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Governo del prof Monti Quanti cocchi di mamma

L'esecutivo fa della mobilità sociale la sua bandiera, ma appare più un manifesto del diritto di nascita: la lista di tutti i figli dei figli

Governo del prof Monti Quanti cocchi di mamma
Sarà pur vero, come dice il ministro Anna Maria Cancellieri, che gli italiani sono fermi all’idea del posto fisso, «nella stessa città e magari accanto a mamma e papà». Ma è una di quelle frasi che un esponente di questo governo dovrebbe guardarsi bene dal pronunciare, se non vuole sembrare ridicolo. Mancano statistiche definitive, ma nella storia della Repubblica quello attuale si candida con ottime probabilità di successo ad essere l’esecutivo con il maggior numero di ministri, viceministri e sottosegretari nati col sederino avvolto nella bambagia. Per carità: tutti ottimi accademici e tecnici di spessore, ma non proprio esempi di mobilità sociale, di gente che si è fatta da sé. Le indubbie qualità di ognuno, diciamo, sono state aiutate da congiunture parentali alquanto favorevoli.

Iniziando proprio da Monti, che la Banca commerciale italiana, della quale è stato anche vicepresidente dal 1988 al 1990, se l’è trovata nei cromosomi: suo padre, Gianni, era direttore di banca e suo zio fu Raffaele Mattioli, l’amministratore delegato che fece grande la Comit nel dopoguerra. Una passione, quella per gli istituti di credito, che in casa Monti pare ereditaria: il 38enne Giovanni, figlio di Mario, ha lavorato in Goldman Sachs, Morgan Stanley e Citigroup. Poi è andato a occuparsi del dossier acquisizioni per conto di Parmalat, con la quale il rapporto di lavoro si è concluso da poco. Nato sulla rampa di lancio è anche il ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca, proveniente da Bankitalia: il padre, Luciano, è stato parlamentare per quasi trent’anni nelle file del Pci, ha diretto l’Unità e Rinascita e fu economista di fiducia di Enrico Berlinguer. Radici altrettanto solide può vantarle Marco Rossi-Doria, sottosegretario all’Istruzione: è figlio dell’economista Manlio Rossi-Doria, che fu eletto due volte in Senato nelle liste del Partito socialista. Famiglia bene pure quella di Andrea Riccardi, ministro per l’Integrazione: il padre Alberto fu vicepresidente della Banca nazionale dell’Agricoltura. Spalle ben protette anche quelle del giovane Michel Martone, viceministro del Lavoro e docente di diritto: il padre Antonio, magistrato, è stato membro del Csm e del Cnel nonché presidente dell’Anm, il sindacato delle toghe.

All’insegna della continuità generazionale pure la carriera di Paola Severino, ministro della Giustizia: lei è avvocato penalista; suo padre Marcello, civilista, è uno dei principi del foro di Napoli. Una fortunata tradizione di famiglia che sembra destinata a non interrompersi: la figlia del ministro è laureata in legge. Non è caduto lontano dal ramo nemmeno l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, scelto da Monti come ministro della Difesa: protagonista di una carrierona iniziata a 19 anni nell’Accademia navale di Livorno, è figlio di un ufficiale della Marina militare.Poi c’è la lista dei nobili d’antico lignaggio. Giulio Maria Terzi di Sant’Agata, ministro degli Esteri, è marchese, conte, barone e cavaliere del Sacro romano impero, nonché - ovviamente - signore di Sant’Agata. Sangue blu scorre pure nelle vene del suo vice, il diplomatico Staffan de Mistura, sottosegretario agli Esteri, figlio di una nobile famiglia della Dalmazia cacciata dalla Jugoslavia dopo la Seconda guerra Mondiale. Rispettabilissimo blasone nobiliare è quello dei Patroni Griffi, dai cui rami proviene Filippo, ministro della Pubblica Amministrazione. Il quale, per inciso, è magistrato: proprio come suo padre. Razza di antica borghesia mercantile, legata alle terre del lodigiano, è invece quella del ministro agli Affari europei Enzo Moavero Milanesi, giurista pure lui: discende dalla famiglia di Ferdinando Bocconi, fondatore di quella università nella quale l’attuale ministro ha insegnato dal 2002 al 2006.

Insomma, la mobilità sociale è una gran bella cosa, ma il governo Monti non ne è lo spot migliore. Tra i pochi dell’esecutivo che possono dire di essersi fatti da sé c’è Elsa Fornero, ministro del Lavoro e moglie dell’economista Mario Deaglio. A proposito: la loro figlia Silvia, come si è saputo, è ricercatrice della fondazione torinese per gli studi sulla genetica HuGeF, creata dalla Compagnia di San Paolo, la fondazione bancaria di cui mamma Elsa è stata vicepresidente dal 2008 al 2010, prima di assumere la vicepresidenza del consiglio di sorveglianza della stessa banca Intesa, incarico che ha mantenuto sino al momento di diventare ministro. Fornero e consorte, poi, insegnano nello stesso ateneo in cui Silvia è ricercatore associato. Quando qualche giornale fa notare le coincidenze, il ministro non la prende affatto bene e usa vocaboli poco adatti a una signora. Esaurite le contumelie, argomenta feroce: «Mia figlia ha lavorato duro e si è guadagnata tutto quello che ha». E ovviamente ha ragione lei. Cuore di mamma.

di Fausto Carioti

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Commenti all'articolo

  • lucia elena

    11 Febbraio 2012 - 09:09

    Fare il mistro a vita!!!!!!!!!!!!!!!!ma..........senza far nulla:

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  • maxtaglio

    09 Febbraio 2012 - 12:12

    Il figlio del vostro amato Feltri non mi risulta faccia il panettiere, mi sembra faccia il giornalista, lo fa meglio del padre, ma è arrivato fin li da solo? Forse Lo stesso vale per la figlia della ministra. Prima di sparlare del prossimo controllare il marcio al proprio interno

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  • doris

    09 Febbraio 2012 - 07:07

    Se fossi in loro mi vergognerei...........perche' dobbiamo subire queste persone?Cosa hanno da insegnarci?Come possono chiedere dei sacrifici alla povera gente?

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  • incredula

    08 Febbraio 2012 - 23:11

    A parità di titoli il cognome conta eccome.

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