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Quant'è lontano il caso Papa

Verdi in Giunta contro l'arresto dell'ex braccio destro del ministro. Bossi: "Non mi piace mandare incella la gente". Con Alfonso...

Quant'è lontano il caso Papa
La Lega salverà Marco Milanese, l’ex braccio destro di Giulio Tremonti sul cui arresto si esprimerà oggi la giunta per le autorizzazioni. Il 22 settembre, poi, sarà la volta della Camera. «Non mi piace far arrestare la gente» spiega Umberto Bossi, anche se i suoi erano stati decisivi, solo pochi mesi fa, per spingere in cella l’azzurro Alfonso Papa. Alcuni padani parlano di «libertà di cioscienza» quando il caso arriverà in Aula, ma il Senatur fa tirare un sospiro di sollievo agli alleati e in particolare al ministro dell’Economia.

La svolta lumbard fa insorgere il centrosinistra. Il Pd accusa la Lega di essere morbida con «gli amici» politici. Fatto sta che per Bossi non ci sono solo le grane romane. Stamattina il sindaco di Varese Attilio Fontana deciderà se dimettersi da leader dell’Anci lombarda, dopo che i vertici del Carroccio hanno proibito ai propri amministratori di manifestare con l’associazione dei Comuni che contesta la manovra. Un modo per zittire alcuni primi cittadini - vicini a Maroni - che nelle ultime settimane avevano attaccato l’esecutivo. Oltre a Fontana, c’è anche il veronese Flavio Tosi che per un pelo non è stato punito durante la segreteria federale della Lega convocata d’urgenza lunedì. Tosi era finito nel mirino per alcune bordate contro il premier. Fatto sta che ieri l’interessato, anziché un passo indietro dopo lo scampato pericolo, ne ha fatti due in avanti. Ha confermato che «il ciclo di Berlusconi è finito» e ha suggerito allo Stato «di ridurre ulteriormente i suoi costi». Certo. È singolare che la Lega abbia messo dei paletti per i propri sindaci (che ieri hanno incassato la solidarietà dell’Anci) ma non ai suoi presidenti di Provincia, alcuni dei quali intendono scendere in piazza e chiedere di ridimensionare la sforbiciate. Non solo. La decisione di votare la circolare che separa la strada dei primi cittadini da quella dell’Anci è stata condivisa anche da Maroni, che pure era stato più che comprensivo con i mal di pancia dei municipi. I suoi fedelissimi si dividono: «Tanto non cambia nulla»; macché, «è una scelta che stupisce». Fatto sta che Bossi, ieri, oltre che di Milanese ha parlato pure dei litigi interni. Smentendo le polemiche col titolare dell’Interno e incolpando i cronisti: «Io e Bobo siamo amici, queste storie le inventate voi». Poche parole sui sindaci che protestano: «Hanno tempo da perdere».

Poi, un’assicurazione: «Roberto Libertà farà Agraria», così da escludere futuri incarichi politici per il fratello minore di Renzo. Umberto non molla il Cav. Lo difende dalle polemiche per il viaggio europeo che l’ha tenuto lontano dai giudici: «Li avrà già visti mille volte e gli avrà detto già tutto...». E poi: «Il governo tiene». Certo, «bisogna chiedere a Berlusconi, ma poi dipende molto dall’Europa» e «va bene» anche la fiducia perché «bisogna fare in fretta». Quindi alza il dito medio a chi gli chiede se cambieranno ancora le pensioni. Per evitare strappi e voci fuori dal coro i colonnelli padani sono impegnati a istruire i parlamentari. Bricolo, capogruppo al Senato, ha chiesto di parlare solo dei temi di propria competenza. Movimento pure alla Camera, dove l’intenzione è selezionare una pattuglia di deputati per andare in tv. D’altronde la situazione è particolarmente delicata: le scelte sulla manovra non convincono tutta la base leghista, anche se il deputato Giacomo Stucchi ricorda che «il Carroccio è chiamato a dare di sé una grande prova di maturità». C’è chi fa girare voce di contestazioni, domenica, quando è previsto il comizio di Venezia. Per chiudere la manifestazione dovrebbero parlare, in ordine sparso, non più di sei o sette persone: dopo il Senatur e i ministri Maroni e Calderoli, si fanno i nomi dei governatori Cota e Zaia, oltre al viceministro Castelli e alla vicepresidente del Senato Rosi Mauro. Il tutto senza dimenticare i capogruppo Reguzzoni e Bricolo: ci sarà posto per tutti?

Grande assente in laguna (e probabilmente anche alla sorgente del Po, nel suo Piemonte, per il rito dell’ampolla di venerdì) rischia di essere Mario Borghezio, sospeso tre mesi dopo alcune dichiarazioni sul killer di Oslo, di cui disse di condividere le idee anti-islam. Secondo indiscrezioni l’effervescente Borghezio rischierebbe di non essere più ricandidato. Non tanto per le sue frasi su Breivik, ma per quelle contro «il nepotismo nella Lega» (scandite mesi fa) che alcuni avevano letto come un ceffone al Trota. Borghezio aveva chiarito di non avercela col rampollo. Ora giura di non saper nulla delle voci sul suo futuro. E si dice sereno: «Dormo tranquillo, spero di poter combattere fino alla fine perché credo che ce la faremo. Io non mollerò». Certo, ammette di essere «un po’ permalosetto», e dopo la sospensione «non so se andrò sul Po, anche se moralmente sarò lì». Il motivo? «Sono stato sospeso e non ho ricevuto alcun invito ufficiale». Un sospiro. «Certo, è una manifestazione patriottica più che di partito. Vedremo...».

di Matteo Pandini

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Commenti all'articolo

  • bruno osti

    15 Settembre 2011 - 16:04

    e quando sventolavano il cappio in Parlamento?

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  • nick1990

    14 Settembre 2011 - 21:09

    PAPA SI E GLI altri no, perchè?

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  • ciannosecco

    14 Settembre 2011 - 12:12

    Parli di giustizia,ma non sai nemmeno dov'è di casa.Dai per scontato cose che non conosci,quindi non restare nell'igniranza,informati e riconosci i tuoi limiti.

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  • imahfu

    14 Settembre 2011 - 10:10

    Nella Giunta per le autorizzazioni a procedere, anche il PDL ha votato per la non autorizzazione. Ora, aldilà di tutte le alchimie, vorrei vedere una volta che quando i dubbi sono serissimi, si lascia che la Giustizia faccia il suo corso. Il PDL con questo non é d'accordo: protegge tutti i suoi delinquenti (e sono 64 in Parlamento). Se non é un paese di m. é ancora peggio: un paese in mano ai delinquenti. Vallo a dire ad uno che guadagna (se riesce ad avere un lavoro) meno di mille euro. Lì é la quasi certa sconfitta del PDL alle elezioni del 2013 (o prima)

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