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Sì dei Democratici tra i dubbi

Veltroni esulta, Bersani nicchia come la maggioranza del partito. Perplessità anche nel Terzo Polo, contatti con i frondisti

Sì dei Democratici tra i dubbi
«Ci restano 48 ore». Così Pierluigi Bersani, davanti ai deputati del Pd, riuniti ieri mattina al secondo piano di Montecitorio, detta la linea. Ormai il tempo è scaduto. I mercati hanno deciso. Certo, le resistenze restano, i dubbi anche. Avrebbe preferito il voto anticipato. Per tutta la giornata i suoi uomini più vicini continuano a dire che «o ci sta tutto il Pdl, ma tutto, o non si fa niente». Non si farà nessuno governo «con quattro transfughi». E nemmeno «con 50 o 60». Il problema non è numerico. Ma di chi resterà fuori. E sparerà contro coloro che si caricheranno sulle spalle il peso di un esecutivo che, come dice Beppe Fioroni, «come primo provvedimento dovrà rinviare per i prossimi dieci anni le elezioni». Per le misure impopolari, draconiane, che dovrà adottare. A inizio giornata si guarda ancora al Pdl. Fioroni: «Spero che il Berlusconi imprenditore si convinca, dopo che il suo gruppo solo oggi ha perso 12 milioni». Bersani si vede con Casini per decidere di accelerare i tempi di approvazione della legge di stabilità. La minoranza del partito è tutta schierata per il governo di emergenza. Walter Veltroni non ha dubbi:  «Si deve fare subito un nuovo governo. Parliamo di giorni, di ore». L’ipotesi del voto, ancora messa in conto da Bersani e dai suoi, non esiste: «Non possiamo precipitare il nostro Paese in una campagna elettorale urlata e strillata. La situazione è drammatica come ai tempi del terrorismo». Oltretutto, avverte l’ex segretario, l’esito del voto potrebbe essere tutt’altro che certo: «Difficilmente si avrà una   maggioranza stabile in almeno un ramo del Parlamento». Ma nel Partito democratico non tutti sono convinti. La paura è che un governo senza tutti, ma davvero tutti, comporti un prezzo troppo alto. «Non possiamo reggere un anno con Berlusconi a gridare al ribaltone e Vendola, Di Pietro e Grillo a spararci addosso».

Il Pd è di fronte a una scelta difficile. Anche perché si dovrà contrattare la composizione dell’eventuale governo. Se i Democratici sperano in un esecutivo di tutti tecnici, Berlusconi spinge per avere dei ministri politici. Soprattutto alla Giustizia. Si parla di riconfermare Frattini agli Esteri, Fitto agli Affari Regionali, Nitto Palma alla Giustizia. E poi Casini all’Interno, Amato agli Esteri. Ma è chiaro che un esecutivo così, per il Pd, sarebbe indigeribile. 
Andrea Orlando è ancora prudente: «Vediamo cosa succede nel Pdl. Noi quello che dovevamo fare l’abbiamo fatto. Ora tocca a loro. Certo non possiamo fare un governo con un gruppetto di transfughi». Ma può permettersi, il Pd, di tirarsi fuori? «Il bene del Paese viene anche prima del bene della ditta», dice Walter Verini, braccio destro di Veltroni.

Nel terzo polo ci sono meno perplessità. I contatti con i “frondisti” sono continui. Si spinge perché facciano gruppi autonomi a Camera e Senato. Spiega Roberto Rao: «Bisogna che si autonomizzino. Anche perché lunedì, quando si aprono le consultazioni, ci andranno i rappresentanti dei gruppi». Rocco Buttiglione è ottimista: «Se Berlusconi apre una discussione politica nel Pdl, tutti diranno: governo di larghe intese. Se no, legittima molti ad andarsene». E fa la seguente profezia: «Se il Capo dello Stato, Confindustria e le parti sociali dicono Monti, Berlusconi dovrà accettare». Nel tardo pomeriggio i bersaniani nicchiano ancora: «O ci sta il Pdl e l’Idv o non se ne fa niente». Sbotta il lettiano Francesco Letta: «Adesso ci mettiamo a fare il congresso del Pdl? Ci vuole un governo in 48 ore. Con chi ci sta. Le elezioni? E poi dove troviamo i soldi per pagare gli statali?». Con il passare delle ore l’ipotesi del voto anticipato si allontana: «Se andiamo alle elezioni, gli italiani vengono a rincorrerci coi forconi. In economia come in medicina le cose vanno fatte nei tempi giusti», dice Fioroni.

Resta il problema Di Pietro. Il quale, ancora a fine giornata, non scioglie i dubbi su una sua partecipazione a un governo di emergenza nazionale: «Se si fa un governo tecnico, se lo sostiene il Pdl... Ci sono troppi “se” per potere dare una risposta». Veltroni guarda avanti: «Se lunedì il presidente del Consiglio incaricato si presenta in Parlamento con un programma serio, voglio vedere chi non ci sta». In fondo, sarebbe l’occasione per archiviare la foto di Vasto e aprire, anche per il Pd, una fase nuova. La mossa del Quirinale, che a sera nomina Mario Monti senatore a vita, spazza via le residue resistenze. «Scelta eccellente», commenta Bersani. Ora il problema è che tipo di governo. Con chi. Ma sulla disponibilità del Pd, dovuta o liberamente scelta, non ci sono dubbi.
di Elisa Calessi

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