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Temporary management? Imprese ancora dubbiose

Temporary management? Imprese ancora dubbiose

Milano, 24 nov. (Labitalia) - Dall'organizzazione delle risorse umane alla finanza e al commerciale. Sono diverse le aree in cui, in questi ultimi anni, è intervenuto il temporary management, anche se non mancano resistenze da parte delle imprese. E' quanto emerge da un'indagine promossa da Leading Network, realizzata in collaborazione con Institute of interim management Italy, con il supporto istituzionale di Gidp, Manageritalia e L’Impresa, per la parte editoriale, e presentata oggi a Milano.

"Per quanto riguarda le aree di utilizzo -dice a Labitalia Maurizio Quarta, managing partner di Temporary Management & Capital Advisors- il maggiore interesse da parte di aziende grandi ha portato a un incremento di ruoli di primo riporto funzionale: se infatti, nel 1995, ben il 60% dei progetti riguardava ruoli di direzione generale, oggi tale percentuale è scesa al 14%, con punte del 33% nella classe 20-50 milioni. Per quanto riguarda le singole funzioni, prevalgono ruoli legati alle operations (28%), alle risorse umane (24%) e alla finanza (20%)".

"L’elevata presenza -fa notare- di interventi legati alle risorse umane è dovuta soprattutto alle aziende più grandi, in cui tale percentuale supera il 33% (e con progetti legati soprattutto ad attività di tipo straordinario). L’area commerciale, gettonatissima nel 1995 con il 53%, è scesa oggi sotto il 10%".

"La durata prevalentemente (oltre 40%) -ricorda Maurizio Quarta- è quella 6-12 mesi. Significativi anche i progetti oltre i 24 mesi e quelli sotto i 6 mesi nelle aziende più grandi (25% in entrambi i casi). Per quanto riguarda le modalità con cui viene gestito il contratto, prevale il rapporto come free lance con partita Iva (o sua società) con il 42%, seguito a ruota dal contratto come dirigente a tempo determinato con un 23% dovuto soprattutto alla grande rilevanza tra le grandi aziende".

"La percezione positiva dello strumento del temporary management -sostiene- è decisamente aumentata nell’ambito dell’impresa familiare che vede nella figura professionale soprattutto un mezzo per portare in casa competenze di elevato profilo, altrimenti difficilmente accessibili, a costi certi e variabili".

"In un ipotetico percorso di razionalizzazione del bisogno -aggiunge- è sensibilmente aumentato il numero di pmi che riescono, autonomamente (magari in relazione all’ingresso di una nuova generazione più acculturata della precedente) o con l’ausilio di consulenti, a identificare una serie di problemi. Allo stesso modo, è aumentato il numero delle imprese che arrivano autonomamente a considerare il temporary management come una possibile soluzione ai problemi identificati, con una buon livello di razionalizzazione anche dei suoi limiti e delle sue aree di attenzione".

"La scarsa conoscenza -avverte Maurizio Quarta- resta l’elemento di maggiore ostacolo a una più ampia diffusione dello strumento, accoppiato, nel 1995 alle resistenze da parte dell’imprenditore, e oggi alla difficoltà di trovare la persona adatta".

"Per quanto riguarda quest’ultimo punto -sottolinea- una precisazione ottenuta attraverso approfondimenti diretti: la perplessità dell’azienda utilizzatrice non riguarda tanto gli aspetti hard relativi a competenze ed esperienze del manager, quanto piuttosto gli aspetti soft relativi alle reali motivazioni del manager e alla sua agenda personale che potrebbe non essere in linea con quella dell’azienda".

"Come sintesi -conclude- riporto due citazioni dalle interviste effettuate: 'tentativo di rimanere in azienda a prescindere dal contratto' e 'manca la cultura dell’uomo temporary, molti sono consulenti che cercano di sopravvivere e non sono pronti ad impegno a tempo e obiettivi determinati'”.

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