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L'avvertimento del Senatùr: "Votiamo quando lo decido io"

Padani tentati di finire la legislatura per usare il tesoretto dell'Iva e provare a rivincere. Il Senatur ha il coltello dalla parte del manico

L'avvertimento del Senatùr: "Votiamo quando lo decido io"
Il voto nel 2012 è probabile ma non sicuro. Anzi. Nelle ultime ore Silvio Berlusconi e Umberto Bossi hanno disegnato anche un altro scenario che prevede la fine naturale della legislatura. Il Cavaliere e il Senatur sperano di superare indenni la bufera europea (e il capo lumbard s’è detto ottimista perché «hanno vinto buonsenso e onestà»), per inerpicarsi fino al 2012 e giocarsi qualche asso nella manica. «Il giorno in cui non do più i voti a Berlusconi si va alle elezioni. Il coltello dalla parte del manico ce l’ho io» ha ricordato ieri sera Bossi.

Il piano è ambizioso, ma la strategia dei denti stretti potrebbe pagare verso la primavera, quando sono in programma alcune elezioni amministrative di rilievo. Il governo ha messo da parte un tesoretto (frutto del mezzo punto di incremento dell’Iva non ancora investito) e che potrebbe valere circa 3 miliardi. Sono i quattrini che il centrodestra investirà guardando alle Politiche, quando il premier cederà il testimone ad Angelino Alfano e la Lega calerà la sua punta Roberto Maroni. Non solo. Il previsto taglio dei vitalizi rischia di dare una mano al governo: soprattutto i parlamentari alla prima legislatura hanno bisogno di 5 anni per evitare tagli dolorosi.

Fatto sta che il ministro Roberto Calderoli ha bollato come «stronzate» le ipotesi di un patto Pdl-Lega per andare al voto già l’anno prossimo. «Perderemmo di sicuro e anche Berlusconi lo sa» aggiungono alcuni parlamentari lumbard. Di sicuro, la base leghista non ne può più di Berlusconi, anche se nella lettera d’intenti spedita a Bruxelles il Carroccio ha tenuto duro sulle pensioni d’anzianità e ha fatto inserire l’ipotesi di cassa integrazione per i dipendenti pubblici. I nervi dei nordisti restano tesissimi: ieri hanno iniziato la giornata coi fuochi d’artificio di Marco Reguzzoni, che in Aula ha invocato le dimissioni di Gianfranco Fini dopo l’attacco del presidente della Camera alla moglie del Senatur. Un attacco sferrato nel salotto chic di “Ballarò” per la baby pensione della signora. Ma dopo è successo qualcosa di ancora più significativo, con le truppe padane che si sono azzannate alla buvette. Protagonista lo stesso Reguzzoni e i deputati lombardi Nicola Molteni ed Erica Rivolta. Gli ultimi due fanno parte della famosa lista nera (seccamente smentita dal capogruppo) coi parlamentari che rischiano di non essere ricandidati o che devono limitare le presenze in tv.

Reguzzoni raggiunge i due colleghi mentre sorseggiano un caffè, e nonostante la presenza di giornalisti e parlamentari alza improvvisamente la voce. Il motivo è proprio la lista nera. La faccenda ha lasciato il segno e la Rivolta e Molteni, nei giorni scorsi, hanno fatto sapere di non aver gradito. Per cominciare, Reguzzoni accusa il giovane deputato comasco di avergli tolto addirittura il saluto. Poi tuona: «Io ho smentito, cosa devo fare? Ho chiamato direttori di giornali per smentire». Molteni reagisce: «Ma ti rendi conto che è una cosa grave? Parliamo di una black list, la gente della Lega cosa pensa? Il territorio cosa può pensare, io devo rendere conto anche a loro. E tu sei il mio capogruppo». In effetti, la storia della lista nera non è rimasta confinata sui quotidiani nazionali, ma è rimbalzata con evidenza pure sui giornali locali. Mandando in fibrillazione i militanti. Durissima la replica di Reguzzoni: «Io non devo dimostrarti nulla, ognuno resti nel suo ruolo. Io ho smentito. Ti ho affidato incarichi di rilievo. Poi se non puoi sopportare questa cosa, non è colpa mia». Gelo alla buvette. Molti si girano a guardare, attratti soprattutto dal tono di voce insolitamente alto di Reguzzoni: «Io sono il tuo capogruppo? E tu neanche mi saluti per questa cosa, invece di parlare con me?».

Molteni nega di aver tolto il saluto, ma gli animi continuano a surriscaldarsi. Il capogruppo va via, si sente un «questo è un manicomio», poi fa una rapida retromarcia e torna dai due parlamentari. Aggiunge qualcosa e s’allontana. I deputati restano basiti, ma incassano immediatamente la solidarietà degli altri colleghi maroniani. Che poi inzuppano il pane nelle tensioni coi finiani, esplose in Aula poco prima, per criticare «la gestione dei lavori di Reguzzoni». E altri suggeriscono che Bossi non abbia gradito l’attacco sferrato in Aula contro Fini.

Stasera, a Varese, è in programma il primo direttivo provinciale col nuovo leader locale Maurilio Canton. Secondo spifferi, alla riunione potrebbero spuntare anche Umberto Bossi e il capogruppo alla Camera. Varese è la capitale dei lumbard, e il congresso dove il leader ha imposto il candidato unico ha lasciato una ferita profonda anche tra i militanti. Soprattutto dopo che le immagini dell’assise, che era a porte chiuse, sono finite su alcuni siti tra cui libero-news.it.

di Matteo Pandini


 

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Commenti all'articolo

  • coolhandluke

    27 Ottobre 2011 - 10:10

    In Padania dev'essere happy hour. Paghi uno, te ne bevi due (come minimo)

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  • leccato

    27 Ottobre 2011 - 10:10

    Di ssicuro si vota tra qualche mese al massimo e allora questa frattumaglia andra' a casa

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