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Luca Telese: "Io, romanista, dico basta fango su Rudi Garcia"

Luca Telese

È in azione una spettacolare macchina del fango giornalistico-socialnettistico-mediatica. Solo che non riguarda la politica, ma un allenatore: Rudi Garcia. Calunnie, fatti personali, invenzioni, rimbalzo incontrollato di notizie tra rete, radio, giornali e tv: un caso di scuola.

Antefatto. La Roma non va bene, ma nemmeno male: la squadra - per punteggio - è quarta. Secondo miglior attacco di serie A (il migliore - Fiorentina - ha un gol in più). I giallorossi sono a un punto dalla Juve, hanno vinto scontri diretti importanti: con la Signora, ma anche con Lazio e Fiorentina. Contro il prodigioso Napoli la Roma ha pareggiato (fuori casa), con l’Inter perso (fuori casa), dopo una partita piena di occasioni. Capita. Con un punto in più la Juve è giudicata una bomba atomica, con nove gol fatti in meno l’Inter un carro armato. Ovvio, ai nemici della Roma fa comodo zizzaniare: il calcio non è solo un gioco, ma miliardi di euro che vanno in un posto o in un altro. Ma a questo gioco al massacro partecipa il mondo romanista. Perché il fuoco amico? La risposta è interessante.

Certo, la squadra si è appannata: è stata eliminata (ai rigori) dallo Spezia, ha preso una sberla pazzesca a Barcellona (6-1) sia pure contro i più forti del mondo; al ritorno, per contraccolpo è stata umiliata in casa dall'Atalanta (0-2). Il primo vero motivo di debolezza è lo stesso da tre anni: tantissimi infortuni, una rosa molto corta. La Roma è l'unico top club che non ha due giocatori di prima fascia in ogni ruolo. Un titolare-factotum, Florenzi, per necessità gioca sia ala che terzino. Due uomini decisivi del 2013 (Strootman e Castan) tornano da lunghe convalescenze. Primo veleno: malgrado effetti pirotecnici, la società investe poco. Giocatori importanti arrivano - secondo le nuove abitudini del calcio - con prestiti a diritto di riscatto (ma prima o poi bisogna pagarli e son dolori). Giovani cresciuti nei vivai e di sicuro talento (Bertolacci e Romagnoli) sono venduti per fare cassa: per volontà sua o di altri, Sabatini celebra nozze con fichi secchi. Il colpo estivo, l’acclamato centravanti bosniaco Edin Dzeko era panchinaro al City e ha segnato solo tre gol (uno su azione). Ma ha sbagliato due rigori e una decina di palle-gol: in questo periodo non vede la porta. L’attaccante più in forma, il fedelissimo di Garcia, Gervinho, in estate era stato addirittura ceduto a furor di popolo: solo un trucco (la pretesa di un aereo privato e benefit) fece saltare la cessione agli sceicchi. È partito anche il centrale difensivo Benatia, accusato di «tradimento», ma con una operazione che in realtà faceva cassa (cosa accadrebbe alla Juve se cedesse Bonucci?).

Altro veleno ambientale: tifosi che dicono di amare «la maggica» per una polemica su due file di seggiolini tolte e divisori inseriti in curva per ordine del prefetto Gabrielli, disertano lo stadio (come i loro cugini laziali). Se vanno - in altri settori - fischiano. Cosa c’entra Garcia col prefetto? Nulla. Ma il mister non è solidale, dicono: la sceneggiata crea rabbia, rancore, voglia di sangue. Terzo veleno, il sistema informativo capitolino: sei radio che parlano solo di Roma giorno e notte, vivono di quello. Giusto: ma se vai bene è mescalina pura, se vai male, waterboarding mentale. Garcia (esattamente come il suo predecessore Spalletti) è stato acclamato come un profeta, oggi è un capo espiatorio perfetto: per i media, che macinano interesse sul totopanchine, per quei tifosi che continuano a fischiare la squadra persino se vince (demenziale, con il Genoa), per la società, che alle prese con i suoi problemi (e il nuovo stadio arenato) sfanga la nottata. A Roma stare su una panchina è come fare il Papa: tutti - soprattutto gli atei - esperti di teologia e cultori. Con il tritacarne guadagnano tutti: giornalisti, opinionisti, allibratori, persino io che scrivo. Entri in un negozio e ti chiedono con aria corrucciata: «E Garcia!?».

Ecco, Rudi. Francese, origini andaluse. Elegante, colto, antropologicamente anti-retorico. Ironico. Agli annali la sua battuta: «Abbiamo rimesso la Chiesa al centro del villaggio». Lo amavano tutti. Adesso la campana suona, la cappella è bombardata. Gli imputano persino di aver mimato un accordo di violino. Troppo chic (sic!). A maggio, per la sua relazione con la conduttrice di Roma Channel Francesca Brienza (intelligente, spigliata, un telemetronomo in diretta, ma purtroppo anche bella) iniziano a dire che la flessione è dovuta al fatto che lui sia innamorato (quando fissava il record di 10 vittorie nessuno chiedeva se fosse distratto, e da chi). Poi nel circuito radio-twitter-internet filtrano illazioni, follie demenziali, tipo che Destro (o persino Maicon!) non sarebbero più titolari per questioni di gelosia (Maicon, in realtà, combatteva con le cartillagini rotulee). Poi si inizia a dire che Garcia ha un solo schema. Che è troppo amico dei giocatori. Che non prepara le partite (con il Bate Borisov non ha passeggiato sul campo!). Che se Dzeko non rende (in realtà sbaglia) è perché lui non sa come utilizzarlo. Prima si diceva: punta troppo su Totti. Ora che Totti si sente abbandonato da Garcia, e tutti giurano di saperlo da un amico che ha parlato con il cugino di secondo grado «del capitano» (Ilary Blasi ieri ha detto che pensa di mollare).

L’ultima perla? La prima del Messaggero due giorni fa: Garcia cancella un allenamento, esplode l’ira dei tifosi. Gli insulti degli ultrà sono prodotti dalla pressione mediatica, o la pressione mediatica è prodotta dagli squilibrati e dagli ultrà? Boh. Ma in quale squadra (al mondo!) un allenamento - pomeridiano - spostato diventa motivo di dileggio (e titolo di prima tra Isis e Renzi?). Dicevano: la squadra l’ha mollato. La Roma ha chiuso l'anno con la vittoria e un gol di Florenzi che, invece di festeggiare sotto i tifosi, è corso dal mister. Sequenza cult. Dall’abbraccio buonista alla nonna, a quello cattivista contro i sotto-curvaroli matti. E infatti giù fischi, per il gladiatore disconosciuto. Non è rudisti contro anti-rudisti, ma «Voglio la testa di Garcia», come un celebre western vendicativo: di nuovo può solo vincere col Chievo. Questa caccia all’uomo non è solo una storia di calcio, il lato strapaesano e marcio di una capitale cosmopolita. È il segno dell’eterna immaturità italiana, un sistema calcio-bambino, in un Paese infantile dove i sacrifici umani servono, perché nessuno vuol spiegare ai pupi che prima o poi si deve diventare grandi.

di Luca Telese

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