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Tremonti, un futuro oscuro tra politica e filosofia

Paragone: Ma Giulio dove vuole andare? Dovrebbe misurarsi con le difficoltà quotidiane degli imprenditori

Tremonti, un futuro oscuro tra politica e filosofia

Ho letto con attenzione e curiosità il libro di Giulio Tremonti, Uscita di sicurezza; sarebbe sciocco dire che mi aspettavo qualcosa di diverso: è il sequel de La Paura e la Speranza. Nelle pagine del professor Giulio c’è buona parte del Tremonti super ministro uscente. La domanda dunque non è se le sue tesi abbiano un fondamento o no, ma se la costruzione accademica di Tremonti ha una validità per il Tremonti politico e, se sì, in quale forno intende cucinarla nello schema politico che comincerà dopo il governo Monti.

A essere cinici dobbiamo dire: 1) che l’ex ministro esce piuttosto malconcio dall’esperienza governativa, nel senso che non solo le sue tesi per uscire dalla crisi hanno fatto cilecca (e lo dico pur ribadendo che nel complesso egli è stato uno dei migliori ministri dell’esecutivo Berlusconi); 2) che è rimasto impigliato nelle sue stesse debolezze, caratteriali e tecniche. Da qui la riflessione finale: che vuole fare Giulio ora? Vuole continuare a fare politica oppure si limiterà a riflettere sull’eccesso di finanza nell’economia e sugli squilibri che tale scompenso sta provocando nella società? Avendolo ascoltato in tivù, mi sembra che non abbia escluso l’impegno politico. Se avessi capito male, allora d’ora in avanti lo chiameremo solo l’Autore e ci limiteremo a discutere circa i suoi saggi e i suoi interventi. In caso contrario gli suggeriamo di cambiare approccio perché il pulpito (specialità i cui eccelle) in questi tempi di dura crisi e autentica rabbia non serve. Anzi, dà ai nervi.

Indicare l’uscita di sicurezza è importante, tuttavia non è sufficiente. Tremonti dovrebbe misurare il suo saggio con le difficoltà quotidiane degli imprenditori, dei lavoratori e delle famiglie. A costo di doversi bere qualche vaffa da parte di quel popolo delle partite iva che per anni ha costituito la sua base elettorale e il suo punto di riferimento. Il gioco delle interviste one-to-one non edifica una nuova dimensione politica. Tremonti può giocare una sola volta il jolly del «non mi hanno consentito di fare quel che avrei voluto fare»; calata quella carta deve dare risposte politiche a esigenze che si fanno questione politica. Se avesse l’umiltà (ahi...) di ascoltare i piccoli e medi imprenditori, Tremonti potrebbe capire gli errori del passato; errori che da dentro il campo di gioco e nel mezzo della fatica agonistica si potevano anche non vedere e che ora invece si vedono eccome. La miopia delle banche o la infernalità di Equitalia sono un frutto avvelenato della sua stessa stagione. O almeno così tutti hanno capito. Tremonti respinge queste accuse? Bene, non lo dica però nelle sale chiuse dell’Aspen Insitute o in quegli altri club ristretti a cultura finanzaria, lo dica guardando negli occhi gli artigiani, le pmi. Tremonti parli a quei giovani ingoiati da una flessibilità costruita male dalla stagione del centrodestra. Insomma, dica cosa non ha funzionato e su quali binari il centrodestra - chiamiamolo ancora così per convenzione dialettica, non certo per convinzione - dovrebbe instradarsi.

Scrivere libri di per sé non è sufficiente per fare un politico. Gli conferisce un po’ di peso. Poi va affrontata la società, va guardata in faccia a costo di mangiare un po’ di polvere, sostanza di cui il nostro è completamente a digiuno. Tremonti ci dica delle liberalizzazioni, delle privatizzazioni, della riforma fiscale. Ci dica della crescita. Dove Monti, Passera e compagnia vogliano portare la barca è chiaro. Dove invece la voglia portare l’ex ministro no. E soprattutto con chi. Nel centrodestra targato Pdl nulla è chiaro del futuro: se vuole essere liberale, socialista, democristiano. In altre parole: c’è altra vita fuori da questo schema? Tremonti che fa? Filosofeggia. Beh, così non si va troppo lontano.

di Gianluigi Paragone

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