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Rosy Tecnica Robespierre per la furba Bindi: usare le manette per fregare Bersani

La "sceriffa" difende il partito dalle accuse, ma sa che può approfittare dei guai per prendersi il Pd / PANSA

Rosy Tecnica Robespierre per la furba Bindi: usare le manette per fregare Bersani
Non lo dico per vantarmi, ma credo di essere stato il primo ad accorgersi della stoffa superlativa di Rosy Bindi. E a lanciarla nella giungla dei media.
Era l’ottobre 1992 e anche la Dc stava cercando di sopravvivere sotto i colpi di Mani pulite. La Balena bianca si era data un nuovo segretario, Mino Martinazzoli. Un politico di grande valore e un uomo verticale, come direbbero in Spagna, ossia dalla schiena diritta. Nel tentativo di salvare il partito, Mino si era inventato dei dirigenti nuovi. E in Veneto, terra di tangenti e di arraffoni, aveva spedito una ragazzaccia quasi sconosciuta, di carattere burbero, una straniera di Sinalunga, provincia di Siena: Rosy Bindi.
Per la verità, Rosy non era più una ragazza in senso stretto. Nata il 12 febbraio 1951 e all’anagrafe Rosaria, in quel momento aveva appena superato la linea dei 40 anni. Ma possedeva una bella faccia giovane, da signorina rotondetta con il capello corto, versione moderna del taglio alla maschietta. E rispetto a Martinazzoli, più anziano di un ventennio, sembrava davvero una recluta.
 Nel mio archivio ho ripescato un vecchio ritaglio del settimanale “Epoca”, con una grande foto a colori che li ritrae uno accanto all’altra a un convegno dei democristiani del Veneto. Martinazzoli ha la solita aria assorta che tanti di noi gli hanno conosciuto. Era un bell’uomo che una leggenda voleva molto corteggiato dalle signore. Un dicì beffardo l’aveva soprannominato il Charles Boyer con le mutande lunghe. Accanto a lui, la Rosy metteva in mostra la grinta della dinamitarda in erba, pronta far saltare per aria tutti, amici e nemici.

In quell’ottobre, sull’ “Espresso” scrissi che la Bindi aveva un nome da spogliarellista e un carattere da sceriffa. Esageravo? Per niente. E ne ebbi la riprova poco tempo dopo. Tornavo in treno da Venezia e, dopo la fermata a Padova, la porta del mio scompartimento si aprì di colpo. Mi venne quasi un accidente: avevo di fronte, in carne e ossa, proprio la Rosy. Che si presentò così: «Ecco la sceriffa che non fa lo spogliarello». Era di umore buono e il nostro incontro finì lì. Con qualche risata e una stretta di mano.
 Compresi che non mi ero sbagliato quando un po’ di anni dopo vidi su un quotidiano una foto di Rosy da piccola. L’aveva scattata il padre Pietro, grande cacciatore di lepri e di beccacce, che poi la spedì alla rivista “Diana”. La Bindi bambina indossava un vestitino a quadretti e teneva al guinzaglio un cane da caccia che, secondo la didascalia, era una femmina di cirneco dell’Etna. Era davvero un bell’esemplare, con il mantello fulvo, il muso lungo e le grandi orecchie ritte. Ma il cirneco quasi spariva a confronto del volto di Rosy. Fantastico e incorniciato da lunghi capelli ricci. Tuttavia era l’aspetto della bambina a colpire di più: grintoso, un tantino corrucciato, pronto a scattare nei confronti di chiunque non si adattasse ai suoi voleri.
Se avessero visto quella fotografia, tanti anni dopo i polemisti di destra si sarebbero ben guardati dallo sfottere la Bindi. Dicevano di lei: «Il suo nome è donna Rosy, tutta Pipì e niente morosi». È chiaro che per Pipì s’intendeva il Partito popolare, la Dc che lei voleva risuscitare e rivoluzionare. Avrebbe taciuto anche l’Umberto Bossi, famoso pensatore leghista. Autore di un’invettiva trucida: «Rosy Bindi è un travestito».
Oggi della Bindi si sa tutto o quasi. Sta sempre sui giornali, in veste di presidente del Partito democratico. E specialmente per la sua vena giustizialista. La Rosy è sempre stata così: una manettara senza pentimenti. E in quanto tale destinata a suscitare reazioni brucianti. L’ultima gli è arrivata ieri sul “Foglio” da Rino Formica, un signore che alla bella età di 84 anni ha conservato lo humour corrosivo che deliziava noi cronisti della Prima Repubblica.
In quel tempo Formica era uno dei big del Psi di Bettino Craxi, più volte parlamentare e ministro. Il compagno Rino si è incavolato per una battutaccia della Bindi, a proposito del senatore Tedesco, testé salvato dal carcere: «Bisognava saperlo che Tedesco era un peccatore. È un ex socialista». Formica ha subito definito Rosy una Guardiana della Rivoluzione, quella delle manette c’è da supporre. E ha inferto alla vestale di Sinalunga una stilettata mica da poco.
Citando le memorie di Paolo Cirino Pomicino, un superministro della Prima repubblica, Formica ha sostenuto che nel 1989 la Bindi, candidata e poi eletta al Parlamento europeo per la Dc, avrebbe ricevuto un finanziamento di cinquanta milioni di lire dalla corrente di Giulio Andreotti. Il compagno Rino ha chiosato la questione così: «Pomicino non ci dice se i soldi erano della mafia, di Salvo Lima o della Banda della Magliana».
Pur senza conoscere la replica della Bindi, mi azzardo a scrivere che non sarà questo sospetto a spiantare la Rosy. La signorina di Sinalunga ha un solo, vero nemico: se stessa. E per essere più precisi la sua smania di apparire, di stare sempre sui media, siano di carta stampata o televisivi. Me lo conferma ancora una volta il mio archivio. Nella busta intestata “Bindi Rosy” ho trovato una quantità impressionante di interviste, date da lei a mezzo mondo.

