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L'intervista

Parla Gibilisco: "Mi hanno dato del dopato per colpa di un errore nel pc"

Giuseppe Gibilisco

È l’inizio di dicembre quando i risultati dell’indagine “Olimpia”, scattata nell’estate 2014 (vagliato oltre un milione di e-mail), spingono la Procura Antidoping della Nado-Italia a chiedere due anni di squalifica «per eluso controllo» per 26 azzurri dell’atletica. Nomi grossi, da Howe a Meucci a Donato, deferiti e in attesa di essere sentiti, a partire da febbraio. Fra loro c’è pure Giuseppe Gibilisco, oro nel salto con l’asta ai Mondiali 2003 di Parigi (5,90 m), bronzo ad Atene 2004 e ritirato da oltre un anno. Oggi lo segue Antonio De Rensis, noto avvocato che ha contribuito a far riaprire il caso della morte di Marco Pantani: «Ma se fosse stato per me non mi sarei neppure difeso - spiega a Libero il 36enne siracusano - mi ha convinto De Rensis, un amico».

Gibilisco, la sentiamo sfiduciato...
«Io ormai ho smesso, ma mi dispiace per gli altri. Ci siamo visti tutti e 26 a Roma e siamo increduli: qualcuno di loro, invece di preparare le Olimpiadi, deve perdere tempo ed energie a dare spiegazioni di questa roba allucinante. Non è giusto pagare per colpe che non abbiamo. Addirittura qualcuno ha parlato di doping, che proprio non c’entra niente. Una follia».

Ci spiega cosa sono questi «mancati controlli»?
«Ogni atleta deve comunicare la propria posizione tramite i Whereabouts, questionari da compilare per rendersi reperibili agli eventuali controlli antidoping. Una cosa che ci ha sempre trovato d’accordo».

Dunque cos’è successo?
«Negli anni sotto accusa, 2011 e 2012, capitava che il questionario partisse uno o due giorni dopo il giorno richiesto, perfino una settimana, ma nessuno si è mai lamentato, neppure il Coni tant’è vero che non ci hanno mai sanzionato».

I questionari venivano spediti via fax.
«Esatto, ma poi a inizio 2012 siamo passati al sistema telematico sviluppato dal Coni. Ci hanno dato una password per entrare sul sito e compilare i Whereabouts. Peccato che spesso il sito non funzionasse, o non riconoscesse la password. Allora dovevi chiamare e farti dare un’altra password, poi magari capitava che scrivevi di essere a Formia ma dal sistema risultavi a Tirrenia».

Un bel pasticcio.
«E infatti il Coni sapeva che gli atleti avevano difficoltà. Ci accusano di esserci nascosti, ma se il sistema non funziona che colpa abbiamo? E non è strano che tutti i deferiti siano chiamati in causa proprio per quel periodo lì, durante il passaggio dal cartaceo al telematico? La realtà è che c’era una falla di sistema. Coni e Fidal lo sanno, infatti ringrazio sia Malagò sia Giomi: ci hanno espresso solidarietà, sapendo che noi siamo vittime. L’unico nostro errore è che siamo stati superficiali: nessuno ti diceva nulla e ce ne sbattevamo, ma nessuno voleva fare cose illecite, anche perché in quei periodi di “sparizione” noi eravamo ai vari raduni e gare Fidal oppure con la Nazionale. E c’è un’altra cosa assurda».

Quale?
«Sembra che molti dei questionari cartacei contestati siano stati periodicamente distrutti per questioni legate alla privacy. La verità è che, senza criticare nessuno, negli altri sport l’atleta fa l’atleta, noi dovevamo fare anche i segretari».

Poco logico...
«La mia vita era: allenamenti; partire per le gare con un’auto abbastanza grande per gli attrezzi; andare in aeroporto, lasciare le aste da una parte sperando che non arrivasse la polizia a fare controlli su pacchi sospetti; nel frattempo parcheggiare e pagare per diversi giorni di tasca mia, senza nessun accompagnatore e senza rimborsi. E così tutti i miei colleghi».

Ma non c’è un’organizzazione che cura gli atleti?
«Non voglio avere la presunzione di fare il tuttologo, però posso dire di sapere tanto di quello che ho fatto per quasi 25 anni, il salto con l’asta. Dopo il ritiro ho parlato con i vertici Fidal e Coni, mi ero offerto per mettere su una scuola nazionale di salto con l’asta, insieme a me altri ragazzi e allenatori che conosco da una vita e tirare su un vivaio sparso per l’Italia, organizzato in funzione degli atleti. L’idea era portare i giovani a Formia, dar loro linee guida di allenamento e seguirne i progressi, creando forma e cultura sportiva. Spese zero, nessun investimento milionario, in 4/5 anni hai una trentina di saltatori sparsi per l’Italia, magari trovi pure un fenomeno. E così potresti fare per la velocità, il lungo, etc...».

Come è andata?
«Mai chiamato da nessuno. Sono dovuto tornare a Siracusa e oggi lavoro alla Sezione Aerea di manovra di Catania, per la Guardia di Finanza. Io pensavo che il mio “dopo” sarebbe stata l’atletica, ma aveva ragione Mennea: “Non ti vorrà più nessuno”».

Lo conosceva?
«Pietro era un amico: gli hanno sempre chiuso le porte in faccia. Oggi che è morto tutti lo santificano... Una volta eravamo al Comando Generale della Gdf per una premiazione. Dopo la cerimonia, al buffet, sapete chi c’era a mangiare con lui? Nessuno, pareva un appestato. Fui il solo a parlarci».

Com’era?
«Straordinario, pieno di cultura e passione, gli occhi sputavano fuoco. Starci insieme era un’ispirazione».

Se n’è appena andato anche Carlo Vittori...
«Il Prof era un genio, l’unica vera voce contro che ha sempre parlato per il bene dell’atletica. Mi ha allenato fra 2006 e 2007 insieme a Maurilio Magnani: correvo come un velocista, saltavo comodo 5,70 e secondo lui avevo i 6 metri nelle gambe. Poi l’assurda accusa di doping ha rovinato tutto: squalificato due anni, ma dopo 8 mesi di fango mi hanno assolto. Complimenti...».

E il futuro dell’asta in Italia?
«C’è il solo Claudio Stecchi che salta sui 5,60, ma è anche infortunato. Vi pare dignitoso per un Paese come il nostro?»

intervista di Tommaso Lorenzini

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