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L'intervista

Marco Amelia: "Lancio siringhe, tosto caffè e per Mourinho sono Special"

Marco Amelia

Buongiorno Cavaliere.
«Cominciamo male...».

Marco Amelia è un portiere campione del mondo. Anzi no, un imprenditore. Anzi no, un Cavaliere della Repubblica Italiana. Marco Amelia è tutte queste cose e anche di più, soprattutto è un calciatore che sembra tutto tranne che un calciatore. L’anno scorso, a 33 anni suonati, ha scelto di ripartire dal Rocca Priora, in Promozione: una scelta folle. Lui però è fatto così: dal Rocca è passato al Perugia in serie B, quindi ha incrociato le braccia in attesa di un’opportunità. Gli davano del pazzo, oggi è al Chelsea di Mourinho e ci racconta una storia fatta di successi, delusioni bestiali, segreti, spogliatoi incazzati, notti berlinesi, botte da orbi tra compagni, tradimenti, siringhe che possono salvare il mondo, omicidi e chicchi di caffè «tostati bene». La storia unica dell’unico calciatore al mondo che non è stato a Formentera.
«Invece sì, ma molti anni fa, quando Formentera la conoscevamo in pochi. Oggi non ha davvero senso».

Non mi dica che non ha mai avuto una storia, un flirt, un mezzo inciucio con una velina...
«Erano sempre tutte occupate. Ora ho una splendida moglie per cui...».

Amelia, bando alle ciance, 15 giorni fa era disoccupato, oggi è al Chelsea di Mourinho. Un gioco di prestigio del suo procuratore?
«Quale procuratore? Io non ce l’ho. Mi hanno cercato 3000 agenti ma la verità è che nel bene e nel male ho sempre fatto tutto da solo».

Se ci dice che l’ha cercata Mou in persona non le crediamo...
«No, l’ho cercato io. Lo conosco dai tempi di Milano. Quando Courtois (n° 1 del Chelsea ndr) si è infortunato non ci ho pensato un secondo e ho spedito un sms a uno dei suoi collaboratori: “Prendetemi fino a gennaio, sono a disposizione e in salute”».

E loro hanno risposto «ci fa piacere, salutaci moglie e figli», giusto?
«No, mi hanno detto “vieni a Londra, proviamo”. Due giorni dopo ero in riva al Tamigi».

Chissà che sorpresa per la sua famiglia. Come l’hanno presa?
«Non gliel’ho detto. Né a mia moglie e neanche a mio padre. Ho fatto di testa mia come sempre».

Come si affronta un provino a 33 anni da campione del mondo?
«Non è stato un vero provino. Mou aveva bisogno di un portiere in salute e bravo a “fare gruppo”. Quando hanno visto che non mentivo sulle mie condizioni mi hanno detto ben più di un “sì”».

In che senso?
«Speravo in un ingaggio fino a gennaio, Mou mi ha voluto fino a giugno con opzione per il 2017. Di solito per i contratti mi arrangio da solo, questa volta con “l’estero” di mezzo mi sono fatto aiutare da Federico (l’agente Pastorello ndr), un amico».

Con questo ingaggione ha fatto Bingo: una bella casa a Londra, la busta paga firmata Abramovic...
«Assolutamente no. Londra ha prezzi 5 o 6 volte superiori a Milano, prendo un buon rimborso spese ma non me ne frega niente, per stare qui mi sarei accontentato di vitto e alloggio. Al resto ha pensato mia moglie: la casa nel quartiere di Battersea per evitare il traffico, la scuola per i bambini... è stata bravissima».

Immaginiamo che nello spogliatoio sarà entrato in punta di piedi, da ultimo arrivato.
«Neanche per idea. Il gruppo è giovane e la stagione è iniziata male. Ho subito fatto amicizia con il capitano (Terry ndr), lui mi ha introdotto. Nonostante il mio inglese scolastico parlo con tutti, do i miei consigli. Mou vuole questo da me, qui son tutti fenomeni ma hanno pur sempre 20 anni».

