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Compleanno

Arrigo Sacchi, 70 anni di passione: "Il mio erede? Spero non ci sia, ma per lui. Il calcio..."

Arrigo Sacchi smaschera Ruud Gullit:

Certi amori lasciano un segno indelebile. Sono intensi, troppo. Consumano l'anima, usurano i nervi. Lo sa bene Arrigo Sacchi, uno dei più grandi allenatori di calcio della storia d'Italia. Un rivoluzionario, interprete di un calcio nuovo e che ha cambiato il modo di vedere il rettangolo verde che l'ha stregato da bambino: "Era il 1954, al mare. Trasmettevano una partita dei Mondiale, mi avevano issato su un tavolino per vedere meglio. Era già un'ossessione"

Compleanno - In occasione del suo 70esimo compleanno, Sacchi ha concesso una lunga intervista alla Gazzetta dello Sport che ripercorre la sua vita e la sua carriera, strette in un abbraccio infinito senza mai separarsi l'una dall'altra. Dagli esordi sul campo e la panchina per mancanza di talento, cui sopperiva con una grande grinta, alle prime esperienze da allenatore con il Fusignano: "Alla prima battemmo 2-0 la favorita e l'anno prima la squadra si era salvata all'ultima giornata. Quel campionato lo vincemmo". 

Il Calcio - "Michelangelo diceva che i quadri si dipingevano con il cervello, le mani erano solo uno strumento". Una metafora perfetta per descrivere la sua idea di calcio, un gioco prima intellettuale che fisico da studiare ed apprezzare in ogni sua sfaccettatura, senza mai lasciare nulla al caso. Le prime esperienze importanti arrivano al Cesena e al Parma, rampa di lancio verso il grande Milan. A sceglierlo e proteggerlo durante il primo anno difficile fu Silvio Berlusconi: "Mi difese davanti a tutti, fece capire che io facevo parte del progetto e che senza di me non si sarebbe andati avanti. Fu decisivo". 

La "malattia" - Un perfezionista, un compulsivo ossessivo con il bisogno di controllare ogni aspetto del gioco e del campo. Tanto da sacrificare ore di sonno, trascorse a pensare alla partita successiva: "Ero sempre teso, pensieroso. Studiavo strategie, pensavo a che cosa dovevo dire ai giocatori. Ho dato la vita per il calcio. Il mio stress nasceva dalla paura di deludere le persone che credevano in me". 

I giocatori - "L'avversario più forte? Maradona. Unico, irripetibile, una personalità pazzesca". Non sono mancate, come inevitabile, anche scaramucce con i propri atleti. Da Roberto Baggio, che una volta gli diede del matto in nazionale, a Marco Van Basten, con il quale non sempre era in sintonia. 

La fine - E l'amore ossessivo ha consumato Sacchi, fino a fargli abbandonare il calcio: "Non dormivo, ero un fascio di nervi. Dovevo dire basta. Un nuovo Sacchi? Mi auguro di no. Non per me, ma per lui. Il calcio mi ha prosciugato". 

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Commenti all'articolo

  • Anna 17

    Anna 17

    02 Aprile 2016 - 09:09

    Ma quale uno dei migliori allenatori? Questo è un miracolato del Berlusca, che lo prelevò dal Parma che era uno zero, poi con il trio olandese (i più forti del mondo all'epoca) vinse. Ma anche altri vinsero e vincono con i migliori giocatori. Ora è solo un illuso fuori di testa completamente.

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