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Dago-indiscrezioni

Ignazio Marino, retroscena sulle dimissioni: anche il Vaticano in campo

Papa Francesco e Ignazio Marino

Roma libera. Ignazio Marino si è dimesso, con riserva ma pur sempre dimesso. Ha detto che ha 20 giorni per ripensarci, ma pare più un capriccio, una "baracconata", piuttosto che una reale possibilità. Accerchiato, umiliato, sputtanato dai rimborsi spese (ultimo capitolo di una lunga, anzi lunghissima, serie di "marachelle" e gaffe) non ha retto al peso di chi voleva farlo fuori, ovvero tutti quanti, in primis i romani, poi la destra, la sinistra, Matteo Renzi, i grillini e chi più ne ha più ne metta. E pure il Vaticano. Già, perché, forse, non è stata tanto la pressione del premier - esasperato da Marino ed esasperato dal fatto di non riuscire a cacciarlo -, ma piuttosto quella della Santa Sede ad aver convinto l'allegro chirurgo a prendere la più ovvia e corretta delle decisioni: andarsene.

Santa Sede in campo - L'ipotesi-vaticana viene affacciata da Dagospia. Tutto nasce dall'ormai celeberrimo caso del "sindaco imbucato", la già mitologica smentita del Papa (una roba mai vista prima, il Pontefice che disintegra le supposte verità di un sindaco, per giunta del sindaco di Roma). Un "incidente" che - come si è appreso anche dallo scherzo de La Zanzara a monsignor Paglia - ha fatto letteralmente infuriare Francesco e i vertici del Vaticano, già parecchio preoccupati in vista del Giubileo e della sua (arrancante) organizzazione. Ed è stato dopo quell'episodio che, secondo Dago, sarebbe sceso in campo il cardinale Pietro Parolin, in persona, ovvero il segretario di Stato vaticano, che si sarebbe rivolto a Graziano Delrio, il ministro del governo Renzi più cattolico di tutti: "Provvedete a mandare via il sindaco". Questo, in estrema sintesi, il messaggio di Parolin.

Il colpo finale - Parole che pesano, e tantissimo, quelle riferite da Dago e che sarebbero piovute dagli apici del Vaticano. Dopo il disastroso viaggio negli "Uessei", per Ignazio, è cambiato tutto: non solo Renzi, ma anche la Santa Sede non lo voleva più nemmeno sentir nominare. Delrio, da par suo, avrebbe risposto l'ovvio: "Eminenza, noi non lo possiamo dimettere". Insomma, non potevano mica cacciarlo, rimuoverlo forzatamente da quella poltrona. Sindaco accerchiato, ma disperatamente aggrappato alla suo prestigioso scranno. Ma poi il colpo di grazia, quello assestato dalla procura, che sulle sue "cene di lavoro" con bottiglie di vino da "50 euro a botta" pagate - pare - con la carta di credito del Comune ha aperto un fascicolo. Troppo, davvero troppo. Marino viene mollato anche dagli assessori e del suo vice. E a quel punto, solo, asserragliato al Campidoglio, dopo aver pensato che oltre a Renzi, alla destra, alla sinistra, ai grillini ai romani e a chi più ne ha più ne metta, a non volerlo più vedere c'era anche il Vaticano, ecco, a quel punto, ha capito che gli restavano soltanto le (ovvie) dimissioni.

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Commenti all'articolo

  • noncirestachepiangere

    09 Ottobre 2015 - 07:07

    Dunque, non la protesta dei molti cittadini schifati, ma il fischio del Vaticano fa alfin caracollare Ignazio dal suo blindatissimo scranno? PD = Partito dei Descamisados ... in nome del Papa Re! Fortuna che l'Italia è una Repubblica democratica in cui la sovranità appartiene al popolo!

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  • m.dalloglio59

    08 Ottobre 2015 - 23:11

    Un personaggio squallido ma messo li dagli elettori che nn si capisce come abbiano fatto a votarlo

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    • Happy1937

      09 Ottobre 2015 - 12:12

      Tanto più che chi l'ha votato e chi l'ha candidato conoscevano benissimo il vizietto di rubacchiare sui rimborsi spese.

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