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Ma in pubblico il Cav coccola Giulio

Berlusconi e la crisi con Tremonti: "Mai andati così d'accordo. Con lui è tutto a posto. Un altro al mio posto? Ma va là..."

Ma in pubblico il Cav coccola Giulio
L’alternativa non c’è. Si va dritti al 2013. «Arriva un altro, ma poi cosa fa? Ma và...». Silvio Berlusconi liquida le ipotesi di un nuovo governo, ostenta la sicurezza dei momenti migliori, spiazza i malpancisti e l’opposizione che da tempo lo dipinge così amareggiato e indebolito da essere pronto a mollare tutto. «Mi fanno ridere», assicura ai cronisti che lo circondano nel Transatlantico di Montecitorio. Dribbla le domande su Fiat, mentre sul ministro dell’Economia, «se c’è un periodo in cui stiamo lavorando in assoluta concordia con Giulio è questo. Poi», ammette, «non posso certo pretendere che Tremonti abbia le stesse mie idee...». Ma niente a che vedere con liti furibonde o minacce di dimissioni, è la linea. Intanto, però, l’incarico sul decreto sviluppo è andato al ministro Paolo Romani e non al titolare del Tesoro. «Abbiamo visioni diverse sui soldi...», è la replica di Tremonti. La fase è delicata. «Si tratta di una manovra non facile», aggiunge il Cavaliere. «Le manovre con i fichi secchi non si possono fare». E tra i nodi da sciogliere, oggetto di un ulteriore faccia a faccia tra premier e ministro a Montecitorio, sono i sei miliardi di tagli che dovranno essere applicati ai ministeri.

Sui giudici, poi, il capo del governo non arretra di un passo. L’attacco è sempre forte: «Nella magistratura ci sono schegge impazzite che puntano all’eversione». Rivolto ai giornalisti. «Guardate quello che sta succedendo a me: l’inchiesta di Napoli, il fatto che il nostro deputato Papa sia ancora in carcere... non è forse uno scandalo tutto questo?». Dunque, incalza, «la mia frase sulle schegge impazzite... sono delle parole gentili» rispetto alla situazione attuale». Parlando poi con alcuni deputati è tornato ad ipotizzare l’istituzione di una commissione di inchiesta che indaghi sull’operato dei magistrati. Milano e Napoli in primis.

Insomma, le tensioni sembrano superate, colpa delle solite ricostruzioni fantasiose dei giornali, insiste il presidente del Consiglio, che trova perfino il tempo e la voglia di un caffé alla buvette della Camera con annesso siparietto democratico: stretta di mano al segretario Pd, Pier Luigi Bersani e «auguri».
Nel corso dello show-mattutino a Montecitorio, il Cavaliere ha estratto dal cilindro anche la battuta del nuovo del Pdl. «Mi dicono che avrebbe successo “forza gnocca”». Coro di polemiche dal centrosinistra. Prima, c’è stato anche il tempo di una veloce riunione con il ministro delle Riforme, Umberto Bossi, e il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli. Presenti il sottosegretario Gianni Letta e l’avvocato e parlamentare del Pdl Niccolò Ghedini. All’ora di pranzo, vertice a Palazzo Grazioli con lo stato maggiore del partito. Sul tavolo ci sono parecchie questioni irrisolte. Prima fra tutte, la nomina a Bankitalia. Anche qui, prevale la linea del capo. «Decido io il primo novembre», taglia corto Berlusconi, che sulla scelta del successore di Draghi difende la prerogativa di essere lui a proporre il nome al Consiglio Superiore dell’istituto centrale. Il presidente del Consiglio intende tranquillizzare sull’esito della vicenda i cui tempi lunghi preoccupano sia l’opposizione che la stessa maggioranza, mentre perplessità crescenti arrivano dal mondo economico e finanziario.

L’ultima è quella di Luca Cordero di Montezemolo che parla di un «balletto inappropriato anche se riguardasse il direttore di una Asl di provincia». Sullo sfondo, come sempre, il Quirinale, cui spetta l’ultima parola. Ma se Tremonti lascia la parola al premier, dopo l’incontro fra i due a parlare è il leader della Lega, Umberto Bossi, che non deflette di un millimetro nell’appoggio al candidato tremontiano, il direttore generale del Tesoro Vittorio Grilli contro l’interno Fabrizio Saccomanni, in cima alla lista di Berlusconi e sponsorizzato dallo stesso Draghi. «Io avrei scelto molto prima e avrei fatto Grilli», afferma Bossi. «È uno molto bravo che va via dall’Italia ed è anche il più bravo in circolazione in Europa».

Dal vertice dei big del Pdl con Berlusconi non sono arrivate indicazioni di nomi, piuttosto un invito al premier a esercitare, presto, le sue prerogative. La terna di nomi rimane così quella che circola oramai da mesi: Saccomanni, Grilli e Lorenzo Bini Smaghi, cui si è aggiunto anche Giuliano Amato non malvisto da Berlusconi, ma con un passato nelle file del centrosinistra.

di Brunella Bolloli

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