Tante belle parole, ma si dice che lo spogliatoio sia spaccato e che tutti ce l’abbiano a morte con Mou.
«Balle, tutte balle. Siamo più uniti che mai, in difficoltà ma uniti».

Anche ai tempi della sua esperienza al Milan si diceva «lo spogliatoio è unito», poi son cambiati allenatori come si cambiano calzini.
«Quella è un’altra storia».

Racconti racconti...
«Arrivo al Milan nel 2010, ci resto fino al 2014. Mi chiama Galliani. Le cose per me non vanno bene fin dall’inizio, per giocare devo sperare nell’infortunio di Christian (Abbiati ndr), per un periodo sono anche titolare ma poi Allegri mi esclude senza motivo. Con lui non c’è dialogo, voglio essere ceduto ma Galliani mi chiede di restare. A gennaio 2014 decido di andar via ma ricevo una telefonata».

Ancora Galliani?
«No, Seedorf. Mi dice: “Sono il nuovo mister del Milan, resta”. Non ci penso due volte, Clarence per me è un maestro, uno dei più grandi di sempre».

Un «maestro» che dura 6 mesi. Si dice che alcuni suoi compagni siano andati a casa-Berlusconi a chiedere la testa dell’olandese.
«Io e Kakà leggiamo questa cosa sui giornali, chiediamo spiegazioni nello spogliatoio. Gli interessati ci rispondono “non è vero” e finisce lì. Fosse vero sarebbe una schifezza, io che con Allegri non avevo rapporti non mi sono mai sognato di ostacolarlo».

Vero o non vero Seedorf a fine stagione viene sostituito.
«Errore grave. Con Seedorf il Milan aveva regole e disciplina. Lo hanno fatto passare per “grottesco”, il mister che voleva allenarsi al pomeriggio per dormire al mattino, ma la verità era un’altra: voleva togliere certe “comodità” alla rosa. Se ti alleni al mattino poi hai tutto il giorno libero...».

In quel periodo sui giornali si parla anche di una rissa tra lei e Bonera. Bugia o verità?
«Verità. Dopo una giornata a “Casa Milan” io e El Shaarawy ci fermiamo a firmare autografi con i tifosi. Gli altri salgono sul pullman. Un dirigente mi chiede di convincere la squadra a scendere. Qualcuno mi risponde “non ho voglia”. Poi lo stesso dirigente “invita” tutti a darsi una mossa. Tornati sul pullman sento delle battute che non mi piacciono, tra me e Daniele volano parole grosse, non ci vedo più e lo colpisco. I compagni mi bloccano, altrimenti ne avrei colpiti molti di più. C’erano 400 tifosi che per farsi una foto con noi hanno preso il permesso dal lavoro, ci vuole rispetto...».

Per qualcuno lei era il «cocco» di Seedorf.
«Il problema non è quello, con Daniele la questione era finita lì. La cosa inaccettabile è stata trovare questa storia sui giornali. Se in uno spogliatoio ci sono le “talpe” non si va lontano».

Anche un altro spogliatoio, quello degli azzurri nel 2006, ha avuto il suo «periodo buio»...
«Esplode Calciopoli. Lippi, un grande, capisce che tira una brutta aria e “sfrutta” le polemiche per cementare il gruppo. La situazione non è semplice: a Coverciano i tifosi urlano, si aggrappano alle reti, uno dei più bersagliati è Gigi (Buffon ndr), tirato in ballo anche per la questione scommesse. È un inferno, a volte vorrei andare a prendere quei vigliacchi che gridano nascosti dalle recinzioni».

Poi volate a Duisburg, in Germania, e l’atmosfera cambia.
«Ci travolge l’affetto degli “italiani di Germania”, il ritiro è volutamente spartano, tutti fanno il loro dovere».

Compreso lei che con Peruzzi è l’unico a non giocare mai. Si sente meno «campione» degli altri?
«Per nulla, lo sono quanto capitan Cannavaro. Lippi lo dice a tutti: “Sei stato essenziale anche tu perché hai sempre dato il massimo ad ogni allenamento. Solo così si vince”».

