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Indiscreto

Luciano Moggi: "Vi rivelo come sceglievo gli allenatori"

Luciano Moggi

Esonerare un allenatore è il mestiere più facile per un dirigente di società, sostituirlo è la cosa più difficile. Mentre l’esonero sta a significare l’errore nella composizione della squadra o nei metodi di conduzione della stessa, l’avvicendamento a campionato in corso raccoglie tutte le incognite del caso, trattandosi di una scelta tra tecnici «a spasso» (e quindi non di prima scelta). Ma come si fa a scegliere un allenatore vincente? Vi dico io come durante la mia attività da dirigente ho scelto Bigon (Napoli), Lippi, Ancelotti e Capello (Juventus).

Ho sempre tenuto conto del fatto che un allenatore deve essere coadiuvato e aiutato dalla società. Come ho fatto io, per esempio, con Albertino Bigon a Napoli. Nonostante fosse un allenatore difficile da gestire, io gli sono stato sempre vicino e l’ho anche costretto a fare cose che non avrebbe fatto. Esempio: sapeva che non gli sarebbe stato rinnovato il contratto con i partenopei se non avesse vinto il Tricolore. Lui non gradiva questa situazione e un giorno si rifiutò di parlare con la squadra. «Puoi fare tutto quello che vuoi, ma se non vai da loro, io oggi stesso ti esonero». Lo provocai, ma allo stesso tempo lo pungolai, perché gli ero stato sempre vicino e di me si poteva fidare. Il risultato? Vincemmo lo scudetto.

Passando agli anni in bianconero, la mia prima scelta fu Marcello Lippi. Lo scelsi dopo averlo visto allenare proprio il Napoli. Era un tecnico che vedeva bene dalla panchina il match e sapeva infondere grande carattere ai giocatori. È stata una mia felice intuizione, premiata poi con la vincita di scudetti, di una Coppa dei Campioni e di una Coppa Intercontinentale. Dopo l’addio di Marcello scelsi Carlo Ancelotti. Allenatore totalmente diverso da Marcello. Aveva il carisma del grande calciatore e con quel carisma ha fatto due secondi posti con 72 punti, il primo anno, e 73 il secondo. Con lui perdemmo due scudetti solo perché, il primo anno, ci fula famosa partita della pioggia di Perugia, mentre, il secondo, per la decisione della Federcalcio di annullare le regole sugli extracomunitari a campionato in corso, favorendo la Roma con il «decisivo» Nakata.

Ancelotti però aveva un problema con i tifosi: quando era stato tecnico del Parma aveva criticato la Juventus e questo non era piaciuto. Io allora decisi di prendere di petto i tifosi e sentenziai: «Questo è il nostro tecnico e ce lo teniamo». Alla fine del 2° anno, Carletto fu esonerato, mio malgrado. Ma io ho poi avuto un ruolo fondamentale per il proseguo della sua carriera. L’attuale tecnico del Bayern Monaco, dopo l’esonero bianconero, stava per firmare per i turchi del Besiktas. Mi telefonò Berlusconi e mi chiese se Ancelotti poteva essere adatto ai rossoneri. Io gli dissi subito: «Prendilo e sbrigati a chiamarlo».

E arriviamo a Fabio Capello, mister molto difficile da prendere. Il suo arrivo a Torino fu merito anche di Giorgio Tosatti che mi disse di un problema tra tecnico e società giallorossa (avevano litigato). C’era la possibilità di prenderlo nonostante avesse detto che non avrebbe mai accettato i bianconeri. Quel suggerimento di Tosatti mi fu utile, perché sfruttai l’astio del tecnico per precipitarmi quello stessso giorno nella Capitale. Raggiunsi l’accordo e poi convinsi Unmberto Agnelli, allora presidente della Juventus, a non ingaggiare Didier Deschamps.

Dissi al dottor Agnelli che avevo l’accordo con Capello e il presidente mi rispose: «Sei tu il comandante...». Chiesi soltanto al Dottore di non dire nulla a sua moglie Allegra, sfegatata tifosa bianconera. La mattina che morì Umberto, proprio Allegra gli chiese chi fosse il nuovo allenatore della Juventus. Umberto si portò il dito alla bocca, per segnalare che era cucita: «Non posso dirtelo, altrimenti Moggi si arrabbia...».

Quindi le regole che devono portare alla scelta di un mister non possono prescindere da alcune considerazioni, prima il carisma dello stesso, poi l’esame del gruppo a disposizione se confacente con le caratteristiche del prescelto. Per fare un esempio, se si ha una squadra di picchiatori, abili nell’uomo contro uomo, sarebbe inutile prendere Zeman. La società nerazzurra non si è mai attenuta a queste regole e i risultati sono lì a testimoniarlo. Ci permettiamo allora di dare un consiglio, tenendo conto della situazione attuale e considerando che l’allenatore più gettonato per il futuro è Simeone: la decisione meno criticabile sarebbe quella di richiamare... Mancini.

di Luciano Moggi

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Commenti all'articolo

  • lspurio

    07 Novembre 2016 - 22:10

    Il calcio italiano e non solo quello italiano.......avrebbe bisogno come il pane di un UOMO come il Direttore

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