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Cannes, applausi per Allen.

Spettacolo

Cannes, 11 mag. (Adnkronos/Cinematografo.it) - "Chi di noi non vivrebbe in un'epoca migliore di questa?": la domanda è retorica, la risposta è Midnight in Paris, che ufficialmente aprirà stasera (Fuori Concorso) il 64esimo Festival di Cannes. L'una e l'altra portano la firma di Woody Allen che, a 75 anni, non si è ancora stufato del cinema (ormai gira un film all'anno), anzi.

Questo nuovo sopralluogo europeo - dopo Londra e Barcellona, tocca alla capitale francese - trabocca di passione ed energia creativa, meritandosi gli applausi convinti alla prima per la stampa. Apprezzamento rinnovato e scrosciante anche in conferenza, dove Allen sfoggia aplomb e furbizia, mentre alterna come un metronomo arguzie e diplomazia: nessuna parola fuori posto su "Carlà" ("Una donna molto affascinante che è anche la moglie di un politico"), al miele per il cast (presenti Owen Wilson e Rachel McAdams, Adrien Brody e Michael Sheen che, soddisfatti, ricambiano), ironiche su se stesso.

Qual è il segreto della sua longevità? Allen non ha dubbi: "Non mi sento un artista. Ovvero non lo sono mai, ma ci provo sempre. Per ora mi accontento di fare film: alcuni vengono bene, altri no". La cosa certa "è che io non mi preparo, non faccio nessuna ricerca, nemmeno quando devo ricostruire le atmosfere di un'epoca come in questo caso. Qui avevo un titolo che mi sembrava molto suggestivo. Ma non avevo nessuna idea di cosa sarebbe successo a mezzanotte, a Parigi". Fuori di dubbio comunque che sarebbe accaduto a qualcuno di molto simile a lui. Il suo alter ego stavolta si chiama Gil (Owen Wilson) ed è uno sceneggiatore hollywoodiano che vorrebbe fare lo scrittore. Proprio come il regista Woody Allen aspira a diventare un cineasta "all'altezza di quelli europei. Sono tipi come René Clair e Man Ray ad aver insegnato a noi americani - confessa - come il cinema potesse tramutarsi in arte".

E se Allen resta in attesa di realizzare il suo primo capolavoro artistico, Gil/Wilson/Allen è invece impaziente di scrivere il suo grande romanzo, che sarà ambientato a Parigi durante gli anni '20, quelli di Scott Fitzgerlad ed Hemingway, Cole Porter e René Clair, Picasso e Dalì: "Non li ho mai immaginati come tipi profondi - dice Allen -. Nel mio film dovevano essere soprattutto divertenti". Profondi o meno, per il protagonista sono dei miti e l'epoca in cui vissero per lui è l'Age d'Or dell'umanità. Un'epoca che, per i paradossi e le magie che da sempre si verificano nei lavori di Allen, gli capiterà di rivivere proprio mentre si trova a Parigi, in vacanza con la futura moglie (Rachel MacAdams).

Spiegare come ciò avvenga e quali siano le conseguenze nella vita di questo scrittore frustrato significherebbe fare un torto al film e allo spettatore. E poi lo stesso Allen taglia corto dicendo: "La Ville-lumière non è una metafora della magia. E' la sua incarnazione". Vera protagonista del film, a Parigi il regista dedica una dichiarazione d'amore spassionata, seconda nel suo cinema solo a quella a Manahattan: "Non è reale la mia Parigi, ma fortemente soggettiva, filtrata dalla mia memoria cinematografica".

Una Parigi riconoscibile senza essere da cartolina, sognante senza perciò essere di cartapesta. Una città che sarebbe piaciuta a Méliès. Dove i sogni sono ancora possibili quando cala la notte sulle passeggiate vicine alla Senna. Prima o poi ci si imbatte in qualcosa di straordinario. Se hai il passo giusto. Chissà cosa succederà a Roma quando s'imbatterà in quello magico e infaticabile di Allen.

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