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ORLANDO. CONGRESSO ASH 2015

Arriva il primo ‘farmaco bersaglio’
“È alternativo alla chemioterapia”

16 Dicembre 2015

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Gli esperti riuniti al congresso della Società Americana di Ematologia ASH appena concluso ad Orlando lo hanno definito “un vero e proprio ‘cambio di paradigma’ – anche sociale – destinato ai pazienti colpiti da due forme di neoplasie delle cellule B, una cronica e l’altra aggressiva: la leucemia linfatica cronica e il linfoma mantellare”, riferendosi alla nuova (e oggi unica) terapia orale ad assunzione giornaliera alternativa alla chemioterapia, ora disponibile anche in Italia a seguito dell’approvazione EMA. Il farmaco, che era già stato designato dall’FDA come ‘breakthrough therapy’, ha dimostrato risultati mai osservati prima in termini di efficacia e sicurezza: nello studio di fase 3, sui pazienti con leucemia linfatica cronica pretrattati, ha mostrato ad un follow-up di 19 mesi una riduzione del rischio di progressione di malattia del 90% e un dimezzamento del rischio di morte (riduzione del 53%), rispetto ad Ofatumumab. Anche per il linfoma mantellare (Ibrutinib è stato approvato per il trattamento di pazienti recidivati o refrattari ad altre terapie) nel 67% di casi si è riscontrata una risposta positiva al farmaco, e di questi, nel 23% dei casi, la risposta è stata completa, con scomparsa dei sintomi della malattia. Il tempo mediano di sopravvivenza libero di progressione di malattia è stato di 13 mesi e la sopravvivenza globale di 22,5 mesi. Al Congresso ASH di Orlando grande attenzione per la nuova molecola con la presentazione di dati che dimostrano l’efficacia di Ibrutinib anche nei pazienti con leucemia linfatica cronica (età over 65) mai trattati prima: lo studio che ha messo a confronto  Ibrutinib con il chemioterapico clorambucile, ha mostrato un miglioramento della sopravvivenza libera da progressione della malattia e un miglioramento della sopravvivenza globale riducendo il rischio di morte dell’84%. A 18 mesi, con Ibrutinib, si è ottenuta una percentuale di pazienti liberi da progressione di malattia del 94% vs. 45% del clorambucile, mentre la percentuale di risposta globale alla terapia è stata dell’86% rispetto al 35% del chemioterapico.  “Ibrutinib – ha dichiarato il professor Fabrizio Pane, Presidente della Società Italiana di Ematologia – è il primo di una nuova classe di farmaci biologici destinato a modificare in modo sostanziale la terapia di una serie di malattie tumorali del sistema linfatico di pertinenza ematologica. Ibrutinib è un farmaco che, agendo su uno dei meccanismi che sostiene la crescita neoplastica, può quindi essere risolutivo per le forme aggressive di leucemia linfatica cronica e per tutti i casi linfoma mantellare, in particolare degli anziani, che  fino a oggi avevano esito infausto ed erano di difficile gestione clinica. E’ da sottolineare che si tratta di un farmaco che oltre alla elevata efficacia viene somministrato per via orale, e ciò offre un grande beneficio per i pazienti che da oggi potranno curarsi più comodamente anche a casa”.

La leucemia linfatica cronica (CLL). E’ una neoplasia delle cellule B di tipo indolente, caratterizzata da un decorso cronico a lenta progressione. E’ la leucemia più frequente nel mondo occidentale. Oggi in Italia si contano circa 3000 nuovi casi diagnosticati all’anno e l’incidenza è leggermente superiore negli uomini. È una patologia in graduale aumento, che colpisce prevalentemente la popolazione anziana. Un dato importante se raffrontato al fatto che l’Italia è il Paese più longevo d’Europa. “Alcuni pazienti hanno una forma di CLL aggressiva che progredisce rapidamente e che, senza trattamento, porta al decesso in pochi anni; mentre in altri la malattia ha un decorso lento e indolente, e i pazienti vivono relativamente senza sintomi per decenni – spiega il professor Robin Foà, Past-President della Società Europea di Ematologia (EHA) e Direttore dell’Ematologia dell’Università ‘Sapienza’ di Roma – Fino ad oggi, e negli ultimi 40 anni, la cura principale è stata la chemioterapia, più recentemente associata a terapia con anticorpi monoclonali. Oggi invece si aprono nuovi scenari grazie agli avanzamenti della ricerca.  Stiamo vivendo una vera e propria rivoluzione, grazie allo sviluppo di cure biologiche e terapie mirate che vanno a colpire in modo preciso uno specifico meccanismo biologico della cellula. Una delle caratteristiche più importanti di queste nuove terapie è che agiscono anche nei casi più gravi in cui la malattia è molto aggressiva e resistente a causa di alcune alterazioni genetiche; alterazioni presenti in circa il 10% dei pazienti in ‘prima linea di terapia’ (il primo step) e che aumentano fino al 35-40% nelle linee di terapia successive. Questa nuova classe di farmaci è in grado di tenere sotto controllo la malattia, cronicizzandola e garantendo al contempo una maggiore qualità della vita. Trattandosi prevalentemente di pazienti anziani, questa possibilità può semplificare la gestione e favorire l’aderenza alla cura”.

Il linfoma mantellare (MCL). E’ invece, una neoplasia aggressiva delle cellule B, caratterizzata da una ridotta sopravvivenza mediana nonostante le terapie intensive; è diagnosticata più comunemente negli uomini che nelle donne e l’incidenza aumenta con l’età. I pazienti hanno un’età mediana alla diagnosi di 65 anni e la sopravvivenza globale mediana è oggi di 3 – 4 anni. “Questa forma di tumore del sangue è generalmente aggressiva,– ha dichiarato il professor Pier Luigi Zinzani, Istituto di Ematologia e Oncologia Medica “L. e A. Seràgnoli, Università di Bologna – difficile da curare con le terapie convenzionali a decorso rapido, caratterizzato da recidive per le quali rapidamente i pazienti diventano via via refrattari a un sempre maggior numero di opzioni terapeutiche. Per questo motivo diventa ancor più rilevante il fatto di avere una nuova arma terapeutica che sia efficace e tollerata là dove le altre terapie non funzionano più”. In occasione del congresso ASH, è stato presentato lo studio di fase 3 condotto su pazienti con linfoma mantellare già precedentemente trattati, che ha messo a confronto Ibrutinib con Temsirolimus (terapia bersaglio indicata per questa patologia). I risultati hanno dimostrato una riduzione statisticamente significativa del rischio di progressione o morte pari al 57% per Ibrutinib, con un tempo mediano di sopravvivenza libera da progressione di malattia di 14.6 mesi per Ibrutinib e di 6.2 mesi per Temsirolimus. (LARA LUCIANO)

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