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Il giorno di Papa bastonato: la moglie sviene in Aula

Il deputato Pdl agli arresti: "Sono un prigioniero politico". Ore di passione, prima del voto era andato a messa / PAOLI

Il giorno di Papa bastonato: la moglie sviene in Aula
Sono le 20 e 34 di un mercoledì tutt’altro che da leoni quando l’Adn-Kronos illumina i nostri monitor: **Flash -inchiesta P4: avvocato, Papa sta andando in carcere- flash**. I lanci di agenzia, anche quelli che fan calare il sipario su una giornata epocale, non hanno né odore né sapore. Ma quelli delle 20 e 34 di ieri sera portavano con se, come le conchiglie del mare, l’eco del tintinnare delle manette, riportando le lancette dell’orologio della memoria ai tempi di Mani pulite. E se la storia si ripete, forse mai uguale a se stessa, a cambiare sono i risvolti, i dettagli, gli umori e i sapori. Sempre più amari.
Come quelli della moglie di Alfonso Papa, il deputato del Pdl nei confronti del quale la Camera ha votato l’autorizzazione all’arresto, che ha seguito l’intera seduta dalla tribuna di Montecitorio e che è svenuta al momento del voto. Sono dovuti intervenire i commessi dell’Aula per evitare il peggio, anche se l’argine del dramma era già stato abbattuto dai colleghi del marito. «Una decisione assurda, è solo una questione politica», dice Tiziana Rodà,  «il tempo testimonierà a favore di mio marito, siamo orgogliosi di andare avanti a testa alta perché non abbiamo mai avuto nulla da nascondere». E che non  ci sia nulla da nascondere lo afferma anche il deputato del Pdl, nel suo intervento in Aula. «Non ritengo dover fare appello alla difesa del Parlamento, perché  sono innocente ed estraneo nel merito a tutte le accuse». Le parole non sono quelle di Bettino di Craxi, ma quell’indice puntato  contro l’emiciclo dice più di mille parole. Certo,  nell’intervento c’è la mozione degli affetti con il richiamo ai figli, ai quali ha spiegato «per tutta la notte, perché non sarebbe tornato a casa», più che un ragionamento politico.  E Papa, forse, esagera con il pathos definendosi un «prigioniero politico» invece di offrire elementi di prova a sua discolpa. Ma la giornata, questa giornata che finisce nel carcere di Poggioreale a Napoli, dopo un viaggio in una macchina della Guardia di Finanza, ci consegna un Papa che vuole apparire sereno e pacato, quando è tirato e provato. Il tintinnar di manette gli tocca il cuore molto prima del voto.
E qualcosa di simile deve essere accaduto a Marco Milanese, deputato del Pdl ed ex braccio destro di Giulio Tremonti. Alla fine della votazione lascia Montecitorio usando i passaggi secondari. Non commenta. Per strada c’è qualcuno che lo riconosce e sono in casi come questi che il telefonino diventa uno scudo formidabile. Chissà cosa accadrà il giorno in cui l’Aula dovesse essere chiamata a decidere su di lui. Perché gli esponenti della maggioranza non erano affatto pronti a questo colpo. Lo racconta il pianto di Maria Rosaria Rossi, deputata del Pdl, con le guance segnate da due ruscelli di lacrime, dopo aver salutato il premier. Mascherano meglio le colleghe Anna Grazia Calabria, Jole Santelli e Gabriella Giammanco, ma è solo questione di dettagli, piccole sfumature. Non è un dettaglio da poco, invece, la quasi rissa fra il deputato del Pdl Enzo D’Anna, e il collega dell’Udc Angelo Cera.  La vicenda che vede coinvolto il capogruppo dell’Udc Lorenzo Cesa, che figura nelle intercettazioni nell’inchiesta sulla cosiddetta P4, è la miccia. «Che farete», grida D’Anna, «se la stessa richiesta d'arresto dovesse arrivare per il vostro Cesa?». Il clima si surriscalda, i due si strattonano alzando la voce, mentre colleghi e giornalisti si avvicinano. Corrono i commessi parlamentari, finché il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, tira via Cera che abbandona il Transatlantico. «Mi voleva picchiare», afferma D’Anna ai giornalisti che gli chiedono lumi. Peccato che fra i giornalisti ci sia anche Luca Telese del Fatto che anziché placare gli animi prova ad incendiarli ulteriormente. È già, al Fatto se non vedono scorrere il sangue non sono contenti.
Contenta non è nemmeno  Michaela Biancofiore, deputata del Pdl, che viene investita come un tir da una collega «solo per aver dato tutta la mia solidarietà a Papa». Per lei era solo una questione politica. Quella politica che tutto assorbe e tutto rumina anche le amicizie e gli affetti. Per quelli non c’è nessun flash d’agenzia.

di Enrico Paoli

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Commenti all'articolo

  • calibio26

    12 Novembre 2011 - 15:03

    Se fra 10 anni si riconoscerà che le accure saranno smantellate da un giudice onesto, cosa dovrebbe fare ( se è ancora vivo)? Che bell domanda,Fossi in lui, non avendo ormai piu nulla da perdere farei come la maffia,punisci uno per educarne cento.

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