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Il Pd e il boccone amaro del lavoro

Prima uscita del governo e prima frattura. Il riformisti esultano per le proposte sulla flessibilità, l'ala filo Cgil ingoia il rospo

Il Pd e il boccone amaro del lavoro
La scelta di sostenere il governo Monti non si discute. E Pier Luigi Bersani, riunendo i senatori e i deputati prima che inizi la seduta al Senato, ha insistito sulla necessità di rivendicare per il Pd il ruolo di partito di riferimento del nuovo governo. È bastato, però, che il professore toccasse alcuni temi - in particolare la riforma del mercato del lavoro - perché cominciassero i primi distinguo. Le prime esitazioni. In una parte del Pd. Perché il governo Monti, tra i tanti, produce anche questo effetto: far emergere l’esistenza di due “partiti” dentro il Pd. Si è visto bene ieri a Palazzo Madama, non appena il professore ha concluso l’illustrazione del suo programma. Entusiasta la minoranza del partito, quella che fa riferimento a Walter Veltroni. A dir poco perplessa la maggioranza dei bersaniani. Il passaggio che ha diviso i democratici è quello nel quale Monti ha spiegato come, «con il consenso delle parti sociali, dovranno essere riformate le istituzioni del mercato del lavoro, per allontanarci da un mercato duale dove alcuni sono fin troppo tutelati mentre altri sono totalmente privi di tutele e assicurazioni in caso di disoccupazione». Un ragionamento che riprende le tesi di Pietro Ichino (l’apartheid generazionale). E proprio ieri il senatore del Pd, quello il cui possibile ingresso nel governo era stato definito «una provocazione» da un esponente della segreteria, si è intrattenuto a lungo con il neo-ministro del Welfare, Elsa Fornero.

Le parole di Monti sono una scossa tellurica. Che attraversa il Pd. Così Enrico Morando, uno degli ispiratori del Lingotto, è letteralmente euforico: «Un discorso perfetto. Altro che sospensione, è il trionfo della politica. Nessun cerchiobottismo, ha detto con chiarezza cosa intende fare. E sacrosanto è il riferimento al dualismo nel mercato del lavoro». Quanto al Pd, «è chiamato a uscire dal traccheggio e a definire la sua posizione». Pochi metri più in là il dalemiano Nicola Latorre commentava in ben altro modo: «Allacciamoci le cinture di sicurezza...». Il viaggio, insomma, sarà burrascoso. «La preoccupazione», rifletteva Vincenzo Vita, che rappresenta l’ala di sinistra del Pd, «è negli interstizi del discorso. Sulle pensioni è stato prudente. Certamente il passaggio sul mercato del lavoro è quello che ha un retrogusto più amaro. Insieme a quello sulla contrattazione aziendale...».  Achille Passoni, ex Cgil, preferisce fermarsi ai “titoli”: «Ho apprezzato i riferimenti a equità, giovani e donne...». Il resto si vedrà.

La reazione del gruppo dirigente arriva a metà pomeriggio, quando Stefano Fassina, responsabile economico del partito, dato atto a Monti di aver «posto bene le priorità dell’Italia», mette in chiaro come sia «da approfondire» il passaggio relativo al mercato del lavoro. Mentre apprezza il riferimento al «dialogo» con le parti sociali. Ci sono due Pd. Quello del Lingotto e quello della ditta. Il primo è quello di Veltroni che nel discorso di Monti vede la descrizione di una «Italia nuova, l’Italia della responsabilità del risanamento e dell’equità, l’Italia che sostituisce la fiducia all’odio e che mette al primo posto la crescita, le regole, la correttezza». Il secondo è quello di Bersani che apprezza, nelle parole del premier, «la voglia di unire equità e crescita», salvo aggiungere che il Pd farà le sue «proposte in ogni campo per contribuire e sostenere lo sforzo». Leggi: per correggere, là dove è necessario, la linea del governo. Nel primo Pd si iscrive Enrico Letta, per cui l’intervento del premier è «stato semplicemente perfetto».

«Tutto cambia», aveva detto Casini l’altro giorno. E questo è vero anche per il Pd che dovrà decidere che strada prendere. Per il veltroniano Giorgio Tonini la fase che si apre è un’occasione da non perdere: «Questo governo costringe il Pd a rimettersi in carreggiata. Nelle parole di Monti ho sentito il vero Pd». Al Nazareno si cerca di non rovinare la luna di miele appena iniziata. Del discorso di Monti si sottolinea l’intenzione di procedere con il consenso delle parti sociali, l’insistenza sulla centralità del Parlamento. «E poi non ha parlato di licenziamenti, ha specificato che la riforma riguarderà i contratti da fare, non quelli già in essere». Ma che la preoccupazione ci sia è innegabile. Si guarda alla reazione della Cgil. Già ieri il sindacato di Corso Italia ha messo in chiaro come sia «improprio e ingiusto sostenere che ci siano troppe tutele per una parte del   mercato del lavoro». Mentre la Fiom parla di «forte preoccupazione» e definisce «inaccettabili» gli interventi promessi su pensioni e mercato del lavoro. E Vendola dice: «Valuteremo di volta in volta e non esiteremo a criticarlo».
di Elisa Calessi

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