Ma restare sempre sotto i riflettori comporta qualche rischio. Il più banale è quello del fastidio suscitato nel lettore o nel telespettatore. Tuttavia, l’insidia più sottile ti può arrivare da chi meno te lo aspetti. Alla Bindi è già successo. E a scoccarle una frecciata indimenticabile è stato Roberto Benigni, un geniaccio comico tifoso del Partito democratico. È accaduto nel novembre dell’anno scorso, durante la prima puntata di “Vieni via con me”, il programma di Fazio & Saviano. Quella sera, Benigni ci rivelò che il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, possedeva l’arma letale per mandare al tappeto l’odiato Berlusconi. Doveva infiltrare nella villa di Arcore non una gemella di Ruby Rubacuori, bensì una signorina del Pd.
Chi poteva essere incaricata di quella missione speciale? Seguiamo lo show di Benigni. Lui suggerisce nientemeno che la Rosy Bindi. Ma lei si ribella: è sempre stata una ragazza morigerata, non farebbe la escort neppure se servisse a vincere le elezioni e mandare Bersani a Palazzo Chigi. Però Benigni insiste. Dice: guarda, Rosy, che a Silvio piaci tanto, parla sempre di te, devi soltanto presentarti bene. In che modo? Benigni spiega: molto truccata, scollatura abbondante, un po’ di ciccia messa in mostra. Quando Silvio, arrapato, ti toccherà il sedere, tu devi gridare: lumaconi, porcelloni, adesso vi castigo, ho registrato tutto! E se la polizia ti becca, dovrai difenderti così: attenti a come vi muovete, io sono la suocera di Zapatero, il premier spagnolo, qui scoppia un incidente internazionale!
Si sarà infuriata la Rosy? Penso proprio di no. Lei è difesa da un formidabile complesso di superiorità. Immagina di avere un grande avvenire davanti a sé. Nichi Vendola l’ha già candidata a guidare l’Ammucchiata di sinistra alle prossime elezioni. E il povero Bersani? Il segretario del Pd sta penando per Penati. Forse si potrà mettere da parte.

di Giampaolo Pansa

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Commenti all'articolo

  • silvano_agg

    28 Luglio 2011 - 18:06

    Non sono d' accordo sempre con il Cavaliere ma , quando disse che r.b. è più bella che intelligfente disse una grande verità.

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  • raucher

    28 Luglio 2011 - 18:06

    nel PD rappresenta l'area minoritaria degli ex-dc di sinistra. L'hanno messa lì per dare un contentino appunto agli ex- democrazia cristiana , ma in realtà conta meno di zero.

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  • Borgofosco

    28 Luglio 2011 - 17:05

    Leggere Giampaolo Pansa è sempre un piacere. Un articolo ben fatto che si legge tutto d'un fiato come i suoi libri. Purtuttavia l'immagine della pasionaria giustizialista è soft al limite della simpatia. Ma non è così. La Rosy che conosciamo è molto più simile a "nonnabelarda" di quanto non si possa pensare. Silvio Berlusconi non l'avrebbe voluta neppure come commensale...figuriamoci ad una festa dove vi erano bellissime ragazze. Probabilmente la Rosy poteva fare da partner a Benigni (non sono delle esaltanti bellezze). Per quanto riguarda la sua appartenenza al Ppì di Martinazzoli...con gli elemeni che componevano quella "cozzaglia di profughi" cattocomunisti... era evidente che quel partito non potesse che tradire la funzione interclassista che era una peculiarità della Dc. Caro Giampaolo la Rosy è di una antipatia sconvolgente ed è semplicemente una arrogante cattocomunista con aggravante giustizialista.

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  • kumachan

    28 Luglio 2011 - 17:05

    Come battuta direi che la macchina del fango e` una macchina di Turing con una grammatica di Chomsky (quella vera, non le connessioni politiche). Come nota, una volta in Inghilterra mi son trovato in mano un`analisi della lingua giapponese in forma di grammatica di Chomsky, ma se non e` entrata nel vostro campo di studi capiro` il vostro poco interesse. Invece sarebbe bella una discussione tra tutti, e senza metterci di mezzo i casi politici, sul definirla e come mitigarla. Cerchiamo di definirla con basi comuni? Ipotizziamo dei modi per limitarla? Un`idea che ho sempre avuto e` che se una notizia risultasse falsa il giornale che l`ha pubblicata debba dire che era falsa utilizzando le stesse pagine e la stessa superficie in cui in origine era stata data la notizia. Se ad esempio il primo aprile 2008 si dice che il signor rossi e` un ladro per meta` della prima pagina, ed il giorno dopo per meta` della seconda. Ecco che se il 7 maggio 2009 risulta falso, l`8 si dovra` scriverlo su meta` della prima pagina ed il 9 su meta` della seconda. E` un`idea balzana? Parliamone. Intanto parlatene tra di voi che per me e` ora di dormire. Saluti a tutti.

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