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Lavitola in carcere, anzi no Però il vero obbiettivo è il Cav

Prima è estorsore di Berlusconi, poi suo complice. I pm di Napoli lo vogliono in galera, quelle di Bari lo vogliono libero. Quindi?

Lavitola in carcere, anzi no Però il vero obbiettivo è il Cav
Riassunto. Il 24 agosto Panorama anticipa l’iscrizione nel registro degli indagati di Giampaolo Tarantini e del direttore del quotidiano Avanti! Valter Lavitola: si parla di un’estorsione ai danni di Silvio Berlusconi che sarebbe consistita in un versamento di 500 mila euro a Tarantini più altre somme versate ogni mese. Indaga Napoli, e l’ipotesi è che Tarantini sia stato pagato per dichiarare a processo che Berlusconi non sapeva di ospitare escort prezzolate alle sue feste: inoltre  avrebbe dovuto scegliere la strada del patteggiamento evitando così un processo pubblico con diffusione di intercettazioni imbarazzanti. L’indiscrezione di Panorama è vera, tanto che il primo settembre il gip di Napoli manda ad arrestare i coniugi Tarantini (lui finisce a Poggioreale, lei a Pozzuoli) ma non riesce a notificare il provvedimento a Lavitola, che si trova all’estero. L’accusa parrebbe lineare, i pm ritengono di dover incarcerare due persone (cioè tre) ritenendole degne della misura più estrema prevista dal Codice. C’è da presumere, perciò, che l’ipotesi sia stata vagliata con attenzione, così da rendere inevitabile la privazione della libertà di tre cittadini: eppure i pm (Francesco Curcio, Vincenzo Piscitelli e Henry John Woodcock) e il gip (Natalia Primavera) non ritengono neppure di dover ascoltare preventivamente la vittima dell’estorsione. Non solo: hanno anche deciso di non considerare quanto l’estorto ha già dichiarato: «Ho aiutato una famiglia (Tarantini, ndr) che si è trovata in gravissime difficoltà economiche, mi sono limitato ad assistere un uomo disperato non chiedendo nulla in cambio».

La "rete"  di Valter -
Valter Lavitola, intanto, è definito «latitante» da tutti i giornali e viene evidenziato un suo coinvolgimento in una rete di attività da faccendiere a livello internazionale. Il gip Amelia Primavera - sulla base di intercettazioni pubblicate - ipotizza che Lavitola sia in collegamento con società estere del gruppo Finmeccanica e la stampa trova analogie col caso di Luigi Bisignani e annessa inchiesta sulla P4. Lavitola intanto ha solo fatto sapere di essere disponibile e che lui in realtà è in Bulgaria per occuparsi di pesce congelato. Questo mentre la detenzione in carcere della moglie di Tarantini, improvvisamente e dopo solo tre giorni, non è più urgente né necessaria: lo decide il gip, ma sono d’accordo anche gli stessi pm che avevano chiesto espressamente le sbarre: si capisce soltanto che la posizione della coniuge sarebbe «affievolita» e che  la poveretta ha due bimbe di 2 e 7 anni, come era noto anche prima che fossero chieste le manette. Il marito in compenso rimane dentro e Lavitola rimane latitante, anche se i difensori hanno fatto richiesta di revoca dei provvedimenti al tribunale del riesame: ma la stampa preferisce concentrarsi sul fatto che la procura ora abbia intenzione di ascoltare il presidente del Consiglio in qualità di persona offesa: restano da concordare i tempi e i modi della sua venuta a Napoli.
A proposito, perché Napoli? Che c’entra Napoli in tutta questa vicenda, visto che né i presunti estorsori né il presunto estorto vi hanno messo piede? Non è chiaro a nessuno anche se il procuratore capo, Giandomenico Lepore, intanto rilascia interviste e assicura che «la competenza è indubitabilmente nostra». Qualcuno però non è d’accordo con lui, per esempio gli stessi pm che procedono: sono stati loro a sollevare il nodo nella richiesta di misure cautelari rivolta al gip, visto che nessuna delle dazioni ha avuto luogo a Napoli. In altre parole: pm e giudici hanno proceduto e arrestato pur sapendo che la competenza non era loro, e muovendosi in gran fretta nella consapevolezza che l’inchiesta presto tardi gli sarebbe stata tolta. Infatti arriva il 22 settembre e il citato gip di Napoli, Amelia Primavera, decide che la competenza territoriale sul presunto ricatto di Lavitola & Tarantini sarebbe di Roma. È lì gli atti finiscono. Si trasvola su tutte le polemiche riguardanti un’intercettazione tra Berlusconi e Lavitola («Resta all’estero, vi scagiono tutti», parole pronunciate quando il faccendiere tuttavia non risultava indagato) e così pure sul rifiuto di Berlusconi di farsi interrogare a Napoli. 

