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Vittorio salva la biennale con il caos di teste mozzate

Venezia. Sgarbi ripensa l'arte contemporanea passeggiando fra i carri armati capovolti. Sorpresa finale: il padiglione Italia

Vittorio salva la biennale con il caos di teste mozzate
All’improvviso, vagando per i Giardini dell’Arsenale tra le opere della 54esima Biennale d’arte di Venezia diretta da Bice Curiger e intitolata Illuminations, si apre un cortiletto laterale, il giardino pensato da Carlo Scarpa. Si entra e non si vede nulla tranne il giardinetto, però si sente una voce registrata che ripete in continuazione: «Ritono. Ritorno a casa. Ritorno a piedi. Lontano da qui. Dove si compie un gesto. Un gesto in divenire. Che verso questo luogo tende e ritorna».

La cantilena fa venire voglia di sdraiarsi a terra e dormire, ma mi dicono che si tratta di un’opera di Giorgio Andreotta Calò e quando mi spiegano in che cosa consiste non posso fare a meno di provare per l’artista un grande senso di comprensione. Costui (classe 1978, Veneziano) vive ad Amsterdam e quando l’hanno invitato a esporre nella sua città natale ha deciso di realizzare qualcosa sul tema del “ritorno a casa”. Così si è inventato quest’idea: ritornare a casa fisicamente, a piedi, dall’Olanda.

IL PELLEGRINO
È partito due settimane fa, cammina per 25 chilometri al giorno, arriverà a metà luglio, immaginiamo sfiancato. La mia solidarietà con il volonteroso Giorgio, tuttavia, cessa non appena leggo la nota esplicativa del suo lavoro, il quale «esplora le risorse e i limiti del corpo umano che si rivela l’unico locus con cui affrontare il presente e interrogarsi sulla necessità di rallentare e differire».

Ecco, uno che scrive una roba del genere, che risulterebbe incomprensibile anche a un Toni Negri, merita di percorrere migliaia di chilometri a piedi, magari scalzo e sui carboni ardenti. Questa comunque dev’essere la kermesse dell’esercizio fisico, perché ieri - in gustosa coincidenza con l’apertura della mostra ai giornalisti - i vaporetti della Laguna erano in sciopero. Dunque per raggiungere l’Arsenale dalla stazione era necessaria una marcia mostruosa di quasi un’ora sotto il rovente sole veneziano: l’agitazione sindacale ha costretto anche i meno allenati a terrificanti camminate dall’effetto psichedelico, causato dagli effetti del caldo sulle già deboli menti dei cronisti. Ma le sfacchinate forzate non sono nulla in confronto a quel che devono patire i collaboratori del Padiglione Stati Uniti.

Quest’anno è affidato a due creativi interessanti ma con una sottile propensione al sadismo. Si tratta di Allora & Calzadilla, che hanno esposto sei opere vagamente protestatarie. La più divertente si chiama Track & Field. I due hanno posizionato un gigantesco carro armato del peso di sole 60 tonnellate in un vialetto dei giardini. Il tank è ribaltato e i cingoli sono riadattati a tapis roulant. Li muovono alcuni poveracci (tra cui la medaglia d’oro alle Olimpiadi Dan O’ Brien) correndo incessantemente su un apposito tappeto rotante posto sopra il blindato. Il risultato è uno sferragliare assordante che cessa solo quando il malcapitato di turno crolla al suolo dopo minuti e minuti di corsa. Accompagnato dalla dolce melodia dei cingoli mi addentro nell’esposizione principale, dove stanze illuminate si alternano ad altre dove regna l’oscurità e si rischia lo scontro con gli altri visitatori.

Nelle sale buie, di solito riservate ai video, si respira pure un’aria stantia e vagamente olezzante. Poche le opere degne di nota: sicuramente choccante quella di Nathaniel Mellors, Hippy dialetics. Consiste in due teste animate da marchingegni robotici - ma incredibilmente “umane” - che parlano fra loro, strabuzzano gli occhi e si muovono in modo inquietante. Sembrano vivi. «Credo che siano realizzate con alcuni siliconi particolari che utilizzano in America», mi spiega l’erudito artista Luigi Serafini. «Sono materiali straordinari, traspiranti, per cui uno si potrebbe anche fabbricare un’altra faccia e andarci in giro, come Diabolik». A parte questi pochi guizzi, tuttavia, l’esposizione inanella anche molte schifezze, opere pretenziose che rendono macchiettistica l’arte contemporanea.

