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Libia, il regime ha ucciso 15mila persone. Bengasi, contatti con gli insorti di Tripoli

Esteri

Tunisi, 24 giu. - (Adnkronos) - Le forze fedeli a Muammar Gheddafi hanno ucciso più di 15mila libici e hanno arrestato 30mila persone dall'inizio della rivoluzione il 17 febbraio scorso. E' quanto rivelano alcuni degli ex ufficiali libici fuggiti nei giorni scorsi in Tunisia all'agenzia di stampa 'Tap'. In particolare la rivelazione viene da uno dei 19 ufficiali dell'esercito e della polizia che ieri sono giunti via mare in Tunisia.

Uno di questi ufficiali ha affermato al suo arrivo che "il numero dei morti supera i 15mila, mentre i detenuti sono circa 30mila. Per questo chiediamo alla comunità internazionale di fare presto e eliminare Gheddafi, perché ogni giorno si registrano nuove vittime". L'ufficiale ha inoltre spiegato di aver "scelto la fuga non per il timore di morire, ma per non uccidere altri libici".

Sul fronte dei ribelli, a Tripoli gli insorti libici dell'est hanno stretti contatti con una rete clandestina di oppositori del regime di Muammar Gheddafi. E' quanto sostiene il sito della Bbc, che cita una fonte del Consiglio Nazionale di Transizione (Cnt) di Bengasi secondo la quale sono in corso colloqui segreti per preparare la caduta del regime. I colloqui sarebbero condotti facendo ricorso alle nuove tecnologie, in particolare Skype e i telefoni satellitari.

L'obiettivo è coinvolgere l'opposizione clandestina di Tripoli in una strategia più ampia contro Gheddafi. A questo lavorano i ''Cinque di Tripoli'', vale a dire gli esponenti del Cnt che ogni notte stabiliscono un contatto con una rete di un centinaio di oppositori nella capitale. ''Finora nessuno è stato arrestato'', assicura Alamin Belhaj, membro del Cnt e oppositore di lunga data, essendo membro dei Fratelli Musulmani.

Spiega che Gheddafi non può intercettare le comunicazioni via Skype o telefoni satellitari. ''Parliamo per circa un'ora a notte - prosegue - La rete (di Tripoli, ndr) coinvolge tutti i settori della società, ci riferiscono cosa succede nella capitale, cosa si dice nelle moschee e per le strade''. Secondo Belhaj, ci sono segni che gli oppositori di Tripoli crescono in numero e sono sempre meno timorosi, visto che il regime si sta indebolendo.

''Siamo sicuri al 100% che a Tripoli ci sarà una rivolta, ma non siamo sicuri dei tempi'', dice, spiegando che il coordinamento segreto con Bengasi serve proprio a garantire che la protesta nella capitale sia meglio organizzata di quella esplosa a febbraio e facilmente repressa da Gheddafi. ''Ce la faremo tutti insieme'', assicura, prevedendo che le forze legate al Cnt riescano alla fine a espugnare Tripoli.

Gli oppositori temono tuttavia che Gheddafi prepari un ''bagno di sangue'' per quando sarà costretto a scappare. ''Crediamo che stia pianificando qualcosa - dice Belhaj - e temiamo i comitati rivoluzionari (pro-Gheddafi, ndr) e le forze di sicurezza che proteggono il regime. Bisogna avere un piano ampio, per essere pronti al peggiore scenario''. A questo scopo, contatti sono in corso con esponenti della polizia e dell'esercito apparentemente fedeli a Gheddafi, ma pronti a passare con il Cnt.

Da Bruxelles il Consiglio europe ha ribadito, nell'ultima bozza delle conclusioni, come "la trasformazione democratica della Libia rimanga un interesse primario dell'Unione europea". Nel documento viene inoltre ribado "l'appello a Muammar Gheddafi a lasciare immediatamente il potere". In una bozza precedente, risalente a due giorni fa, i leader dei 27 affermavano anche che e' interesse primario dell'Ue "la conclusione al piu' presto del conflitto", passaggio rimosso nel nuovo testo.

"Il Consiglio europeo - si legge ancora nel testo - sottolinea il ruolo essenziale giocato dal Consiglio nazionale di transizione in questo processo, come rappresentante delle aspirazioni del popolo libico".

Nell'edizione di oggi del Wall Street Journal si legge intanto che Muammar Gheddafi sta "seriamente considerando" la fuga da Tripoli per un rifugio più sicuro. Il quotidiano cita fonti dell'intelligence americane, secondo le quali il colonnello libico "non si sente più al sicuro" nella capitale di fronte al rafforzarsi dei raid della Nato e i progressi sul terreno delle forze dell'opposizione.

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