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Voleva infermiere che vestissero sexy

Condannato ex direttore di una Asl di Roma

Voleva infermiere che vestissero sexy
Puniva con vessazioni le dipendenti che non assecondavano le sue avances sessuali e rifiutavano pure la proposta “minima” di vestirsi in modo succinto affinché lui potesse almeno soddisfarsi la vista. Per questo Vincenzo C., ex direttore di una Asl di Roma dovrà risarcire le dottoresse e le infermiere che ha molestato bloccandone anche gli avanzamenti di carriera.

La Cassazione lo ha infatti riconosciuto colpevole di violenza privata e, sebbene il reato si sia prescritto, adesso il manager della sanità dovrà rifondere i danni morali patiti dalle sue vittime. Senza successo l’ex dirigente del secondo distretto della Asl Roma ha sostenuto – nel suo ricorso alla Suprema Corte – che non c’era alcun collegamento tra i “comportamenti persecutori” e lo stato di “soggezione” delle dipendenti prescelte dal momento che “persecuzioni e minacce non precedevano le richieste di disponibilità sessuale ma seguivano i rifiuti in guisa di reazione sanzionatoria”.

La Cassazione – con la sentenza 9225 – sottolinea che, senza ombra di dubbio, “le insistenti richieste di prestazioni sessuali, rivolte con la protervia e l’arroganza che l’abuso del ruolo di superiore gerarchico delle vittime consentiva, ed i comportamenti vessatori che facevano seguito in guisa di sanzione dei rifiuti, integravano ampiamente il reato di violenza privata”.

I supremi giudici ricordano che Vincenzo C. (60 anni) aveva costretto alcune dipendenti della Asl – una dottoressa, una tecnica radiologa e una infermiera – a “patire ingiuste e mortificanti vessazioni, inducendo in loro non solo sofferenza e malessere, ma anche concreti pregiudizi della loro serenità sul lavoro e delle loro legittime aspirazioni di carriera, lasciate intravedere solo come ricompensa di disponibilità, manifestata almeno sotto forma dell’intrigante offerta del proprio corpo allo sguardo mercé l’ausilio di abbigliamento acconcio”. In sentenza non è riportata la cifra che il manager dovrà risarcire il cui importo è stato calcolato – quanto meno in via provvisionale – dalla Corte di Appello di Roma lo scorso 25 febbraio.

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