Vi giuro che ho visto alcuni visitatori esperti osservare con attenzione una panca chiedendosi se fosse un capolavoro o un comodo appoggio per le chiappe, roba da film di Sordi. Prendiamo le creazioni di Gabriel Kuri: una è composta da lunghi bastoni di bambù inframmezzati da lattine. Lattine di Coca cola Zero, si specifica nella nota, forse perché la bevanda senza calorie fa più chic. Un’altra consiste in alcuni cestini gettacarta dell’Ikea cementati fra loro, grande idea. Fortuna che nella prima sala campeggiano tre splendidi Tintoretto: basterebbero quelli a fare la Biennale, ma non si può dire pena passare per reazionari. Urge breve sosta per rifocillarsi: entro nella caffetteria realizzata da Rehberger ai giardini: splendida e anch’essa sadica. Seggiole, scalini e pavimenti sono un gioco di chiari e scuri, le pendenze non si avvertono, dunque si rischia di mettere i piedi in fallo. Pare che una signora due anni fa sia caduta rompendosi una gamba. Vatti a fidare degli artisti, nemmeno al bar si sta tranquilli.

Finalmente, arrivo al Padiglione Italia. Che contiene trecento lavori circa ma una sola opera d’arte: Vittorio Sgarbi. Mi illustra una per una le opere, si incazza con il povero Nicolas, assistente che lo riporta alle necessità burocratiche e lui gli grida: «Mi hanno rotto le palle con questi fax e questi fogli! Burocrati!». Da giorni i quotidiani di sinistra lo massacrano dicono che vari artisti selezionati hanno disertato, il Fatto ieri citava Cucchi, Jori e Jodice fra gli assenti. Invece le opere di Jori ci sono, quelle di Cucchi sono in arrivo («Non si può prenderle prima di giovedì?», grida Sgarbi «e allora falle arrivare domani a mezzanotte che è già giovedì»). Il resto è un meraviglioso guazzabuglio.

LAMENTAZIONI
I progressisti si lamentano, ma dalla Littizzetto ad Augias a Furio Colombo a Luxuria fra gli intellettuali chiamati a selezionare gli artisti presenti c’e il gotha rosso. È un pandemonio di quadri, foto, statue che rappresenta il caos e la bellezza del nostro Paese, culminando nell’Italia crocifissa di Gaetano Pesce, circondata da banchi di legno come in una chiesa. Si va da Robusti a Crocicchi, da Kounellis a Palladino alla vedova di Cascella, quello della cripta di Arcore, passando per paradossi come il critico Duccio Trombadori che avrebbe dovuto chiamare un creativo a esporre e invece espone lui i suoi modesti acquerelli perché li ha segnalati Giuliano Ferrara. Vittorio, le scarpe piene di polvere e i pantaloni pure, gira come una trottola spiegando tutto a tutti, la vera attrazione è lui. Basterebbe un capannone vuoto con Sgarbi all’interno per fare la mostra, ma non faccio in tempo a dirglielo: già mi strattona il braccio per indicarmi una foto: «I fotografi», mi rivela, «fanno foto e basta. Ma questo Delogu è un artista, dunque fa le foto sfocate». E sorride appena, come Monna Lisa.

di Francesco Borgonovo

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Commenti all'articolo

  • blu521

    01 Giugno 2011 - 19:07

    La critica d'arte come arte della critica?

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  • James Baker

    01 Giugno 2011 - 18:06

    ..... da gentucola che ti somiglia tutta (da cima a fondo) !.

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  • blu521

    01 Giugno 2011 - 15:03

    L'Italia crocifissa di Gaetano Pesce. Già, ma da chi?

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