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La Cassazione: dell'Utri mediatore
tra Berlusconi e Cosa Nostra

Per tramite del senatore Pdl i pagamenti con cui il Cavaliere si proteggeva dai rapimenti

Amici da quarant'anni

Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri

Marcello dell'Utri era il collegamento, il trait d'union, tra Berlusconi e Cosa Nostra. Lo si legge nelle motivazioni della sentenza con cui la Corte di Cassazione (il 9 marzo scorso) ha annullato con rinvio la sentenza della Corte d'Appello di Palermo, che aveva condannato Dell'Utri a 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. In particolare, il senatore del Pdl avrebbe secondo gli "ermellini" svolto una "attività di mediazione nell'accordo di natura protettiva e collaborativa raggiunto da Berlusconi con la mafia per suo tramite", al fine di prevenire iniziative criminali (essenzialmente sequestri di persona) ai danni dello stesso Berlusconi e della sua famiglia. Un accordo protettivo, "in cambio del quale sono state versate cospicue somme da parte di Berlusconi in favore del sodalizio mafioso che aveva curato l’esecuzione di quell'accordo, essendosi posto anche come garante del risultato". La Corte d’appello di Palermo, osserva la Cassazione, "valorizza e impernia la propria decisione sul rilievo della attività di 'mediazionè che Dell’Utri risulta avere svolto nel creare il canale di collegamento o, se si vuole, di comunicazione e di transazione che doveva essere parso, a tutti gli interessati e ai protagonisti della vicenda, fonte di reciproci vantaggi per i due poli".

Esiste, tuttavia, un "vuoto" di motivazione sugli anni tra il 1978 e il 1982, quando l’imputato (a fine 1977) si allontanò dall’area imprenditoriale berlusconiana per lavorare alle dipendenze dell’imprenditore Filippo Rapisarda. Questa, dunque, la ragione per cui la Suprema Corte, il 9 marzo scorso, ha deciso di annullare con rinvio la condanna inflitta al senatore del Pdl per concorso esterno associazione mafiosa. Tale "vuoto argomentativo" secondo gli alti giudici, "necessita di essere colmato. E sarà proprio su questo punto che i giudici palermitani, in sede di appello bis, dovranno approfondire il caso.

Roma

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Commenti all'articolo

  • bruno osti

    27 Aprile 2012 - 15:03

    e, aggiungo, io di mettersi in casa un mafioso conclamato e pluricondannato. Ma questo non li squote, i maldestri: per loro è tutto normale, quello cga combina Lui

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  • fdrebin

    25 Aprile 2012 - 17:05

    Certo, sicuramente non e' stato l'unico a farlo in quegli anni. Tu dici che ne conosci altri che l'hanno fatto. Anche io, non li giustifico ma li capisco. La differenza tra loro e Silvio e' che loro non hanno mai pensato poi di fondare un partito, candidarsi, diventare presidenti del consiglio e governare l'Italia per quasi 10 anni.

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  • bepper

    25 Aprile 2012 - 11:11

    Silvio chiama in causa Gheddafi per i costumi delle sue girls, ma va bene così all'unto tutto è permesso, ognuno può scegliersi l'arbiter elegantiarum che preferisce. Per l'inattendibilità di Rapisarda, con i dubbi sulla sua mafiosità, questo gioca a sfavore di Marcello, se ha interrotto la collaborazione con cosa nostra, riprendendola poi quando è tornato dal suo sodale Silvio, è nei guai perché la prescrizione va alle calende greche.

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  • bepper

    25 Aprile 2012 - 11:11

    La cassazione non ha nessun dubbio sul fatto dell'appoggio esterno, come sul fatto che Silvio sia stato generoso con cosa nostra, piaga secolare del sud, alimentata anche con i denari del nord evidentemente. La politica non è stata capace di sviluppare una tolleranza zero con il malaffare e la criminalità organizzata, ha prevalso invece una ottusa ideologia fondata sui contrasti e quindi al ricorso di ogni mezzo anche illecito, anzicché dare spazio all'onestà ed al buon senso. Finché siamo al mondo dovrebbe prevalere la giustizia e la legge degli uomini, si chiama civiltà e stato di diritto. Troppo comodo affidarsi ad una giustizia trascendente. Invocando la religione, dovremmo pure giustificare la Jihad, con la remunerazione post mortem dei loro martiri.

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