...Battendo la Francia ai rigori: prima dei tiri parla con Buffon?
«No. Io e Peruzzi lo osserviamo, è carichissimo. Noi invece tremiamo. Quando tocca a Fabio (Grosso ndr) siamo in trance. All’epoca c’era il 5° uomo, gli chiediamo: “Chi tira dopo Grosso?”. E lui: “Se segna avete vinto”. Non capisco più niente».

Ci racconti i festeggiamenti.
«Entriamo nello spogliatoio, con noi troppe persone che non meriterebbero di stare in quella stanza ma sono le prime a “salire sul carro”. Vorrei cacciarle, ma la gioia è troppa. Ci buttiamo tutti in vasca tra pianti e grida, ho 24 anni e vedo miti come Del Piero e Totti che impazziscono di gioia. L’apoteosi una volta tornati a casa: un mese prima a crederci eravamo in 23 più il ct, ora siamo 57 milioni. Ma che bello vedere le piazze in festa».

La gioia però non dura in eterno e i calciatori lo sanno bene. Uno studio recente dice che siete una categoria di potenziali «depressi».
«Non siamo preparati al post-carriera, ma la cosa non mi riguarda. Ho creato marchi di abbigliamento che poi ho abbandonato, sono proprietario di 3 negozi di articoli sportivi in centro Italia (i “Tre&23”), sono presidente onorario della Lupa Castelli in LegaPro, ho fondato un’accademia di calcio, ora ci sto provando con il caffè».

Ha aperto un bar?
«No, ho comprato una torrefazione nel modenese con una cara amica, si chiama “Way of Coffee”. Sfidiamo la grande industria puntando sulla qualità: loro tostano i chicchi a gas, noi a legna. La differenza la senti in bocca».

Dove trova il tempo per tutto?
«Ci pensano i miei amici, i miei collaboratori. Su una cosa invece sono impegnato in prima fila: le siringhe».

Prego?
«Ho importato dal Canada una siringa il cui ago viene riassorbito dopo l’uso: l’ho vista e mi sono illuminato. Azzera i malati per punture accidentali, elimina i problemi con le assicurazioni per i risarcimenti. Lei non può immaginare quanti casi di infezioni per punture accidentali ci siano in Italia tra infermieri, medici, addetti ai lavori. In Africa poi si potrebbero salvare tante persone...».

È riuscito a venderla in Italia?
«L’Italia è il Paese in cui se hai un’idea è meglio se vai all’estero. E infatti vendo in Usa, Canada, Belgio, Germania. In Italia è difficile, lavoro con le farmacie ma gli interessi delle grandi aziende schiacciano tutto. Per partecipare a una gara d’appalto devi avere “gli amici”, per vincere quella gara d’appalto devi essere “amico degli amici”. Mettiamoci pure che mia moglie si è spaventata...».

Si è punta? Impossibile.
«Ma no. Una sera guardiamo un film, “Puncture”, racconta la storia di un tizio che combatte contro i giganti dell’assistenza sanitaria: sembra la mia vicenda! Piano piano tutti quelli che sono vicini al protagonista muoiono. Quello è un film, ma diciamo che quello sanitario è un mondo... difficile. Ora sto pensando di organizzare una campagna marketing, vedremo».

E quello politico?
«Per 4 anni Berlusconi è stato il mio presidente. Con lui ho parlato di business, investimenti, gestione. Sa tutto, da lui ho imparato molto. Anche che la politica è un mondo a parte, fatto di regole scritte e non applicate».

Politicamente da che parte sta?
«Non mi ricordo neanche quando ho votato, ormai sono passati anni visto che gli ultimi governi non sono stati scelti dal popolo. E poi le sembra sensato che ancora oggi uno debba tornare nel suo comune di residenza per esprimere la propria preferenza? Così si alimenta il “non-voto”».

Ha ancora sogni da realizzare?
«A gennaio posso rientrare nella lista Champions. Occhio, magari vinco la Coppa a Milano...».

intervista di Fabrizio Biasin

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