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Fecondazione assistita, Strasburgo accoglie ricorso di coppia italiana contro legge 40

Cronaca

Roma, 27 giu. - (Adnkronos/Adnkronos Salute) - La Corte europea dei diritti dell'uomo ha accolto il ricorso contro la legge 40 sulla fecondazione assistita, in particolare sui limiti di accesso alle tecniche, presentata dagli italiani Rosetta Costa e Walter Pavan, entrambi con fibrosi cistica, malattia che si trasmette in un caso su quattro ai figli, che vorrebbero accedere alla fecondazione in vitro, con la possibilità di fare l'analisi embrionale preimpianto. Ma non possono, perché la legge riserva l'accesso alle tecniche di procreazione solo a chi è infertile, come spiega l'avvocato Filomena Gallo, vice segretario dell'Associazione Coscioni e presidente di Amica Cicogna, che chiede "ora Strasburgo dia il via libera all'accesso universale".

"Sono soddisfatta - dice Gallo - per la decisione della Corte di Strasburgo di accogliere il ricorso presentato dalla coppia italiana contro la legge 40. Intanto il governo perde ulteriori occasioni per rimediare a vecchi errori che hanno dato vita ad una legge con fondamento solo ideologico priva di scientificità e legalità". Quando il tribunale europeo esaminerà la normativa mi auguro che consenta un accesso universale alle tecniche di fecondazione assistita a tutti coloro che per avere un figlio hanno bisogno dell'aiuto della medicina, eliminando discrimini insensati e riconoscendo i diritti universali. In Italia, la Carta costituzionale sancisce il principio di uguaglianza, il diritto alla cura, il diritto ad una famiglia e a scelte consapevoli e responsabili in materia genitoriale. Ma la legge 40 disattende tutto ciò".

Oggi, infatti "una coppia infertile può fare diagnosi preimpianto se portatrice di patologia genetica" mentre "una coppia fertile portatrice di patologia genetica non può accedere alla medesima diagnosi". Sono "palesemente lesi il principio di uguaglianza e le norme di garanzie citate, dunque". Il tribunale di Salerno nel 2010, prosegue Gallo, "ha consentito l'accesso alle tecniche di procreazione assistita a coppie fertili portatrici di patologie genetiche. Tuttavia tali decisioni hanno valore solo per i singoli casi concreti, non hanno portata generale, perché la legge 40 consente l'accesso alla Pma solo alle coppie infertili (e portatrici di patologie virali per linee guida dal 2008), quindi chi ha problemi di trasmissione di malattie genetiche ancora oggi è escluso da queste tecniche ed è costretto a rivolgersi ai tribunali italiani".

Rosetta Costa e Walter Pavan, 34 e 36 anni, hanno avuto un bambino nel 2006, malato anche lui di fibrosi cistica. Hanno scoperto allora di essere portatori della malattia, con una possibilità su quattro di avere un figlio malato e una su due di avere un bambino portatore del gene anormale. In Italia, però, la loro unica possibilità - si legge in una nota della Corte europea dei diritti umani - è ricorrere all'aborto in caso i test prenatali indicassero la malattia genetica del feto. E nel 2010 Rosetta Costa è stata costretta a ricorrere ad un aborto. La coppia, però, vuole accedere alla fecondazione in vitro per fare lo screening preimpianto dell'embrione. Questa possibilità è prevista in 15 Paesi europei: Belgio, Danimarca, Spagna, Finlandia, Francia, Grecia, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Repubblica Ceca, Gran Bretagna, Russia, Slovacchia, Slovenia e Svezia.

La normativa italiana - legge 40 - permette, invece, la procreazione medicalmente assistita e lo screening prenatale solo alle coppie sterili o in cui l'uomo è affetto da una malattia sessualmente trasmissibile (Hiv, epatite B, C), "eccezioni che non si applicano ai richiedenti", spiega la Corte. Invocando gli articoli 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) e 14 (divieto di discriminazione) della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, la coppia ricorrente si considera "vittima di una discriminazione rispetto alle coppie sterili e a quelle con il partner maschile affetto da una malattia sessualmente trasmissibile".

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