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EPATOLOGIA

“Novità importanti sull’Epatite C
dal congresso AASLD di Boston”

Professore, quali sono le novità più importanti emerse dal congresso dell’American Association for the Study of Liver Diseases (AASLD) di Boston?

Per quanto riguarda l’Epatite C sono stati presentati al congresso i risultati di due combinazioni innovative: la prima riguarda il regime che combina il farmaco nuovo di Gilead, che verrà ora introdotto in commercio anche in Italia, come una combinazione a dose fissa e che Gilead ha associato ad un terzo farmaco. Questa triplice combinazione nelle intenzioni di Gilead doveva essere rivolta soprattutto a due obiettivi: curare quel 5% di pazienti che fallisce la duplice terapia con i farmaci già in uso – quindi pazienti resistenti ai farmaci attuali – e l’altro obiettivo abbreviare la durata della terapia nei pazienti che, viceversa, non sono mai stati trattati in precedenza. Gilead ha dimostrato che in realtà di questi due obiettivi se ne raggiunge solo uno, mentre con questa combinazione di tre farmaci di Gilead è possibile recuperare praticamente tutti i pazienti che hanno mostrato fenomeni di resistenza ai regimi precedenti. I regimi di 8 settimane si sono dimostrati inferiori in termini di percentuali di risposta dei pazienti mai trattati rispetto a quelli di 12 settimane.

Qual è la sua valutazione, come clinico, di questi risultati?

La notizia è che purtroppo con questi regimi nuovi le promesse di un ‘accorciamento terapeutico’ e di disporre di regimi più facili da utilizzare e anche più economici – perché chiaramente si usano i farmaci per un periodo di tempo che è del 30% più corto – non sono state ‘verificate’, e quindi si tratta di una notizia in questo senso negativa; viceversa, una combinazione di due farmaci nuovi (quelli di AbbVie) e la combinazione di questi due ha dimostrato percentuali di efficacia vicine al 98-100% praticamente in tutte le popolazioni dei pazienti esplorati, inclusi anche quelli considerati come i più difficili (per esempio genotipi 3 con la cirrosi). Quindi li c’è un reale avanzamento di possibilità di cura, ma  soprattutto il fatto che per questi regimi sembra essere possibile andare avanti nel trattamento per 8 settimane.

Un passo avanti notevole, quindi

Con tutte e due le cure – sia quella di Gilead che quella di AbbVie - scompare finalmente la ribavirina, il farmaco più problematico per i pazienti intermedi, con evidenti effetti collaterali; in questo senso c’è un avanzamento, una notizia utile per quei ‘regimi terapeutici’ che ora diventano ancora più facili. Ma non è tutto…

In che senso?

Una delle preoccupazioni che si erano diffuse era che nei pazienti con cirrosi che guarivano dall’infezione da epatite C in fase di cirrosi già avanzata, il rischio di cancro al fegato fosse addirittura aumentato, per una serie di meccanismi probabilmente dipendenti dalla ripresa di una risposta ‘anomale’. Viceversa gli studi su popolazioni allargate sia negli Stati Uniti che in Europa – e anche in Italia – hanno dimostrato che non c’è un’aumentata frequenza di cancro. In particolare c’è uno studio condotto in Veneto dal professor Alfredo Alberti, che ha dimostrato come su circa 2000 pazienti il rischio non sia aumentato – anche se in alcuni pazienti il cancro compare lo stesso, ma questo purtroppo è inevitabile – ma certamente la paura che si era diffusa che queste terapie potessero aumentare il rischio di cancro non è giustificata.

Un fatto certo positivo, che probabilmente cambia anche l’atteggiamento dei medici nei confronti di questa patologia

L’atmosfera che si respirava al meeting di Boston era quella che ormai l’epatite C non sarà più un argomento che richiamerà grossi investimenti per la ricerca futura: quel che dicevano tutti è che si tratta di un ‘problema’ scientificamente concluso e che ora l'obiettivo sia soltanto quello di trovare una strada – dal punto di vista normativo - per rendere le terapie disponibili per tutti. Viceversa un grosso punto di interesse è stato quello dell’epatite non alcolica, che è stata definita un po’ la ‘malattia epatica del terzo millennio’ perché i casi sono in aumento, soprattutto in coincidenza con l’epidemia di obesità. Sono stati presentati i risultati conclusivi di alcuni studi con farmaci innovativi: in particolare c’è un farmaco che si chiama cenicriviroc che può ridurre il numero dei pazienti con steatoepatite non alcolica in maniera significativa – sia la fibrosi che l’infiammazione – quindi può essere considerato come un’abbastanza promettente prospettiva di cura anche se ancora deve passare gli studi di fase 3 e quindi arrivare alle registrazione.

Una novità davvero molto importante

Diciamo che il punto più forte di tutto il meeting è stata la grande attenzione alla steatoepatite non alcolica come grande causa futura delle malattie del fegato. Direi che questi sono stati i punti più interessanti del congresso di Boston, sull’epatite B non c’è stato nulla che valga la pena di segnalare. (ANDREA SERMONTI)

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