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Lavoro, riforma nella palude Feste, urne e veti incrociati

La riforma mediante disegno di legge ha tempi lunghi tra Pasqua, amministrative e vacanze estive. Il sì entro l'anno è un'impresa

Lavoro, riforma nella palude Feste, urne e veti incrociati

Adesso il rischio, per il governo, è di trovarsi immerso nella palude parlamentare. Con il disegno di legge che riforma il mercato del lavoro immerso in uno scenario da incubo: un passaggio parlamentare, tra commissioni e Aule di Senato e Camera, più lungo del previsto. E quindi tale da far slittare l’approvazione definitiva del provvedimento a dopo l’estate. Quando però i partiti che sostengono Mario Monti, Pd in primis, potrebbero avere la testa già rivolta alle Politiche della primavera successiva per avere voglia di sporcarsi le mani con l’articolo 18.

Non è un caso che il Pdl, sostenitore del decreto-legge, abbia messo in guardia l’esecutivo dal pericolo di «esiti imprevedibili» per il ddl. Ieri il segretario, Angelino Alfano, ha lanciato una proposta per uscire da quello che sembra già uno stallo: «Se vogliamo evitare che tutto quello che si è verificato nelle ultime ore appaia puramente dilatorio, prendiamo l’impegno a concludere i lavori di questa importante riforma entro un tempo prefissato». Ovvero entro l’estate, come auspicato da Renato Schifani, presidente del Senato. Ma ciò significa, come ha fatto notare Alfano, «raddoppiare i tempi rispetto a un decreto». E le incognite non mancano.

Innanzitutto il testo della riforma ancora non c’è: serviranno diversi giorni prima che l’articolato sia inviato al presidente della Repubblica per l’autorizzazione della sua presentazione in Parlamento, come prescrive l’articolo 87 della Costituzione per i disegni di legge governativi. Poi inizierà l’iter vero e proprio, presumibilmente da Palazzo Madama. Dove all’interno del Pd l’ala che sostiene il governo è più numerosa che a Montecitorio, assemblea nella quale i “dissidenti” anti-Monti sono prevalenti.

Il primo intoppo, tuttavia, è destinato a presentarsi a stretto giro di posta: nell’agenda parlamentare incombe la pausa di una settimana per le festività pasquali, ma soprattutto a maggio sono in calendario - primo turno domenica 6 e lunedì 7, ballottaggi due settimane dopo, il 20 e il 21 - le elezioni amministrative in 1.020 Comuni italiani, di cui 28 capoluoghi di Provincia. È facile pensare che i partiti in lizza non saranno disponibili ad alcun ammorbidimento delle loro posizioni di partenza al fine di non scontentare il proprio elettorato. E le Camere, in ogni caso, resteranno chiuse per altri sette giorni subito prima delle elezioni.

Non solo. Una volta terminata la partita elettorale, la discussione sulla riforma del mercato del lavoro si inserirà in una dinamica parlamentare che vede molta carne al fuoco: su tutti i temi relativi a Rai e giustizia, con il Senato che sarà chiamato a pronunciarsi sulla responsabilità civile dei magistrati. Sul tappeto, inoltre, ci sono i decreti in scadenza, la cui conversione in legge avrà la precedenza.

Ecco perché l’obiettivo di approvare la riforma entro luglio è tutt’altro che semplice da centrare. La maggioranza, inoltre, per evitare che il testo faccia la spola tra Montecitorio e Palazzo Madama, dovrà necessariamente trovare un accordo in grado di blindare il testo dopo il primo via libera. Cosa che al momento appare improbabile.

L’allungamento dell’esame a settembre potrebbe rappresentare la pietra tombale per la riforma. Ad ottobre, infatti, il testo sul mercato del lavoro dovrebbe fare i conti con l’apertura della sessione di bilancio. Per non parlare del fatto che in autunno i partiti saranno già in campagna elettorale, stavolta per le Politiche, con quello che questo comporta in termini di cautela per non irritare ulteriormente i propri sostenitori.
Poiché poi, con ogni probabilità, la riforma del mercato del lavoro sarà realizzata attraverso un disegno di legge delega, il provvedimento che uscirebbe dal Parlamento necessiterebbe comunque dell’adozione di successivi decreti legislativi da parte dell’esecutivo. E i tempi si allungherebbero ancora.

di Tommaso Montesano

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