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Frank De Boer, lo strano caso del mister dell'Inter che l'Italia ha già bollato

Frank De Boer

C’è un pendolo alla Pinetina che oscilla inesorabile, scandendo il tempo ridotto concesso all’Inter per fare le cose e per farle bene. E lì, nella sala conferenze, siede De Boer, che un’occhiata all’orologio la concede, sfuggente, più di una volta: come se non ci fosse tempo per rispondere a domande a cui solo il tempo stesso potrà dare una risposta. Perché se «Roma non è stata costruita in un giorno», non lo sarà neppure la sua Inter. E nemmeno in un mese (neppure netto, considerando la sosta per le Nazionali), tale è il tempo avuto finora a disposizione di Frank per capire, studiare, razionalizzare una rosa già confezionata.

Sostiene il tecnico olandese che «è difficile trasmettere le idee di gioco, non avendo ancora mai fatto un 11 contro 11 qui ad Appiano», come a ribadire l’importanza del tempo per chi è, in fondo, un mestierante raffinato e non improvvisato. Ma il tempo nel calcio è la misura dei giudizi, oltre ad essere una dimensione non contestabile. E l’Inter, con un solo punto in due partite, sembra aver già terminato il suo credito, dovendo quindi affrontare il Pescara (alle 20.45, diretta Sky Sport e Mediaset Premium) senza alternative alla vittoria. Anche perché poi sarà già tempo di Europa League - giovedì ospiti gli israeliani dell’Hapoel Beer Sheva - e di Juve, domenica prossima a San Siro. Sette giorni già cruciali per De Boer, da lui stesso definiti «l’inizio di un nuovo capitolo», inaugurato tra l’altro dal probabile lancio nei titolari di Joao Mario, un «giocatore completo, che sa fare la mezzala, l’ala o affiancare Medel nel 4-2-3-1». Soluzione, quest’ultima, in ascesa.

De Boer vive un paradosso, essendo il prototipo di allenatore che ha bisogno di tempo catapultato in un contesto - l’Inter e la serie A in generale - che di tempo non ne ha. Allora l’olandese dovrebbe essere lesto e fortunato a fare di necessità virtù, conquistando punti e quindi credito da spendere con chi l’ha già bollato. Ma De Boer fesso non è e l’andazzo l’ha già capito: «È normale, arriva un allenatore straniero, le cose non vanno subito bene, piovono critiche». Proprio così funziona da queste parti e nemmeno con coerenza.

Chissà, infatti, se il partito di quelli che ora «contano solo i risultati» è rappresentato dagli stessi che accusavano Mancini, un anno fa, che «sì, i risultati, ma il gioco?». Mancio, lui, partì con 5 vittorie e osservando gli altri dalla vetta si abituò all’idea di un’Inter senza trama, fondata solo sui colpi dei campioni, sulla fisicità dei colossi, sulla mentalità dei leader. Tutte cose secondarie per l’altro, De Boer, il cui manifesto è antitetico: «Bisogna andare al di là del risultato. Se si vince e non si gioca bene è un problema». Lo è e l’Inter dovrebbe saperlo, essendone la più recente testimonianza. In fondo basterebbe fidarsi di un’idea e dare tempo al tempo, anche se di tempo non ce n’è.

di Claudio Savelli

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