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Duro contrappasso di Bersani: il Pd chiede le sue dimissioni

Caos lettera Bce. Pier vuole candidarsi e poi le urne, metà partito per il governissimo. Parisi: "Dimettiti". Poi arriva la smentita

Duro contrappasso di Bersani: il Pd chiede le sue dimissioni
La verità è che si odiano. E il problema nemmeno sarebbe questo: in politica non esiste nemico peggiore del proprio compagno di banco. Solo, la regola vuole che almeno in pubblico si provi a far finta di sopportarsi. E invece nel Pd sono già oltre queste piccole pruderie: al Nazareno, gli stracci si fanno volare davanti a tutti.La direzione di ieri ha dato un chiaro esempio dell’attitudine di cui sopra, trasformandosi in un processo pubblico al segretario Pier Luigi Bersani. La cui relazione conclusiva - e già questo da solo dà l’idea del bel clima che si respira da quelle parti - alla fine nemmeno è stata messa ai voti per scongiurare il bagno di sangue. La questione più spinosa è quella del referendum elettorale. Ed è qui che si consuma lo scontro più duro, col promotore Arturo Parisi imbufalito per il sostegno, non propriamente entusiasta, fornito dal proprio partito alla causa. Al punto di lasciare agli atti una dichiarazione oltre il velenoso: il segretario, colpevole di «avere proposto una linea che si è dimostrata radicalmente sbagliata, dovrebbe dimettersi». Apriti cielo: le fibrillazioni vanno oltre il livello di guardia, tanto che lo stesso Parisi è costretto a rettificare il tiro, spiegando che in realtà non ha chiesto le dimissioni del capo, che il suo era un discorso teorico per evidenziare le storture del regolamento interno al Pd e conmunque è colpa della Bindi che ha sintetizzato male il suo pensiero. La retromarcia di Parisi non sbollisce la rabbia di Bersani, che replica a stretto giro di «non essere il segretario di un optional» e di non nutrire granché considerazione per «i dirigenti che invece che valorizzare il nostro contributo al referendum lo azzoppano».

PARISI SCATENATO
Ma, ancorché rumorosa, quella di Parisi è una schermaglia tutto sommato piccola rispetto al vero scontro. Ovvero quello tra sostenitori del voto anticipato contro quelli del governissimo. Argomento noioso solo in superficie, dacché cela il nocciolo della questione. Ovvero la lotta all’ultimo sangue per la candidatura a premier. Non a caso, Bersani punta tutto sulle urne anticipate («Restano il nostro orizzonte») perché più presto si vota e più alte sono le chance che - statuto alla mano - a correre per Palazzo Chigi sia il segretario del Pd. Il resto del partito (e si parla di pezzi da novanta del calibro di Franceschini, Fioroni, Veltroni, Marini) invece chiede a gran voce che il Pd si schieri a favore di un governo di transizione. L’obiettivo è evidente: si guadagna tempo utile per mettere mano alla legge elettorale e - magari - anche al regolamento del Pd onde rendere il meno naturale possibile la candidatura in automatico di Bersani.

In realtà il disegno è più complesso. Perché le elezioni anticipate precipiterebbero il Pd verso l’assetto neo-ulivista made in Vasto col tridente Bersani-Vendola-Di Pietro a giocare en solitaire contro un centrodestra che, questo il quadro, avrebbe chance assai concrete di avere imbarcato Casini. E siccome l’Udc è considerato un asset strategico da più di un dirigente Democratico, il più ampio margine di riflessione che un governissimo porterebbe con sé viene visto come potenzialmente salvifico. E quando Fioroni mette in guardia dal «dare la sensazione di chiedere un governo di emergenza alla luce del sole e poi lavorare nell’ombra per le elezioni anticipate» è a questo che pensa.

LETTERE MORTA
Ma non di sole elezioni ci si scanna nel Pd. Stesso copione anche per i temi economici. A partire dalla famosa lettera con cui la Bce aveva indicato al governo le priorità della manovra agostana. Qui la contrapposizione è plastica: da una parte il responsabile economico del partito Stefano Fassina che - spalleggiato da Vincenzo Visco - stronca le ricette dell’Eurotower sostenendo che non sono tanto diverse da quelle che hanno causato la grande crisi economica mondiale. Dall’altra, Enrico Letta che si fa portavoce di quanti - non pochi e non ininfluenti - invece sposano la linea Draghi-Trichet: «Non dobbiamo essere europeisti ad intermittenza e non possiamo essere ambigui sull’Europa». Da ultimo, non può mancare la spaccatura sul caso del giorno. Ossia su Sergio Marchionne che annuncia la fuoriuscita di Fiat dalla Confindustria. Qui la linea prevalente nel partito è di schierarsi in difesa della Marcegaglia (e anzi è l’unica cosa su cui Bersani e i maggiorenti del Pd si mostrano d’accordo). Eppure, non mancano le eccezioni di peso. A partire dal sindaco di Torino Piero Fassino che invece tesse le lodi di Marchionne perché garantisce «la certezza occupazionale per i lavoratori di Mirafiori».

di Marco Gorra

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Commenti all'articolo

  • alvit

    05 Ottobre 2011 - 08:08

    Pensavo che una mente eccelsa come la sua, un importantissimo e indispensabile funzionario, un piccolo padre del partito dei figli di stalin, non stesse tanto a sottigliare sulle questioni delle rubriche economiche di libero, ma guardasse a fondo le vicende che stanno per compiersi all'interno del partitino dei golpisti e delle coop.Se vuole essere edotto sulle vicende economiche e finanziarie provi a vedere se "il sole 24 ore" è di suo gradimento o si abboni a qualche sito finanziario internazionale. Forse, non sa nemmeno leggere se la borsa retrocede o avanza e le motivazioni. Come sempre lei gira le frittate ed ha ragione, facendo il ragazzo di bottega della "trattoria dall'onta" quello è l'unico mestiere che ha imparato. Ci parli del bocciofilo ignorante, colui che da quando è segretario è stato solo capace di urlare" dimettiti". Colui che anche i più peones fra di voi, hanno capito che non vale una lippa e che cerca di tenersi calda la poltroncina. Non ci rompa più, taleban.

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  • longhma

    04 Ottobre 2011 - 23:11

    Sapete tutti ed e' confermato che Gargamella nei confronti dei Puffi (che noi rappresentiamo), ha sempre fatto magre figure.... anzi... ne ha prese tante !!! Se e' masochista... a noi cosa importa!!!

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  • vgrossi

    04 Ottobre 2011 - 20:08

    scrive "il paese é sull'orlo del fallimento e Libero fa solo politichese; la sua pagine economica é quanto di piu' scarno e improbabile possa credersi." non dubito che il Paese eccetera, e non contesto minimamente che le pagine economiche siano scarne eccetera. Ma mi viene spontanea una domanda : ma, mi perdoni, rebus sic stantibus, che ci fa qui ? debbo immaginare che il Suo sia un obbligo di servizio, ossia che Lei sia qui per guidare il lettore di Libero verso la Verità. Lodevole, lodevole. Naturalmente riconoscerà con me che questa Sua presenza testimonia il fatto che Libero à ... libero. O forse Libero oltre che libero, è astuto, chissà... Premetto, non intendo suggerire o supporre che l' "obbligo di servizio" sia remunerato altrimenti che dalla sua "virtù civica" e quindi dalla pulsione invincibile della Sua coscienza. Però, mi permetta, sono curioso della Sua risposta

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  • corto lirazza

    04 Ottobre 2011 - 14:02

    dopo mesi che ripete: "se ne deve andaaare!", adesso lo dicono a lui...

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