Però è a Napoli che il 26 settembre si discute il ricorso al  Riesame, presentato dai difensori degli arrestati. E qui, sorpresa, i pm sostengono che il reato di Lavitola ora sarebbe un altro: è «induzione a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria» (art. 377) e cioè Tarantini non avrebbe ricattato Berlusconi tramite Lavitola, ma sarebbe stato pagato, tramite Lavitola, per mentire su Berlusconi, istigato da quest’ultimo. Chiaro. Anzi, per niente: sta di fatto che Tarantini non è più un «estorsore» e viene perciò scarcerato, mentre la richiesta d’arresto per il latitante Lavitola rimane valida. Altra sorpresa: il Riesame di Napoli, dopo che il gip aveva deciso che la competenza dell’indagine era di Roma, decide che la procura competente in realtà è quella di Bari, perché è in quella sede che le falsità sarebbero state pronunciate all’autorità giudiziaria. Così Roma spedisce una parte degli atti a Bari (quelli sull’induzione a mentire contestata a Lavitola)  ma si tiene provvisoriamente una copia di quelli sull’estorsione ordita da Tarantini e Lavitola, benché l’imputazione sia stata demolita sia dal tribunale che dai pm: da coloro, cioè, che ne sembravano tanto convinti da spiccare per essa tre richieste d’arresto. Perché Roma se la tiene? Non si capisce: se non che un giorno, magari, il reato potrebbe essere riclassificato e tornare perciò all’originaria accusa di estorsione che nel caso riguarderebbe di nuovo la sua competenza.

Ultima complicazione - E poi c’è un’altra complicazione: il procuratore capo di Bari, Antonio Laudati, risulta indagato   in relazione a Tarantini perché secondo l’accusa di un suo ex pm, Giuseppe Scelsi, avrebbe avviato un’inchiesta parallela a quella ufficiale. E chi è a indagare sul capo della Procura di Bari? La Procura di Lecce. Parentesi: la procura di Napoli, intanto, avvia un altro fascicolo che deriva dall’inchiesta sui rapporti Tarantini-Lavitola-Berlusconi; questa volta interessano le modalità di erogazione dei fondi per l’editoria ottenuti da l’Avanti!, un modo come un altro per continuare a tenere un piede nello stagno che hanno creato.

L’altra sponda è a Bari, dove il gip   deve confermare o meno la richiesta di arresto per Lavitola: l’8 ottobre i pm pugliesi gli chiedono la conferma, ma poi, il 12 ottobre, il procuratore aggiunto Pasquale Drago fa   un passo indietro: «dopo matura e sofferta riflessione» chiede che l’ordinanza sia revocata perché a suo dire il neo-reato di «induzione a mentire» manca dei necessari indizi di colpevolezza. Intanto, per inciso, Lavitola è sempre uccel di bosco: sul suo destino pesa la decisione finale - si fa per dire - del gip di Bari Sergio Di Paola, che entro il 16 ottobre deve valutare. E che l’altro giorno ha valutato, infatti: ha respinto la richiesta di revoca, quella avanzata dai suoi colleghi, e ha detto che i gravi indizi ci sono. Intanto ci informano che Berlusconi potrebbe essere ascoltato dalla procura di Roma, la notizia è di ieri sera. Come teste? Come indagato? Come parte lesa? Sicuramente come Berlusconi.

di Filippo Facci

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