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Vardy vero inglese, ubriaco al campo: i segreti della star del Leicester

Jamie Vardy

“Calciatore più donne più alcol”: è l’aritmetica applicata al football, un’addizione che ha stroncato gambe, carriera e perfino la vita a tanti, dalle giovani promesse fino al più famoso, il più grande, the Best. George Best. «Ho speso gran parte dei miei soldi per donne, alcol e automobili. Il resto l’ho sperperato», filosofeggiava il principe degli eccessi, lui che con le finte di corpo ubriacava gli avversari, ma che è finito sotto terra prematuramente per colpa del movimento di gomito. Nel capitolo nero della storia di Jamie Vardy, capocannoniere del Leicester fresco campione d’Inghilterra, mancano forse le automobili e le donne, ma da buon inglese che più inglese non si può, anche lui ha dovuto fare i conti con la bottiglia.

È stato Aiyawatt Srivaddhanaprabh, il figlio del presidente thailandese delle Foxes, rivelare come Vardy, l’operaio arrestato per una rissa in un pub e condannato a 6 mesi di coprifuoco nelle ore notturne con tanto di braccialetto elettronico, non abbia retto la pressione del triplo salto di serie, quando il Leicester lo prelevò a 25 anni dal Fletwood Town: dal quinto campionato nazionale alla serie B. «Jamie si era ritrovato all’improvviso in Championship - racconta Srivaddhanaprabha ai tabloid - e questo lo spinse ad iniziare a bere tutti i giorni. Non sapevamo cosa fare e io stesso non ne sapevo nulla fino a quando qualcuno non mi disse che arrivava all’allenamento ancora ubriaco, così andai a parlargli e gli chiesi se fosse quello il modo in cui voleva finire la carriera, avvisandolo che alla scadenza del contratto lo avremmo lasciato andare via. Mi rispose che non sapeva cosa fare, perché non aveva mai guadagnato così tanti soldi in vita sua. A quel punto gli ricordai quanto avessimo investito su di lui e se questo fosse il modo di ripagarci. Dopo quel discorso, lui smise semplicemente di bere e cominciò a lavorare sul serio, diventando un’altra persona, una persona migliore».

Adesso per Vardy la sbronza pre-allenamento è il passato, così come il passato ci racconta quanto birra e non solo siano stati “compagni di squadra” di molti calciatori di estrazione britannica. Perché se la vicenda di Best è nota, infinito è il dramma di Gazza Gascoigne, che ha consumato le scarpe entrando e uscendo dai centri di riabilitazione e si sta spegnendo lentamente fra cadute (per terra, letteralmente) e ricadute. Meglio è andata a Ray Wilkins, tre stagioni al Milan (84-87), alle prese fin da giovane con la dipendenza da Valium e alcol, tanto che a Milanello arrivava un’ora prima degli altri e si metteva a correre in campo con il k-way chiuso fino al collo anche se faceva caldo: doveva sudare le birre bevute in nottata.

«Calcionomica. Meraviglie, segreti e stranezze del calcio mondiale», di Simon Kuper e Stefan Szymanski, racconta come sia usanza dei giocatori inglesi farsi serate al ritmo di venti pinte a testa, tanto che spesso anche i più devastati brasiliani (di Maicon si narra che a Milano abbia bevuto 90 bottiglie da 33 cl in una notte: ma questa è un altra storia...) non reggono. Paolo Di Canio ricorda come per fargli bere l’amarissima doppio malto scura facessero mettere lo sciroppo di fragola: «E poi giù, tutta d’un fiato. Mi dovettero riaccompagnare a casa». Ma accanto alle goliardate c’è l’inferno. Tony Adams, totem dell’Arsenal e della nazionale inglese, ne racconta andata e ritorno nella sua biografia: «L’incidente a 120 all’ora senza accorgermene, la caduta dalle scale di un night e 29 punti in testa, un conto da 5.800 sterline, la pipì a letto.Bevevo per festeggiare i successi e per smaltire le delusioni, dunque bevevo sempre».

di Tommaso Lorenzini

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