.
Devo dargli atto che non serbò nessun rancore ai giornalisti che lo avevano avversato. Con me si comportò con grande generosità. E quando nel 2003 pubblicai “Il sangue dei vinti” fu uno dei rarissimi big politici che difese i miei libri revisionisti sulla guerra civile.
In quegli anni domandai a Cossiga perché non ci avesse denunciati per vilipendio. Lui mi squadrò con un sorriso sornione. E replicò: «Giampà, vuoi una risposta schietta? Se mi fossi deciso a quel passo, avrei fatto un grande favore a Rinaldi, a te e alla banda dell’Espresso. Vi avrei regalato una pubblicità gigantesca e gratuita. E dopo una condanna sareste diventati degli eroi per una buona fetta di opinione pubblica. Non sono mica un fesso: io mi chiamo Francesco Cossiga».

di Giampaolo Pansa

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Commenti all'articolo

  • imahfu

    22 Luglio 2011 - 09:09

    C'é stato un periodo in cui Cossiga, persona colta, lungimirante e tutto il bene che si vuol dire si dica, aveva forse un forte esaurimento e parlava a ruota libera tant'é che tentarono di mettergli accanto qualcuno che lo frenasse. Non c'era piu' riservatezza né altro. P.es. Pionati - spiego' - era lì in RAI per raccomandazione di De Mita, E disse di tutto. Ora, che - per fini politici - si vuol dimenticare il recente passato, é cosa meschina. L'articolo riesce meglio, la verità ne vien fuori masturbata.Pansa ne sa qualcosa perché anche lui ne disse su Cossiga. Sia coerente. La stampa straniera accenno' a pazzie improvvise; tutta la stampa straniera.

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  • rattrappante

    22 Luglio 2011 - 08:08

    Pansa sei grande mi piace il tuo coraggio. Basta con le maestà! Complimenti davvero Ennio Belloni

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  • rattrappante

    22 Luglio 2011 - 08:08

    Noi siamo una repubblica? Ne siamo certi? Il nostro stato è uno stato borbonico, burocratico, macchinoso, lento, spesso corrotto, inefficiente, autoreferenziale. Nel nostro paese esiste ancora, di fatto, il reato di lesa maestà. La classe politica è proprio una casta chiusa autoreferenziale autoimmune. Occorre sobrietà in momento come questo, in cui, molte famiglie fanno fatica ad arrivare alla fine del mese. Si vedono le massime cariche dello stato chiuse nei palazzi, mostrarsi ai cittadini come monarchi ai sudditi. Occorrre cambiare questa cultura borbonica che come un cancro divora la nostra società. Ci sono politici in parlamento da decenni i quali in cambio di 20 mila euro al mese ci hanno portato al disatro. Politici che poi in televisione chiedono a noi sacrifici come se la responsabilità di questa situazione fosse nostra e non loro. Si dimettano tutti. Noi abbiamo il diritto di scegliere chi ci rappresenta, in primis il presidente della repubblica. E' un nostro diritto.

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  • milleottocentosedici

    21 Luglio 2011 - 18:06

    evidentemente Kossiga non se n'accorse. C'e chi sogna e chi, semplicemente, dorme. Ai secondi è del tutto inutile spiegare.

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